Criminalità organizzata e sistema economico del Mezzogiorno: i nuovi canoni delle mafie 4.0

Criminalità organizzata-

Il presente saggio di Salvatore Sacco è stato pubblicato nel libro “Mezzogiorno in progress? Non siamo meridionalisti”, promosso dall’Osservatorio di Economia e Finanza, edito a fine 2019 da Rubettino e curato da Francesco Saverio Coppola e Antonio Corvino. Salvatore Sacco affronta un’altra precondizione dello sviluppo particolarmente sensibile per il Mezzogiorno. La legalità e la presenza di una pluralità variegata di soggetti malavitosi particolarmente aggressivi che danno vita a un sistema perverso che condiziona negativamente lo sviluppo dei territori e della loro economia. L’autore sottolinea e documenta la evoluzione di un tale sistema che ormai si avvale di strumenti e modalità di movimento estremamente sofisticati sino a fondersi e confondersi con l’economia tout-court a tutti i livelli: territoriale, nazionale ed internazionale. Il condizionamento è straordinariamente pericoloso in quanto difficilmente riconoscibile con vecchi schemi interpretativi di ieri. Da qui l’esigenza di un approccio dello Stato e della Società, nelle sue molteplici articolazioni, che sia frutto di una visione moderna, costante, efficace. Una simile visione passa dalla assunzione di responsabilità a livello generale ma presuppone strumenti di intervento efficaci e sofisticati. La lotta all’economia illegale deve prendere le mosse da una indispensabile consapevolezza della sofisticazione della sua evoluzione. La quantificazione dell’incidenza dell’economia a controllo malavitoso è tale da non poter abbassare la guardia. Essa si traduce in un danno grave per l’intera economia e per tutta la comunità.

Premessa    

Una delle principali cause dei gravi ritardi dello sviluppo socio economico del Mezzogiorno viene , abbastanza concordemente , individuata nella forte presenza di forme di illegalità  diffusa in tutte  le regioni sud insulari;  in particolare tale fenomeno si  concretizzerebbe  primariamente nell’azione pervasiva della criminalità organizzata soprattutto nelle sue forme tradizionali  (mafia , ndrangheta, camorra, sacra corona  unita etc. ) , Non a caso ,  Mario Draghi, quando era Governatore della Banca d’Italia l’ha definita  “la tomba”  dell’economia del Mezzogiorno d’Italia. Si tratta, con tutta evidenza, di dinamiche assai rilevanti che risultano peraltro in rapida e sensibile evoluzione in relazione ai profondi cambiamenti che stanno interessando l’intero contesto nazionale ed internazionale; ciò in conseguenza dell’interazione dei principali vettori di tali cambiamenti, individuabili essenzialmente   nella globalizzazione, nella finanziarizzazione e nella interazione fra innovazione e digitalizzazione. In tale scenario, infatti, l’operatività e le dinamiche dei vettori di illegalità- ed in primis della criminalità organizzata – si stanno profondamente modificando, dando luogo a processi degenerativi di nuovo tipo, con connotati di trasversalità e pervasività potenzialmente molto  più rilevanti  ma,  ancora, solo parzialmente esplorati. Dopo aver sinteticamente analizzato gli effetti attuali delle distorsioni determinate da questi fenomeni, l’analisi si concentrerà  su tali dinamiche innovative, focalizzando l’attenzione su alcuni aspetti particolarmente rilevanti per connotare le  attuali  devianze del contesto socio- economico del Mezzogiorno. Verranno, dunque, presi in esame gli effetti della espansione territoriale delle mafie ed i nuovi rapporti con la criminalità transnazionale, le nuove modalità del riciclaggio e le connessioni con il sistema finanziario lato sensu inteso, l’evoluzione dei  rapporti di natura corruttiva  fra criminalità organizzata, politica, istituzioni e pubblica amministrazione.[1]

1.0  Criminalità organizzata ed economia del Mezzogiorno

Non è certo semplice connotare gli effetti  della criminalità organizzata e delle mafie sull’ economia del Mezzogiorno così come è difficile quantificare il  mancato sviluppo da essa determinato in quelle aree; le difficoltà,  infatti,  vanno al di là della correttezza e della validità dei metodi di stima e dei  criteri utilizzabili, ma afferiscono in modo prevalente  alla effettiva pervasività  ed alla estensione di tali fenomeni.[2] In generale posiamo far rilevare come  la dottrina sia abbastanza concorde nell’ affermare  che nel nostro Paese tali  attività illegali assumono dimensioni sensibilmente superiori a quelle assunte negli  altri paesi sviluppati, facendo registrare, peraltro,  una  rilevante concentrazione territoriale dovuta al radicamento storico delle mafie  nell’ area sud insulare. L’ approfondimento dell’ impatto delle attività criminali deve essere fatto distinguendo, per quanto possibile tra attività connesse alla così detta  capacità imprenditoriale definita come “enterprise”  (riconducibili ad attività direttamente o indirettamente connesse a iniziative di tipo lato sensu imprenditoriale) ed attività tipicamente impositive “power syndicate” (riconducibili ad azioni collegate all’esercizio di  forme di vessazione quali ad esempio minacce, estorsioni o  altre forme di  controllo del territorio). Le due dimensioni di analisi , la prima legata alle differenziazioni indotte dal dualismo socio economico e la seconda basata sulla   distinzione tra tipologie di crimini delle mafie, non possono che essere esplorate congiuntamente. Va tenuto conto, inoltre , del fatto  che pur se l’operatività del business criminale è diffusa su tutto il territorio nazionale (e sempre più spesso anche all’estero),  le organizzazioni criminali “a carattere mafioso” tendono a mantenere i centri decisionali  nelle regioni sud insulari.

1.2  Alcune evidenze empiriche

Sintetizzando i risultati dei vari studi e delle varie fonti  disponibili in materia[3], considerando gli effetti diretti ed indotti dell’azione della criminalità organizzata (tenendo conto delle rivenienze complessive del riciclaggio) si può stimare  che essa condizioni l’attività produttiva complessiva  del Mezzogiorno in una misura quantificabile  fra il 10 ed il 15%  del totale.[4] Pur non essendovi evidenze empiriche dirette, tale  dato pare essere abbastanza stabile nel tempo e caratterizzato da una tendenza di fondo all’accrescimento. Come già detto si tratta di misurazioni da considerare come indicative di massima della effettiva consistenza del fenomeno e che, pertanto, vanno integrate con tutti i supporti documentativi, sufficientemente attendibili, disponibili in oggetto. In particolare, può essere interessante tenere conto delle analisi che propongono una quantificazione di alcuni costi specifici scaturenti direttamente o indirettamente dall’ azione delle mafie nel contesto socio-economico, con particolare riferimento a quel sottoinsieme di reati considerati, abbastanza unanimemente, caratterizzanti il profilo delle mafie.

Nello specifico in alcune analisi  tali costi vengono distinti in  ‘spese di anticipazione’ (quelle sostenute da singoli, organizzazioni  o collettività per prevenire o per difendersi dalle azioni criminose: ad esempio assicurazioni, sicurezza etc.) e ‘spese di conseguenza’ (i costi diretti ed i mancati guadagni derivanti dall’effettivo verificarsi del crimine , ad es. ‘pizzo’ e refurtiva, etc.) e, infine, ‘spese di reazione’, riferibili al contrasto della criminalità organizzata ( ad esempio, costo per indagini , esecuzioni delle pene etc.).[5] È interessante rilevare come pur essendo l’incidenza dei costi così misurati maggiore nel Mezzogiorno (2,6 % del PIL, in media) rispetto al Centro Nord (1%), le diverse categorie di costo risultino distribuite in modo alquanto eterogeneo: il Mezzogiorno subirebbe un maggior aggravio per i ‘costi di conseguenza (49,3 % della relativa spesa nazionale); mentre nel Centro Nord prevarrebbero le ‘spese di anticipazione’ (73,1 %) e quelle di reazione (63,4%). Tra i costi indiretti vanno rilevati anche quelli dovuti ai malfunzionamenti che si determinano nel mercato del credito. Si pensi alle distorsioni che si generano nelle condizioni di offerta e che comportano sensibili incrementi dei costi operativi delle banche, essenzialmente a causa delle maggiori spese per sicurezza e protezione che queste ultime devono sostenere nelle aree a più intensa pervasività criminale.

Un secondo effetto negativo, notevolmente più rilevante, è connesso alla maggiore difficoltà per le banche di valutare correttamente l’effettivo merito di credito dei diversi richiedenti, col conseguente incremento delle garanzie richieste e la minore propensione alla concessione di credito a parità di altre condizioni. L’alta incidenza di frodi e truffe nelle aree dove è più estesa la presenza della criminalità organizzata si associa a un maggior costo del credito per le imprese: un approfondito studio della Banca d’Italia, seppur non recentissimo (2009)[6],  mostrava come le aziende operanti nelle aree a più alti livelli di criminalità pagassero tassi d’interesse di circa 30 punti base maggiori rispetto a quelli pagati dalle imprese attive nelle zone a bassi livelli di criminalità. Dunque, in queste aree soprattutto le imprese di piccole e minime dimensioni, a parità di altre condizioni, sopporterebbero differenziali nei costi più alti, scontando prestiti più collateralizzati e pesanti forme di razionamento. Peraltro, anche recenti rilevazioni sui gap nel costo e nella fruizione del Credito [7] sembrerebbero confermare, seppur indirettamente, il perdurare nel tempo di tali penalizzazioni.

1.3 Le mafie nel nuovo millennio: nuove modalità operative o nuovi soggetti?

Al di là delle quantificazioni specifiche, il cui dettaglio è sempre da considerare una approssimazione della realtà, si può affermare che l’incidenza dell’azione della criminalità organizzata è ancora oggi molto rilevante soprattutto nelle regioni sud insulari del Paese, mentre si registrano significativi rafforzamenti della presenza delle mafie anche nelle regioni centro settentrionali. Come detto in premessa, siamo di fronte a fenomeni   in rapida e sensibile evoluzione in relazione ai cambiamenti che stanno interessando l’intero contesto nazionale ed internazionale; le modalità operative ed, in qualche misura, anche il modo stesso di essere delle mafie si stanno profondamente modificando, dando luogo a processi degenerativi di nuovo tipo, con connotati di trasversalità e pervasività potenzialmente molto più rilevanti ma, ancora, solo parzialmente esplorati. Cercheremo di seguito di enucleare i principali vettori di tali cambiamenti, tentando di capire se ed, eventualmente, in che misura tale mutazione stia determinando una trasformazione “genetica “della stessa criminalità organizzata a matrice mafiosa.

Concentreremo l’attenzione su quanto accade nel Mezzogiorno con particolare riferimento a come si riverberano tali processi di cambiamento in questa area dove hanno avuto origine e si sono consolidate le mafie tradizionali. Analizzeremo,  nell’ ordine,  i fenomeni connessi all’ espansione degli ambiti territoriali delle mafie, all’impatto della tecnologia su tali attività, alle nuove possibilità di riciclaggio e reinvestimento dei capitali illeciti, alle nuove modalità assunte dal rapporto fra organizzazioni criminali ed economia legale e paralegale, alle nuove forme di condizionamento dell’ azione delle istituzioni e della Pubblica Amministrazione, ai rapporti col sistema bancario e finanziario sia a livello locale che internazionale.

1.4  l’espansione territoriale delle mafie

Le mafie continuano ad espandere le proprie attività soprattutto nel Centro-Nord e- seppur in misura minore e con modalità molto diversificate, come avremo modo di analizzare – anche all’estero. Questo processo si intreccia con quello, altrettanto rilevante della globalizzazione delle attività della criminalità organizzata transnazionale. Per quanto riguarda l’area centrosettentrionale va rilevato come l’azione delle cosche si concentri in prevalenza sulle attività di tipo “enterprise” (secondo la classificazione riportata al par.1); tale espansione trova i suoi vettori primari da un lato nella maggiore remuneratività di quei mercati di consumo per il reinvestimento dei profitti illeciti rispetto alle possibilità offerte dai territori di origine, dall’ altro nella ricerca di forme di diversificazione del reinvestimento. Tale  “mobilità” territoriale comporta dunque una progressiva infiltrazione del crimine organizzato in economie considerate meno permeabili ai condizionamenti mafiosi, circostanza che ha portato ad una forte sottovalutazione del fenomeno[8]; l’ effetto  diretto è stato l’ attivazione di un rilevante flusso di trasferimenti “di origine criminale” dal Sud al Nord, mentre parallelamente si stanno generando crescenti fenomeni di ingerenza delle stesse organizzazioni mafiose nei confronti delle istituzioni, soprattutto  nel sistema di attribuzione degli appalti e, più’ in generale, in quello  dell’  utilizzo delle risorse pubbliche. In merito va ricordato che, come osservato da alcuni autori [9], l’espansione mafiosa non va intesa come una forma di “contagio” ma come una integrazione di pulsioni criminali in contesti in cui la legalità era già compromessa con riferimento tanto agli ambiti politico- amministrativi quanto a quelli economico e sociali.

È interessante far rilevare come tali azioni sembrino attuarsi con modalità comunque differenti rispetto a quelle tipiche delle organizzazioni mafiose, con molta probabilità ciò deriva dal minore radicamento che tali organizzazioni hanno in quei territori rispetto alle aree di origine[10]. Si sarebbe innescata nel tempo una sorta di contaminazione involutiva che ha coinvolto componenti legali ed illegali dei contesti territoriali interessati da tali fenomeni, corroborando la progressiva integrazione fra criminalità mafiosa e criminalità economica. Ad esempio, con riferimento al Veneto, alcune  analisi basate anche su riscontri empirici, [11] sembrerebbero evidenziare come parti del tessuto imprenditoriale locale  avrebbero acquisito alcune modalità operative tipiche dell’ azione  mafiosa ( ad esempio compressione indotta dei livelli di concorrenza , sistematicità del ricorso a tecniche corruttive etc.) trasmettendo, a sua volta, i know-how acquisiti nel campo dell’ evasione fiscale, per applicazioni fortemente lucrose nel campo del riciclaggio . Torneremo su questi argomenti nel successivo paragrafo 7. In tali scenari, le tendenze espansionistiche delle mafie “tradizionali” vengono corroborate dalla crescente presenza di organizzazioni criminali, talvolta anche raffazzonate, facenti capo a comunità straniere insediatesi in quei territori e che tendono ad assimilare la propria azione a quella delle organizzazioni malavitose più strutturate, dando luogo a forme di mafie locali di natura ibrida.[12]

Per quanto riguarda invece la proiezione verso l’estero delle mafie va rilevato come esse, in questo ambito, debbano integrarsi con la criminalità organizzata transnazionale, alle cui modalità operative anche le mafie tradizionali devono rapportarsi ed adeguarsi, con l’eccezione di alcune forme di radicamento nella limitrofe aree della penisola balcanica. Va rilevato in merito come questa criminalità transnazionale stia assumendo sempre più una configurazione tipo business community multinazionale, in grado di alimentare e controllare enormi flussi internazionali imperniati su nessi crescenti di reciproche convenienze, finalizzati alla gestione delle varie attività di natura illecita, lecita o mista. Peraltro, le transazioni che vedono coinvolte le mafie internazionali (con controparti mafiose, criminali o, anche, legali), vengono spesso effettuate sotto forma di baratto prescindendo dal luogo in cui avviene la fattispecie criminosa: droga pagata con armi, traffico di esseri umani compensato con smaltimento rifiuti tossici etc. Ciò presuppone l’esistenza di efficienti “centrali di compensazione” operanti a livello transnazionale. Approfondiremo questi aspetti nel successivo paragrafo 6

1.5 digitalizzazione e mercati offshore, nuove opportunità per la criminalità organizzata

Le organizzazioni criminali, anche in virtù delle enormi risorse di cui dispongono, sono in grado di sfruttare a pieno tutte le opportunità offerte dall’ evoluzione tecnologica. Si pensi alle possibilità offerte dall’ utilizzo dalla digitalizzazione: Internet, piattaforme digitali multiple, Deep Web, automazione dei sistemi logistici, cripto valute, blockchain, e -commerce, sono strumenti che vengono utilizzati sempre di più anche dal crimine organizzato nelle modalità più efficaci sia per sottrarsi a controlli e tracciabilità che, al tempo stesso, per moltiplicare le forme di riciclaggio e reinvestimento dei profitti conseguiti. Peraltro, la criminalità organizza può avvalersi di forme di autogaranzia ed intervento diretto (basate su violenza e sommarietà delle modalità di accertamento) nei confronti delle eventuali azioni fraudolente attuabili in questi ambiti, problema primario per l’utilizzo legale di tali strumenti. Con questi presupposti, l’elevata possibilità di operare in forma anonima e la trans nazionalità quasi totale di tali canali, rappresentano per le mafie fattori di assoluto vantaggio competitivo. In questo contesto i traffici illeciti acquisiscono dimensioni nuove derivanti dall’ interazione dei vettori tradizionali sviluppati attraverso le rotte aeree, marittime e terrestri, e quelli innovativi e virtuali dell’on-line, con progressiva integrazione fra lecito ed illecito con conseguente frammentazione delle relative catene di distribuzione: commercializzazione, raccolta, offerta e consegna.

Cresce, in particolare l’utilizzo del Deep Web per traffici e negoziazioni illecite mentre, come evidenziato prima, si accentua notevolmente l’utilizzabilità del baratto fra prodotti servizi illeciti e\o leciti come merce di scambio e mezzo di pagamento, aumentando l’opacità di simili transazioni. Va rilevato come talvolta ambigue società fiduciarie fungano da paravento di possessori di azioni al portatore intestate a soggetti anonimi. Fra gli agenti primari di tali operazioni si ritrovano spesso, oltre le banche, studi legali e commercialisti. Collegato a tale evoluzione è il parallelo sviluppo dei così detti mercati offshore sia nel campo delle merci che, soprattutto, in quello della finanza. Prolifera enormemente- ed in modo sostanzialmente incontrollato – la costituzione delle così dette “società offshore”, celate dietro trust o fiduciarie, sparse nei così detti paradisi fiscali [13] : nelle British Virgin Islands, in atto, ne sono censite circa 115 mila, a Panama 48 mila, nelle Bahamas 16 mila, nelle Seychelles 15 mila; a Niue (piccolissima isola del Pacifico), oltre 10.000; numerose altre hanno sede a Samoa, Belize e così via a seguire. Va evidenziata anche la massiccia presenza in queste località degli istituti di credito di tutti i ranghi e di tutte le nazionalità: in atto infatti vi operano più di 500 filiali di svariate banche.

In molte di tali realtà si sperimentano anche estemporanee prassi, talvolta create ad hoc per singole operazioni, la cui vigenza è limitata fino alla attivazione delle contromisure cautelative (peraltro non sempre adeguatamente tempestive) da parte degli organismi ufficiali che presiedono alla regolazione ed al controllo del sistema finanziario internazionale. Non stupisce che anche in tre stati degli USA, Nevada, Delaware e Wyoming, si riscontrino prassi operative che, per molti versi, li rendono assimilabili ai paradisi fiscali veri e propri. Per quanto riguarda l’Europa si può rilevare come una finanziaria del Lussemburgo da sola abbia costituito circa 1.700 società offshore, così come  una banca del Granducato ne ha costituto circa 1.000; ed un grande istituto bancario inglese (tramite filiali a Monaco ed in  Svizzera ) più di 1500; ancora,  una primaria banca svizzera ne ha costituito circa 600. E l’elenco potrebbe estendersi considerevolmente.[14]

1.6 I network criminali

Accanto alle tradizionali organizzazioni criminali iniziano a sorgere veri e propri network criminali, mentre Il riciclaggio off-shore sta divenendo un percorso di reinvestimento sempre più praticato. Figure centrali di questa attività sono i così detti “facilitatori”, ovvero quelle figure professionali (broker, consulenti, soci, partner d’affari, politici ecc.) e quei meccanismi finanziari che agevolano l’internazionalizzazione del business mafioso e del reinvestimento dei profitti ottenuti nei diversi mercati esteri. È questa una chiave interpretativa importantissima per capire l’evoluzione del business della criminalità organizzata nell’ era della  globalizzazione: si passa dai sensali dei vecchi padrini ai ragionieri dei boss latitanti ai superesperti  che mettono a disposizione le loro professionalità specialistiche ed  i loro rapporti anche internazionali, con la finalità precipua di  ibridare l’origine illecita dei capitali e consentirne l’immissione nel circuito legale, curandone, eventualmente anche i successivi reinvestimenti. Si origina così una vera e propria comunanza di affari, basata su reciproche convenienze e caratterizzata da strutture variabili e disarticolate, particolarmente flessibili e capaci dunque di operare con grande rapidità e fluidità, sfruttando di volta in volta competenze e specializzazioni specifiche, con l’obiettivo della massimizzazione del profitto. L‘univocità degli scopi e lo spessore della redditività potenziale opera da solidissimo collante innescando efficaci forme di coordinamento orizzontale organico fra i diversi attori coinvolti in tali network illegali.

La globalizzazione della domanda di beni e servizi illegali, dunque, va coinvolgendo sempre più sia organizzazioni criminali sia imprese legali: vanno infatti consolidandosi posizioni di mercato oligopolistiche o dominanti ottenute con metodi mafiosi, con imprenditori che sfruttano le loro relazioni politiche e criminali per assumere la funzione di regolatori del mercato legale in quei settori in cui è possibile inserirsi. Le imprese che accettano di far parte di questi cartelli entrano in un sistema protetto che, da un lato, elimina i costi e i rischi della concorrenza e dall’altro assicura la spartizione del mercato e dei profitti ai componenti del cartello. [15] A questi network criminali aderiscono, oltre alle organizzazioni a matrice mafiosa, politici, amministratori pubblici e professionisti vari; proliferano le figure di soggetti che, a diversi livelli, svolgono funzioni di raccordo tra le varie componenti coinvolte, pubbliche e private, legali o illegali.

Ciascun partecipante, in relazione al proprio background, agisce al momento opportuno per il comune obiettivo, integrando all’ occorrenza atti leciti ed illeciti.  Un simile sistema, peraltro, si caratterizza per l’elevata e crescente capacità di resilienza ai cambiamenti dei macro scenari di riferimento.[16]In tale contesto, si è evoluta enormemente la funzione di arrangement delle attività finanziarie, attraverso la sofisticazione delle tecniche finalizzate all’abbattimento dei costi di produzione, all’accrescimento dei margini ricavabili, alla schermatura dei capitali. Si pensi alla evoluzione delle modalità di creazione dei “cluster societari” per le false fatturazioni, che consentono alle imprese legali di frodare il fisco e di opacizzare la tracciabilità dei flussi finanziari, rafforzando il nesso funzionale fra evasione fiscale e riciclaggio dei capitali mafiosi, come avremo modo di approfondire nei paragrafi successivi.

1.7  I nuovi ambiti del riciclaggio

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, l’evoluzione dei nessi funzionali fra evasione fiscale e riciclaggio dei capitali mafiosi va divenendo sempre più punto di convergenza tra mondo dell’impresa ed organizzazioni criminali [17]. In questo contesto, il riciclaggio funge da cerniera tra attività legali e illegali ed è attuato con operazioni finanziarie associate a forme di evasione e elusione su scala nazionale e internazionale. Sia nel caso della dissimulazione della provenienza illecita del denaro con false fatturazioni o false importazioni, sia in quello dell’occultamento delle proprietà e dei patrimoni attraverso l’interposizione fittizia di società domiciliate in centri finanziari offshore, il riciclaggio avviene spesso con schemi e tecniche operative simili a quelle usate per evadere il fisco. La stessa allocazione di capitali di origine illecita in centri offshore può essere la spia sia di un’attività di riciclaggio criminale che di una evasione fiscale. Questo è un aspetto da non sottovalutare in quanto funge da moltiplicatore diretto ed indiretto del riciclaggio, accrescendo sensibilmente il potere finanziario e, più in generale, la capacità di condizionamento delle organizzazioni criminali. L’immissione dei proventi da attività illecite si avvale di diversi canali di immissione nel circuito legale: strumenti finanziari, costituzione o acquisizione di società, acquisto di immobili. Le modalità utilizzate sono numerose, anche particolarmente evolute: vendite a fair-price sopravvalutati, false rappresentazioni in bilancio (occultamento perdite, svalutazione immobili e crediti, iscrizione crediti inesistenti, surrettizi finanziamento soci etc.) ancora scambio titoli per conseguimento di utili fittizi, cessioni rami di azienda etc.

Le modalità operative attraverso cui si attuano riciclaggio e\o evasione, generalmente ,  si sviluppano in tre fasi : il “placement” ovvero la fase in cui i proventi vengono depositati in una istituzione finanziaria; il “layering”, ovvero la fase in cui vengono poste in essere una serie di operazioni di movimentazione finanziaria per far perdere le tracce  dell’origine illegale dei fondi; infine; la “integration” ovvero la fase finale  in cui si  completa il processo di infiltrazione nell’economia ufficiale attraverso il reimpiego  dei fondi “ripuliti” in  investimenti in attività legali [18]. Le organizzazioni criminali, dunque tenderebbero sempre di più ad ibridare i processi di finanziarizzazione, divenendone parte integrante e non più solo elemento di contaminazione, utilizzando al meglio le nuove tecnologie, interagendo con le lobbies occulte di potere in grado di incidere sia nel pubblico che nel privato, pilotando appalti e gestendo le informazioni “sensibili” di cui riescono, sempre più spesso anche illecitamente, ad appropriarsi. Tutto ciò è, in buona misura, agevolato dalla ancora insufficiente trasparenza dei circuiti finanziari internazionali e della limitata capacità di vigilanza dimostrata non solo dagli Stati nazionali, ma anche da organismi sovranazionali quali Fondo monetario internazionale, Financial Stability Board, Banca Mondiale e Banca Regolamenti Internazionali [19]. Ancora, il segreto bancario ed il rifiuto, più o meno palese, di collaborazione restano i prerequisiti basilari per il prosperare di tutti i paradisi fiscali e penali. [20]

1.8 Il riciclaggio nel Mezzogiorno:alcune evidenze quantitative

Le tendenze fin qui evidenziate coinvolgono in pieno l’attività di riciclaggio attuata dalle organizzazioni criminali sia nelle regioni Sud Insulari sia in quelle Centro settentrionali del Paese. Può essere interessante riproporre alcune stime che hanno tentato di fornire una dimensione quantitativa di tali fenomeni in queste aree, delineando anche significative connotazioni a livello qualitativo. Va rimarcato come tali stime, condotte analiticamente per categoria di reati e territori, segnalino  significative differenze tra Nord e Sud del Paese sia in termini di articolazione che  di incidenza complessiva del fenomeno[21], ciò con specifico riferimento alle due componenti principali del riciclaggio di origine criminale precedentemente richiamate, ovvero, “enterprise” e “ power syndicate”  (vedi ante paragrafo 1). In particolare, la quota di denaro sporco riciclato attraverso il sistema finanziario sarebbe complessivamente stimabile in circa il 7,5% del Pil nell’area settentrionale, mentre sarebbe pari a circa il 5% nel Mezzogiorno. Da notare che, per la media delle province sud insulari, il dato relativo al riciclaggio da “power syndicate” sarebbe quasi doppio rispetto a quello registrato mediamente nelle province centrosettentrionali (6.3% contro il 3.4%), mentre il rapporto sarebbe inverso per quanto riguarda   il riciclaggio da enterprise syndicate (1.7% al Nord contro l’1.2% al Sud).

Con riferimento a tali fenomeni, è interessante far rilevare quanto affermato nel rapporto UIF (Unità Informazione Finanziaria) del 2017: “la varietà delle manifestazioni finanziarie della criminalità organizzata è ampia, né sono identificabili connotazioni operative inequivocabilmente peculiari rispetto a quelle riscontrabili nel più generale panorama dell’economia illecita. Evidenze giudiziarie rivelano proventi derivanti da diverse tipologie di reati, il coinvolgimento di numerosi prestanome, la continua commistione tra profitti criminali e profitti leciti, schemi operativi opachi spesso caratterizzati da molteplicità di trasferimenti… che coinvolgono un elevato numero di soggetti fisici e giuridici. Le diverse operazioni appaiono effettuate con simultaneità o stretta contiguità temporale, sovente in località distanti ovvero tra operatori attivi in settori economici non omogenei”.

1.9 Le degenerazioni ed i rischi delle attività criminali transnazionali sistemiche

Particolarmente gravi appaiono le conseguenze che possono derivare dai cambiamenti descritti nei paragrafi precedenti; in particolare possono innescarsi degenerazioni criminali transazionali a carattere sistemico sempre più difficili da inquadrare e debellare. Un esempio eclatante è offerto dallo stravolgimento del traffico internazionale di stupefacenti. Infatti, in questo nuovo contesto le organizzazioni criminali transnazionali tendono ad agire sempre più secondo le regole della domanda e dell’offerta, ma col vantaggio estremamente rilevante di riuscire a controllare assai efficacemente il livello dei prezzi. Con specifico riferimento al mercato delle droghe, infatti, va evidenziato come si sia passati dalla relativa staticità di un mercato confinato per la maggior parte all’interno dei paesi occidentali (soprattutto a partire dall’ inizio degli anni 90) ad un mercato in progressiva e forte espansione, per via dell’incremento della domanda proveniente dai  paesi emergenti; molti di questi infatti  hanno registrato sensibili crescite del reddito complessivo con livelli di concentrazione molto accentuata e le cui popolazioni tendono ad imitare, soprattutto negli aspetti più deteriori,  i modelli di vita occidentali[22].

Negli stessi periodi cominciava la sostituzione dell’eroina con prodotti più sofisticati e costosi quali la cocaina e, successivamente, anche i derivati dell’MDMA (exstasy). Conseguentemente fortissima è stata l’espansione del business degli stupefacenti, fattore che ha alterato in modo rilevante gli equilibri fra le organizzazioni criminali transnazionali e nazionali, processo inevitabile laddove si pensi agli enormi e crescenti  profitti ottenibili da simili traffici. Peraltro, i nuovi network criminali e le nuove possibilità offerte dalla tecnologia per scambi, transazioni e riciclaggio, hanno moltiplicano in misura assai rilevante e crescente l’impatto di tali attività criminali sull’ intero contesto socio-economico internazionale. Analoghe evoluzioni si potrebbero delineare con riferimento al mercato del business dei rifiuti,  del traffico d’armi e della tratta di esseri umani[23], ma la pericolosità massima, sia in atto che in prospettiva, resta collegata allo sviluppo del traffico degli stupefacenti per via della elevatissima redditività generata da tale attività , soprattutto a vantaggio dei  market makers: ciò comporta il forte e crescente  rafforzamento del  potere indotto in termini di capacità corruttiva , come dimostrato dalle infelici esperienze di diversi paesi dell’ America latina. Purtroppo si tratta di modelli di devianza che in assenza di adeguate contromisure, possono essere attuati, pur se parzialmente, anche nei Paesi più avanzati. Va anche rimarcato che si tratta di attività criminali per cui la transnazionalità agisce come fattore limitante per le azioni di prevenzione, intervento e repressione da parte delle autorità competenti a livello nazionale e sovrannazionale, essendo indispensabile a tal fine la piena possibilità di coordinamento degli sforzi attuati. Ciò è ostacolato da una serie di fattori fra cui, in primis, le differenze esistenti nei diversi ordinamenti nazionali[24]

1.10 Il traffico di sostanze stupefacenti in Italia

I problemi legati allo sviluppo del traffico degli stupefacenti appaiono particolarmente gravi nel nostro Paese sia per via delle dimensioni assunte da tali fenomeni, sia per le modalità con cui queste attività vanno ad interagire con l’azione della criminalità organizzata e delle mafie. Il consumo di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale è stimato in 14,4 miliardi di euro, di cui circa il 40% attribuibile alla spesa per il consumo di cocaina e circa il 28% all’utilizzo di derivati della cannabis (dati Istat 2015). Lo studio “Italian Population Survey Alcohol & Drugs “- (IPSAD), stima che nel 2017 in Italia un terzo della popolazione residente di età compresa tra i 15 e i 64 anni abbia assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita; oltre il 10% avrebbe fatto uso di tali sostanze negli ultimi 30 giorni rispetto alla data dell’indagine.[25] Nel 2017 sono state condotte circa 26.000 operazioni antidroga, considerando solo quelle di esclusiva rilevanza penale, con un aumento di circa l’8% rispetto all’anno 2016 (e quasi del 30% rispetto al 2015!); tali operazioni sono state concentrate in Lazio, (4.006), Lombardia (3.591), Campania (2.264), Sicilia (2.059), Emilia Romagna (1.871) e Puglia (1.770). Circa il 29% di tali operazioni è concentrata nelle regioni sud insulari, ma è interessante notare come gli incrementi maggiori rispetto al 2016 si siano registrati nel Centro Nord (con l’eccezione del Molise, dove si registrano però sole 166 operazioni): Trentino Alto Adige +37%, Friuli  Venezia  Giulia +35%,  Piemonte +30%, Liguria +20% e   Veneto  +19%[26].

Altre interessanti evidenze emergono dal rapporto “Space” (Università di Losanna, 2015)[27], da cui risulta come   l’Italia abbia il maggior numero di detenuti per reati connessi alla droga fra i 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa: nel 2015, nel nostro Paese questi erano circa un terzo del totale dei condannati in via definitiva, contro una media degli altri paesi pari ad un quinto. Peraltro il peso di tale rapporto sarebbe cresciuto costantemente negli ultimi 10 anni ed, in tale classifica, l’Italia si colloca al primo posto con il 31,1%, seguita da Georgia, Azerbaijan, Estonia e Cipro. Più in generale, dall’esame congiunto delle diverse fonti disponibili in materia, si può rilevare come l’attività di espansione delle mafie tradizionali risulti in modo abbastanza costante collegato a forme di controllo \ intermediazione dei vari segmenti del mercato degli stupefacenti[28], mentre si moltiplicano le operazioni che vedono coinvolte organizzazioni criminali a matrice estera o transnazionali, così come sembra che stiano aumentando i sequestri di tali sostanze effettuati in territorio italiano (soprattutto porti ed acque territoriali nazionali), ma destinate a mercati esteri. Lo scenario fin qui descritto impone la necessità di ridare centralità ad un serio ed efficace dibattito pubblico sulla tematica della legalizzazione del consumo delle sostanze stupefacenti [29].

1.11  Il  rapporto mafie,  Pubblica Amministrazione ,  Politica

Come accennato nei paragrafi precedenti, altre profonde trasformazioni  si starebbero determinando nel nostro Paese nelle modalità di  interazione  fra  organizzazioni criminali a carattere mafioso, Pubblica Amministrazione e   Politica, creando nuovi tipi di sinergie, in cui la corruzione funge da humus che media e contempera i desiderata dei diversi portatori  di interessi; il rilevante aumento del volume degli affari e del profitto renderebbe più facile la convergenza delle diverse istanze illecite. Nel tentativo di estendere l’operatività a tutto il territorio nazionale le mafie tenderebbero, infatti, ad entrare in contatto con gli altri attori della corruzione in modo diretto, inglobando sempre più l’area grigia degli elementi facilitatori[30]. Ci troveremmo di fronte a due vettori negativi paralleli: la crescita del fenomeno corruttivo come connotato della vita pubblica nazionale e l’espansione geografica, settoriale e funzionale dell’azione di queste nuove configurazioni della mafia. Per tal verso, saremmo dunque in presenza di una rinnovata forma di “violenza relazionale” che, trascende, integrandola, la pericolosità propria di queste organizzazioni criminali. In sostanza è probabile che mentre tendono a diminuire le azioni criminose delle mafie, in termini di coazione esterna più o meno violenta, nei confronti dell’ amministrazione e della politica, nel contempo tendono ad  aumentare le  commistioni fra strutture criminali organizzate, strutture paralegali, lobbies di potere trasversale (leggasi “cordate” associativo – congregativo di eterogenea natura) per la spartizione delle diverse utilità e dei  vantaggi ricavabili  dalle svariate forme di corruzione.

 Da notare che queste “cordate” avevano già visto progressivamente crescere il loro ruolo di protagonisti dei fenomeni corruttivi in vaste aree del nostro Paese, indipendentemente dall’ espansione delle mafie, ciò era avvenuto in molti comparti nevralgici: dagli appalti (opere pubbliche, beni e servizi) alle nomine, ai concorsi, agli aggiustamenti di sentenze e “pilotaggio” di processi, al clientelismo in genere, coinvolgendo ampi spazi del settore pubblico e para-pubblico [31]. Non va trascurato il fatto che tali organizzazioni paralobbistiche già si integravano con le stesse mafie nei territori in cui queste ultime erano storicamente consolidate, negoziando le modalità di accordo, concentrandosi soprattutto sugli appalti più lucrosi.[32]Ciò rimanda alle nuove forme di raccordo instauratesi nei rapporti fra mafia e politica, laddove il controllo dei “pacchetti di voto” verrebbe sempre più utilizzato per ottenere il maggior peso relativo in termini di capacità di condizionamento delle decisioni delle amministrazioni; ciò anche attraverso la sperimentazione delle formule più efficaci per consentire l’ottimale sfruttamento delle possibilità offerte in tal senso dai vari sistemi elettorali. Anche in questo caso l’evoluzione delle mafie, nel senso prima delineato, le porterebbe a cercare le modalità di ingerenza che presentano il migliore rapporto costi\ benefici, secondo logiche sempre più di tipo imprenditoriale. E’ da rilevare che, sotto questo aspetto, continuano a permanere notevoli differenze a livello territoriale, sia per area geografica, che per dimensione dell’ente inquinato [33] con prevalenza di comportamenti di tipo tradizionale, (quali il ricorso a figure di esponenti politici da usare come referenti diretti degli interessi delle cosche) maggiori in quelle aree in cui storicamente è consolidato il radicamento delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

1.12 Interazione fra criminalità organizzata e corruzione: le coordinate della nuova emergenza nazionale

In sintesi le mafie, nelle nuove forme che stanno assumendo, tenderebbero  ad entrare in contatto con il multiforme ambiente  della corruzione  ai più alti livelli, in modo diretto e  diffuso  in tutto il territorio nazionale; questo processo è inevitabilmente parallelo  a quello interattivo e metastatico dell’ ampliamento  di quella già evocata  “area grigia”  Si sarebbe, dunque,  originata  una vera e propria galassia  occulta ed indistinta , che trova l’ideale punto di incontro proprio nella corruzione. Bisogna prendere atto che, in questo campo, le mafie stanno trasformandosi da influenzatori esterni (detentori dei metodi violenti- intimidatori che gli sono propri) ad attori interni, dunque, veri e propri stakeholder, seppur illegittimi, al pari degli altri stakeholder paralegali, altrettanto illegittimi, già presenti nell’ ambiente corruttivo. Ciò si verifica in un contesto, si ricordi, che costituisce pur sempre un “mercato”, seppur profondamente deviato, ma che vive le dinamiche proprie di tutti gli ambiti legati al business. Molto probabilmente, stiamo assistendo ad un ulteriore processo involutivo che coinvolge l’ intero contesto nazionale: si sarebbe innescata, infatti,  una  spirale in  cui corruzione e criminalità organizzata di eterogenea natura (dunque anche quella  non a matrice mafiosa e quella transnazionale) si integrano ed interagiscono in modo progressivamente  sinergico, rendendo di fatto sempre più inefficace la trattazione di tali devianze come compartimenti stagni ,  dal punto di vista legislativo, giudiziario, di ordine pubblico e di sicurezza .

Ciò determina, inevitabilmente, un ulteriore aggravio delle già notevolissime difficolta di contrasto e, soprattutto, di prevenzione da parte delle autorità competenti.  Ma purtroppo non si può non prendere atto di tale situazione che viene confermata in modo reiterato dalle diverse indagini- anche dalle più recenti – e dalle successive sentenze.[34] Sono questi del resto gli elementi che connotano la nuova dimensione della presente problematica, elevandola a primaria e gravissima emergenza nazionale. Si tratta di un tema davvero nevralgico per il Paese, basti pensare al cortocircuito che si può generare fra irrigidimento delle forme  di regolamentazione e repressione da un lato  e dinamiche  di funzionamento del sistema economico dall’ altro:  sono  tutte esigenze incomprimibili che devono trovare una equilibrata, ma assai difficile, contemperazione e che corrono il rischio di produrre gli effetti più negativi sulla parte più debole del Paese, proprio quel Mezzogiorno che con tali interventi si vorrebbe tutelare[35]. Altrettanto delicata è la problematica relativa al pericolo che l’ampliamento indefinito delle ipotesi di reato (nel caso specifico derivante dalla commistione fra reati a carattere mafioso e le svariate forme di corruttela) determini una impossibilità de facto a perseguire efficacemente sia l’una che l’altra (è la perniciosa logica per cui “se tutto è mafia niente mafia”). Ma, al tempo stesso, appare quasi esiziale continuare a considerare tali vettori di devianza attraverso ottiche differenziate.

Peraltro va considerata anche l’eventualità che si determinino forme di disparità di trattamento per situazioni analoghe, basate sul fatto che nella stessa fattispecie di reato siano coinvolti soggetti, in qualche modo, riconducibili ad organizzazioni mafiose (ciò indipendentemente dall’attuazione del così detto “metodo mafioso” ).[36]. Va infine tenuto presente che una simile situazione genera inevitabilmente l’ampliamento indefinito degli spazi di discrezionalità, che potrebbero incentivare condotte non lineari anche da parte di chi, ai vari livelli, è chiamato a svolgere le funzioni di controllo, prevenzione, giudizio e repressione (dai protagonismi, ai carrierismi fino alle azioni volte alla‘ acquisizione di utilità varie)

1.13  Gli  effetti più rilevanti dei cambiamenti in corso

È probabile che i profondi cambiamenti sinteticamente delineati  nei paragrafi precedenti stiano determinando una sorta di mutazione genetica delle mafie; tale cambiamento potrebbe essere descritto efficacemente utilizzando un concetto mutuato dall’ economia e che caratterizza, in questo ambito, tutti i passaggi da forme di produzione tradizionali a forme di produzione innovative in periodi di forti  trasformazioni tecnologiche: ci riferiamo al fenomeno indicato col termine “dematerializzazione”. E del resto il fatto che le organizzazioni mafiose vadano assumendo nuove conformazioni è chiaramente percepito dalle autorità competenti; in questa ottica si può infatti inquadrare l’affermazione della DIA riportata nell’ ultima relazione[37]: “…le mafie diventano soprattutto liquide e non possono che essere descritte in maniera unitaria per interpretarne i comportamenti…”.  Dunque, nella complessità del cambiamento, queste organizzazioni criminali andrebbero sempre più assimilandosi agli altri sistemi volti alla realizzazione di un utile (mantenendo evidentemente i profili di illiceità dell’oggetto dell’attività svolta), sia esso rappresentato dal mero profitto o dall’acquisizione e dal mantenimento di situazioni di privilegio e\o di dominio, comunque finalizzate all’ acquisizione di vantaggi di varia natura.

Continuando il parallelo con la prassi economica, staremmo assistendo alla genesi di nuove organizzazioni criminali etichettabili come “mafie 4.0”. Il fenomeno appare ancora allo stato iniziale ed è pertanto parziale, tuttavia inizia a manifestarsi con crescente frequenza ed intensità. La “dematerializzazione” nel caso delle organizzazioni di tipo mafioso, si concretizzerebbe nel progressivo riassestamento delle modalità di acquisizione delle posizioni di supremazia e privilegio, nell’ambito dei diversi contesti socio economici di insediamento. Nel concreto, in sintonia con le dinamiche innovative di una società sempre più ipercapitalistica, lo scopo del profitto tenderebbe ad avere un ruolo crescente e preponderante rispetto a quei sottovalori tradizionali di tali organizzazioni criminali, cristallizzati nei retaggi della mafia intesa come organizzazione di “uomini d’onore”[38]. In sintesi, il collegamento col territorio tenderebbe a divenire meno rilevante, anche perché meno conveniente per la realizzazione delle nuove  finalità prevalenti  per  le mafie del nuovo millennio.

Si starebbe realizzando, dunque,  un sovvertimento della scala (comunque sempre funzionale) dei disvalori di riferimento delle mafie, per cui l’”assoggettamento” ed il “dominio” tenderebbero a perdere progressivamente importanza rispetto al più concreto obiettivo di  conseguimento del  profitto. Il processo di dematerializzazione comporterebbe, quindi, anche il riadeguamento degli strumenti tipici delle mafie, quali l’intimidazione e la  coazione violenta, risultando più efficaci e proficue forme di condizionamento meno violente , meno costose,   meno  “rischiose” (dal punto di vista delle conseguenze penali) oltre che meno eclatanti[39]. E, del resto, un tale cambiamento sarebbe indotto anche dal fatto che stanno cambiando rapidamente i mercati illegali più redditizi che, come evidenziato prima e come rilevato da vari studi[40],  vanno divenendo sempre più destrutturati ed instabili.

1.14   I nuovi scenari ipotizzabili

Queste nuove dinamiche che caratterizzerebbero l’evoluzione dell’azione delle mafie si andrebbero innestando nelle vecchie devianze che, comunque, vengono mantenute per ciò che risulta ancora utile e lucrativo; si potrebbe spiegare così la coesistenza dei riti arcaici di affiliazione (intrisi di crismi parasacrali) con le azioni di “lobbing” evoluto. Quel che più rileva, soprattutto in prospettiva, è la crescente presenza mafiosa nell’economia legale, con la progressiva assimilazione delle logiche affaristiche in grado di innescare innovative dinamiche di interazione con svariate controparti, anche non criminali. Come abbiamo argomentato in precedenza, si starebbe innescando un circuito deviante che si alimenta sulla base di scambi occulti dando luogo a rinnovate dinamiche di corruzione; in cui i confini appaiono sempre più indefiniti: affaristi scorretti e mafiosi si muovono abilmente sul sottile crinale delle soglie di legalità (spesso abbastanza labili) proprie delle regole di mercato[41]. Alle strutture gerarchiche tipiche della organizzazione tradizionale (famiglie, picciotti, decine, mandamenti, capiregime, etc. variamente denominate nelle diverse declinazioni regionali) mai dismesse, seppur declassate nel rango di importanza della scala dei disvalori mafiosi, si vanno affiancando strutture paralegali più evolute aventi forme imprenditoriali anche complesse. Mutuando ancora dalle dinamiche dell’economia, si starebbe determinando una sorta di spin-off della filiera criminale.

Dunque,  almeno in atto e probabilmente anche nel prossimo futuro, la presenza pervasiva  nei contesti economici locali continuerà ad essere perseguita anche  attraverso forme tradizionali quali il  racket, lo spaccio al dettaglio, la prostituzione, il gioco d’azzardo (da ultimo anche la rivitalizzazione di forme di contrabbando di sigarette!), che continueranno a fungere da base per il finanziamento, seppur sempre più residuale,  dell’ attività sul territorio; in prospettiva però  il loro peso- e di conseguenza, la potenzialità  egemonica che ne scaturisce- sembrano destinati a ridimensionarsi progressivamente. Questa dinamica dovrebbe riguardare più in generale quelle attività classificabili come “power syndacate” (vedi paragrafo 1) con particolare riferimento alle azioni impositive di protezione \ estorsione che, in atto, oltre a continuare a fornire risorse fungono da regolatore surrettizio dei mercati locali; non è casuale che tali funzioni risultino molto meno rilevanti nell’ ambito dei mercati più aperti, quali quelli di nuovo insediamento delle organizzazioni mafiose e paramafiose. Si pensi, a titolo di esempio, al progressivo, seppur lento,  ridimensionamento registrabile per quanto riguarda l’ingerenza delle mafie in alcuni segmenti del mercato del lavoro (finalizzata all’ utilizzo dell’occupazione come strumento di dominio del territorio); in questo campo, infatti,  la coazione criminosa si andrebbe concentrando sempre più sul condizionamento  dei sistemi di  controllo pubblico del mercato del lavoro (si pensi a quanto avviene in alcune aree del Mezzogiorno con riferimento allo sfruttamento degli immigrati, soprattutto in agricoltura).

Come avviene in tutti i processi di trasformazione profonda, non tutti i passaggi sono gestiti in modo organico ed apicale: è probabile che i nuovi centri di potere criminale e paracriminale così costituiti godano di una certa autonomia di tipo funzionale rispetto ai tradizionali vertici decisionali mafiosi. Va rilevato che, in questo caso, a differenza che nel passato, la concorrenza di poteri che si andrebbe a generare, sarebbe attenuata dal rilevante disallineamento dei livelli operativi e, quindi, non si creerebbero, almeno nell’ immediato, rilevanti conflitti di potere simili a quelli che, precedentemente imponevano soluzioni drastiche, tempestive e violente. Ciò potrebbe fornire una spiegazione alla sensibile diminuzione delle c.d. “guerre di mafia”, che risultano ormai per lo più limiate a scontri fra frange di criminalità comune, come nel caso delle bande giovanili dell’hinterland napoletano, o qualche faida parafamiliare avente respiro iperlocalistico o, ancora, regolamenti di conti fra soggetti legati allo spaccio, ovvero alla parte più marginale del traffico delle droghe.

1.15 Le nuove chiavi interpretative dell’evoluzione delle Mafie con particolare riferimento al contesto del Mezzogiorno

Uno scenario simile a quello fin qui descritto imporrebbe l’adozione di nuove chiavi interpretative del fenomeno mafioso. Non sarebbe, ad esempio, possibile inquadrare tali complesse dinamiche evolutive come se si trattasse di un processo organicamente e completamente gestito dalle tradizionali gerarchie del potere criminale. È molto probabile  infatti che tali poteri (che hanno subito un indubbio indebolimento almeno nella loro  unitarietà strutturale)  in atto, non siano più  in grado di indirizzare e controllare a pieno il passaggio  dai modelli basati prevalentemente sul vettore  “violenza/ intimidazione/ assoggettamento  a quelli orientati  prevalentemente al vettore  “infiltrazione/ collusione/ corruzione”; così come potrebbero non essere in grado di  gestire e controllare in toto i crescenti rapporti con le organizzazioni criminali transnazionali, né tanto meno  il progressivo ricorso ai nuovi canali tecnologici per gli scambi ed il riciclaggio. In realtà è molto probabile che si sia in presenza di un processo abbastanza caotico ed in questo contesto risulta sempre più obsoleto lo schema interpretativo che individua, fra i motivi basilari della resistenza nel tempo delle mafie tradizionali, quello del “patto implicito” di scambio fra Stato, lato sensu inteso, e tali organizzazioni criminali, basato su forme di reciproche convenienze di tipo politico, economico ed anche sociale[42]. Altrettanto anacronistiche potrebbero risultare anche le stesse classificazioni tipiche che tendono a cristallizzare le organizzazioni mafiose entro canoni etnico- localistici (Cosa Nostra, Ndrangheta, Camorra, Sacra Corona Unita).

Per converso, risulterebbe più comprensibile il fenomeno della proliferazione delle così dette “piccole mafie” (si pensi alla mafia del Gargano, a quella dei casalesi, di Ostia, alla “stidda”, ancora, a quella più controversa facente capo alla così detta “mafia capitale” etc.)[43]  o delle mafie “ibride”, a cui si è fatto riferimento nel precedente paragrafo 4.  Altrettanto coerenti col quadro fin qui delineato, risulterebbero invece alcune derive degenerative di tipo isteretico, quali quelle che hanno coinvolto negli ultimi anni la criminalità nell’area napoletana, che è andata assumendo sempre più i connotati di una guerriglia urbana fra bande destrutturate.[44] Questo è un aspetto particolarmente rilevante per il Mezzogiorno: infatti molte delle nuove strutture parallele generate da tali processi, con il consenso più o meno consapevole ed esplicito delle vecchie gerarchie tradizionali (e in alcuni casi senza alcun consenso), tendono ad essere sempre più trasversali con riferimento sia ai settori di attività che alle aree geografiche di operatività; questo connotato sembra destinato a caratterizzare in modo crescente tali organizzazioni.

In questa logica, ad esempio, le organizzazioni criminali più evolute potrebbero essere state quelle più pronte a cogliere le opportunità offerte dalla “dematerializzazione” precedentemente descritta e, quindi, più veloci nella trasformazione adattiva fin qui ipotizzata. Potrebbe leggersi sotto questa luce, in particolare,  la  progressiva volatilizzazione di una struttura assai potente e collegata ai centri di potere anche  nazionali ed internazionali  come  “cosa nostra”  della Sicilia Nord occidentale  (quella dei burattinai” secondo l’intuizione di  Rocco  Chinnici), mentre iniziava l’inopinata parabola evolutiva della  “n’drangheta”  calabrese che, ancora negli anni ottanta,  presentava caratteri di rudimentalità organizzativa (tanto che i sequestri di persona ne costituivano  attività di primaria rilevanza) e che sarebbe poi divenuta  in quest’ ultimo trentennio la più famigerata organizzazione mafiosa a livello nazionale. Non a caso Federico Cafiero DeRaho, procuratore nazionale antimafia, ha ricordato recentemente che le “mafie nascoste sono presenti un po’ ovunque” [45]

Paradossalmente, il mantenimento di schemi interpretativi anacronistici potrebbe rappresentare un ostacolo per avere una chiara visione sulla rinnovanda morfologia della criminalità organizzata di stampo mafioso, nelle sue nuove forme policentriche e dematerializzate, che sta crescendo adattandosi come un saprofita ai repentini cambiamenti del mondo globalizzato delle genti, del denaro, dei traffici e delle merci. È sempre più necessario, dunque, sforzarsi di comprendere le nuove modalità dell’interazione fra mafie, criminalità organizzata transnazionale e galassia corruttiva, aumentando di pari grado la complessità ma anche l’ efficacia dell’ analisi, cercando quindi di predisporre supporti informativi più adeguati per l’attuazione di azioni di contrasto, repressione e, soprattutto, di prevenzione. Tale nuova morfologia delle mafie, che convive con le precedenti forme, ma che sta prendendo progressivamente il sopravvento, ingenera profonde incrinature nel tradizionale sistema di potere mafioso; incrinature che non ne intaccano, anzi, purtroppo ne aumentano la pericolosità innescando una spirale assai dannosa, soprattutto per quelle aree già in atto estremamente deboli economicamente e destrutturate socialmente come, purtroppo, gran parte delle nostre regioni sud insulari.

1.16 Osservazioni conclusive

Le argomentazioni riportate nel presente studio, pur non essendo certamente esaustive, evidenziano l’estrema complessità della problematica affrontata. Premettendo che si tratta di temi in cui spesso le certezze sono più perniciose dei dubbi, si possono proporre alcune conclusioni da sottoporre alla riflessione ed al dibattito. In primo luogo sembra potersi affermare che l‘ingerenza delle mafie e della criminalità organizzata nel contesto socio economico, viste le nuove connotazioni assunte, non può essere più considerato un fenomeno circoscritto al Mezzogiorno ma rappresenta ormai una problematica di fondamentale rilevanza per l’intero Paese. Si badi bene, come già fatto rilevare, ciò non vuol dire accedere alla logica estremamente pericolosa per cui “tutto è mafia, dunque niente è mafia” ma, al contrario, riconoscere che laddove non si assuma una ottica non localistica ed emergenziale non si potranno mai ottenere risultati concreti ed effettivamente adeguati alla gravità della situazione. Lo scenario, come argomentato in questa sommaria nota, è reso ancor più complesso dal progressivo intreccio fra evoluzione del fenomeno mafioso e pervasività delle dinamiche  corruttive.

In tale ottica potrebbe risultare opportuna una riconsiderazione dell’impianto teorico complessivo che sottende alla formulazione attuale dell’art. 416bis (ed a maggior ragione delle modifiche previste nella estensione del 416 ter) del Codice Penale, risalente ormai agli anni ottanta. Così come risulta improcrastinabile, la riapertura, in tutte le sedi competenti e possibili, di un serio, concreto ed efficace dibattito sulla legalizzazione dell’uso degli stupefacenti. Per quanto riguarda i temi ancor più direttamente collegati con l’oggetto della presente nota, tornando alla problematica dell’inquadramento di questi fenomeni in un’ottica troppo focalizzata sulla connotazione della territorialità, va evidenziato il rischio che ciò possa innescare forme di superfetazione delle devianze. Ci riferiamo, ad esempio alle vicende, tuttora in fase di completo disvelamento, dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante [46] , quello dell’Ufficio Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, ma anche alle incongruenze generate dalla applicazione della normativa relativa allo scioglimento per mafia dei consigli comunali e provinciali. [47] Sullo sfondo, resta poi sempre aperto il dibattito, mai del tutto chiuso, sull’ intuizione “sciasciana” relativa al così detto “professionismo dell’antimafia”, il cui approfondimento, seppur di rilevante importanza, è incompatibile con le esigenze di sintesi del presente testo.

 Un altro punto di riflessione a cui non si può non far cenno è quello relativo alle potenziali discriminazioni a cui potrebbero essere soggetti gli imprenditori per via della loro origine o della sede delle loro aziende [48]. Si pensi, a titolo di esempio, alla problematica connessa alla attivazione di strumenti di contrasto preventivo all’ azione delle mafie che possono avere pesanti conseguenze sulla vita delle imprese. È il caso delle così dette “interdittive antimafia”, atti di natura giuridica ibrida, in grado di inibire alle imprese di instaurare o mantenere rapporti contrattuali con le pubbliche Amministrazioni[49] .  È questo un evidente caso in cui, come Paese, ci si viene a trovare in una situazione “lose-lose”: lo strumento dell’interdittiva è indispensabile in una lotta alle mafie organizzata nel modo attuale, ma al tempo stesso esso presenta profili di legittimità, per alcuni aspetti, precari e determina potenziali effetti penalizzanti e discriminatori non del tutto appropriati ad un Paese evoluto[50]. Ancora una volta i confini fra ambito culturale, economico, sociale e giuridico del fenomeno si sovrappongono e si contaminano

In questa nuova ottica, risalta ancora di più una problematica quasi sempre sottovalutata , ovvero quella della adeguatezza delle risorse da destinare a questa nuova forma di contrasto alle mafie ed alla corruzione a livello nazionale[51]:  si tratta, infatti, di importi assai  rilevanti,  gran parte dei quali da destinare , questi si, proprio al Mezzogiorno (si pensi solo a titolo di esempio alla esigenza improcrastinabile di adeguare i presidi delle forze dell’ ordine e delle strutture giudiziarie). Più in generale è inevitabile il rimando al grande ed antico tema della adeguatezza delle classi dirigenti, un tema che è stato a lungo indicato come principale causa del mancato sviluppo del Mezzogiorno. E sotto questo aspetto appare davvero enorme il debito accumulato dall’ intero Paese nei confronti delle nostre regioni sud insulari. Soprattutto non sembra certo quella sperimentata finora, proprio con riferimento al problema delle mafie, la via per risolvere, o almeno ridurre, il perenne problema del dualismo socio-economico che affligge il nostro Paese e che ha presentato e continua a presentare il conto in termini di costi impropri e di fallimenti, tanto per i singoli interventi quanto per le politiche complessive di sviluppo e di crescita, sia sul piano economico che su quello sociale. Risalta anche per tal verso la necessità di acquisire la piena coscienza di essere di fronte ad una primaria emergenza nazionale.

Ed in effetti non si può non evidenziare la sottovalutazione di questo problema che si è registrata in modo abbastanza costante [52], sostanzialmente, nell’intero periodo dell’unità nazionale, da parte dei governi che si sono succeduti. Una sottovalutazione che va divenendo sempre più dannosa per il Paese in modo proporzionale alla progressiva contaminazione fra i diversi vettori di devianza criminale attivi, ai vari livelli, in tutto il contesto nazionale, come si è cercato di descrivere seppur solo sommariamente e parzialmente nella presente nota. Ed è alquanto sconfortante constatare come tale sottovalutazione  sembri perpetuarsi , se non addirittura  accrescersi, anche con  quest’ ultimo sessantacinquesimo  governo ;  basti pensare che nel così detto “Contratto per il governo del cambiamento” (che in base alle dichiarazioni unanimi dei vertici dei partiti \ movimenti  contraenti costituisce il documento fondamentale per l’azione di governo),  al tema ”contrasto alle mafie” sono dedicate appena otto righe, contro le ottanta righe dedicate a “immigrazione e rimpatri” ed  alle  14 dedicate  ai  “campi nomadi” ! . Non è purtroppo il caso di una sintesi fattiva e stringente ma , al contrario,  sembra un breve concentrato di  genericità soprattutto  se confrontato con le enormi complessità fin qui descritte. Ciò, almeno, è quello che sembra risultare dalla lettura del testo integrale di seguito riportato.  

“Contrasto alle mafie: Bisogna potenziare gli strumenti normativi e amministrativi volti al contrasto della criminalità organizzata, con particolare riferimento alle condotte caratterizzate dallo scambio politico mafioso. È necessario inoltre implementare gli strumenti di aggressione ai patrimoni di provenienza illecita, attraverso una seria politica di sequestro e confisca dei beni e di gestione dei medesimi, finalizzata alla salvaguardia e alla tutela delle aziende e dei lavoratori prima dell’assegnazione nel periodo di amministrazione giudiziaria.” [53] Sperando che la genericità non trascenda in superficialità, non possiamo che associarci al grido di allarme lanciato da Don Ciotti[54]:  speriamo che non si debba parlare di mafie per altri 163 anni: non è da Paese civile.

 

[1]La presente nota  trae spunto anche da alcune  riflessioni maturate in occasione degli approfondimenti in argomento effettuate nell’ ambito degli  “Stati generali per la lotta alla mafia”, promosse dal Ministero  Giustizia (anno 2017), a cui l’autore ha avuto l’opportunità  di partecipare  in rappresentanza del Centro Studi e ricerche Pio LaTorre , quale membro del “ tavolo 4, Mafie istituzioni e Pubblica amministrazione”, presieduto da Raffaele Cantone  Presidente dell’ ANAC. Evidentemente le opinioni  espresse e le argomentazioni esposte sono da considerare esclusivamente riferibili alla responsabilità dell’ autore.

[2]Vedi,  fra gli altri,  Centorrino M. ,David P.  “Il fatturato di Mafia Spa” , in  La voce. Info,  18.03.13. Sacco S. I condizionamenti indotti dall’ azione delle mafie   sugli  indicatori  di  benessere territoriale  “   ,  in  AA.VV. : “ Aspetti e misure territoriali del benessere “ , Giannini Editore, Napoli-  2013

[3] fra gli altri: Istat, Banca d’Italia, Censis, Transcrime, Centro Pio LaTorre, SOS impresa, Ministero Giustizia, Direzione investigativa Antimafia, Direzione Nazionale Antimafia, Interpool etc.

[4] Vedi Sacco S. “La mafia in Cantiere. L’incidenza della criminalità organizzata nell’ economia”, a cura di; Collana Studi e ricerche Centro studi ” Pio La Torre”, Palermo, (biblioteca Centrale Regione Siciliana “Alberto Bombace”  (SBN Pal0230412 ); 2010

[5]  Vedi Asmundo A. “indicatori e costi della criminalità mafiosa ” in  AA.VV.“ Mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno”, Donzelli, Roma  2011,

[6] Bonaccorsi, Patti E. (2009), “Weak institutions and credit availability: the impact of crime on bank loans”, Occasional Paper No. 52/2009, Banca d’Italia. Lo studio èstato effettuato su un campione ampio: circa 515.000 relazioni banca-impresa, riferite a 839 banche e 170.000 imprese ; Banca D’Italia (2009)

[7] Fra gli altri: Busetta P., Sacco S. “Un sistema bancario meno che “less significant” e Giannola A. “Consolidamento bancario , il costo del dualismo dimenticato”, in “Bancorotto Mezzogiorno”, a cura di Busetta P. e Masera R. 2019 , Rubbettino, Soveria Mannelli,  (2019 )

[8] vedi Commissione Parlamentare Antimafia “Relazione conclusiva XVII legislatura”, 7 2 2018, (in relazione al tema dell’antimafia e dell’infiltrazione ‘ndranghetista nelle regioni settentrionali): “Sono noti, anche oggi, i danni che ha provocato la più recente sottovalutazione e la rimozione del fenomeno mafioso in regioni come la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia-Romagna o la Liguria. Anzi, il caso ligure è emblematico della percezione spesso distorta della situazione della criminalità organizzata nelle regioni diverse da quelle tradizionali e di come alcuni paradigmi politici, amministrativi e giudiziari, oltre a stereotipi sociali, richiedano un definitivo ribaltamento…[

[9] Fra gli altri, Sciarrone  R. “Mafie del Nord”  a cura di.  Fondazione RES; Donzelli  editore Roma  2014

[10] Vedi in merito Pellegrini S:, “L’impresa Grigia “  EDS Roma  (2018)

[11] Vesco A, Belloni G. Come pesci nell’ acqua: Mafie, impresa e politica in Veneto, Donzelli 2018

[12] Vedi relazione DIA primo semestre 2018

[13] Vedi Savona E., Rapporto  Transcrime, (2018). In atto si stima che esistano almeno una ventina di stati o località aventi le caratteristiche potenziali di paradiso fiscale, anche se non esiste un censimento attendibile al proposito, per via della opacità delle prassi operative previste in questi paesi. peraltro tali prassi vengono spesso omologate in modo più o meno anomalo dagli ordinamenti dei paesi sviluppati per renderne, in qualche misura,  possibile la conveniente interazione  con i mercati legali

[14]   L. Sisti “i Panama papers” in rapporto Transcrime . 2018,.

[15] Pellegrini S. (2018) op. citata

[16]Si pensi, a titolo di esempio, alle modalità con cui il network criminale si è adeguato alle modificazioni nei regimi dei spesa indotte dal processo di integrazione europea e dalle tendenze di lungo periodo del ciclo economico. Le organizzazioni criminali e soprattutto le mafie, infatti, hanno progressivamente compensato la riduzione del peso dell’edilizia e delle costruzioni, causati sia dalle limitazioni alla spesa pubblica previsti dai vincoli comunitari che dalla crisi strutturali di tali settori, inserendosi progressivamente in settori più remunerativi come la sanità privata, le energie rinnovabili, il ciclo dei rifiuti, la grande distribuzione.

[17] vedi in argomento Fondazione Res, (2016)

[18]   vedasi , Stati generali lotta alla mafia,   Tavolo .11 ,    Ministero  Giustizia , 2017)

[19] si pensi alle falle evidenziatesi nel caso della collusione sul tasso Libor del 2012 e ss.. Vedi fra gli altri Maisano L. Affari e Finanza – Il sole 24ore , 10\ 04 \ 2017.  

[20]vedi in argomento :, Oddo G. “ La mafia: da soggetto infiltrato a soggetto integrato nell’economia legale” in Transcrime, rapporto 2018

[21]  Vedi : Ardizzi, G., Petraglia, C., Piacenza, M., Schneider, F., Turati, G., “ Money laundering as a crime in the financial sector: A new approach to quantitative assessment, with an application to Italy” JOURNAL OF MONEY, CREDIT, AND BANKING>>, 2014; 

[22]  si consideri che i BRICS più Indonesia e Pakistan (ovvero circa il 50% della popolazione mondiale) nel 1995 producevano meno del 16% del PIL globale, mentre nel 2015 la loro quota è salita al 34%. Dati tratti dall’Osservatorio di ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

[23] Vedi Sacco S. “L’ azione delle mafie e della criminalità organizzata nell’ area mediterranea: nuove sinergie e nuove minacce” atti del Meeting “I Mezzogiorni d’Europa e Mediterraneo nella bufera..” luglio 2012, OBI  “Osservatorio Banche Imprese”  Bari,  Giannini ed.,  2012

[24] Si pensi, solo a titolo di esempio alle differenze esistenti in tema di riconoscimento del carattere “mafioso” della attività criminale, o ancora alle ipotesi di “concorso esterno” ad una associazione mafiosa. Da segnalare il più recente tentativo di migliorare queste forme di collaborazione internazionale, effettuato da Europol attraverso l’attivazione della Rete@ON..”

[25] Presidenza Consiglio dei Ministri Dip. Politiche antidroga, Relazione annuale su tossicodipendenze , 2018

[26] Ministero dell’Interno – Direzione Centrale Servizi Antidroga (DCSA) operazioni  riferite esclusivamente agli

 illeciti di carattere penale non comprendenti gli interventi conclusi con provvedimenti amministrativi.

[27]  Il  rapporto è commissionato annualmente dal   Consiglio d’Europa.

[28]  Vedi relazioni DIA anni vari, relazione autorità antidroga,

[29] Certamente tale tema non può essere ridotto alla opportunità di applicazione della legge 242 \1916 relativa alla coltivazione e commercializzazione della canapa con livelli di THC nei limiti stabiliti

[30] Si vedano in particolare le indagini sulle infiltrazioni mafiose nella sanità in Lombardia e, più in generale nel contesto economico in   Liguria, Veneto, Emilia e Trentino A.A. Per una analisi sociologica in argomento, vedasi Pellegrini S. (2018) op.citata

[31] Per comprendere il livello di pervasività del fenomeno corruttivo in Italia si può fare riferimento alla indagine svolta nel 2017 dalla Commissione Europea sulla percezione della corruzione nei singoli paesi membri dell’Unione. Il risultato più significativo è che in Italia il 15 per cento delle imprese ha risposto di aver ricevuto richieste di favori o di  tangenti  (con riferimento ai principali servizi rivolti alle aziende)   contro ua media  U.E. pari al 5% ( in alcuni paesi come la Spagna tale percentuale è pari solo all’ 1% ) Ancora, l’’ANAC dal 2014 al 2018 ha esaminato 171 ordinanze di arresto in cui erano presenti reati contro la pubblica amministrazione, riscontrando che  l’’accusa di corruzione è presente in  quasi tutti i casi . Nel solo 2018 l’ANAC  ha proposto 19 commissariamenti di appalti, tutti inquinati da vicende di corruzione. Dai dati di  Transparency international si può rilevare come nel 2018  i giornali abbiano riportato circa 1.000 casi di corruzione, in ulteriore aumento rispetto agli anni precedenti (si tratta comunque di un censimento fortemente approssimato per difetto) In tale scenario sono solo di minimo conforto i miglioramenti rilevati per gli  ultimi anni dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la Corruzione  con riferimento ai provvedimenti attivati in tema di compliance specifiche.

[32]vedi, ad es., con riferimento alle OO.PP., le differenti situazioni corruttive determinatesi negli appalti della Torino-Milano, Genova Terzo Valico, Brennero, Alta Velocità. Emilia-Toscana, Pisa Mover da un lato e Salerno–Reggio Calabria, Caltanissetta- Agrigento dall’ altro; ancora l’attivazione di filiere illegali per lo sfruttamento degli incentivi per le energie rinnovabili, con specifico riferimento agli impianti eolici.

[33] Vedi, ad es. i casi di infiltrazioni nei   comuni di Quarto, Sedriano, Lavagna, o ancora le evoluzioni delle indagini connesse all’ operazione  “the Queen” in Campania, o le indagini sullo smaltimento rifiuti in Puglia ed in Sicilia, a Melilli e , da ultimo , più recentemente l’operazione Scrigno a Trapani  (2019)

[34] Si considerino ad esempio le prime risultanze delle recenti indagini su n’drangheta e politica in Lombardia (c.d. operazione “mensa dei poveri”, maggio 2019) e, per alcuni aspetti, le vicende legate alla revoca della nomina del senatore A. Siri a Sottosegretario di Stato del Ministro delle infrastrutture (maggio 2019, o, ancora le indagini riferite alle ultime tre giunte regionali in Calabria (2008, 2014,2018) ed alla sanità in Umbria (2019). Al proposito comunque va ricordato che in tutti i casi citati si tratta di vicende in atto in corso di accertamento.

[35] Si pensi alle problematiche insorte dalle sovrapposizione fra normative ordinarie e straordinarie, Codice dei contratti pubblici, Codice Antimafia, Regolamenti e normative dell’Autorità anticorruzione ANAC. Sono forme di reazione dello Stato tutte legittime e, molte, anche assolutamente necessarie, ma che scontano la episodicità

con cui si sono originate e, indiscutibilmente, la mancanza di una visione complessiva e multisettoriale della

tematica e quindi di un efficace coordinamento funzionale.

[36] Della problematica c’è traccia nella relazione Dia 1° semestre 2018, dove si accenna alla: “….differente modalità di contestazione e applicazione del reato di associazione di tipo mafioso nei confronti degli stessi gruppi di imputati tra autorità giudiziarie di aree diverse: come se lo stesso comportamento illegale commesso dalle stesse persone fosse diverso a seconda del territorio di consumazione del reato… .[omissis]….. si rinvengono frequentemente fenomeni di sottovalutazione, di impreparazione a valutare, incapacità di riconoscere il fenomeno mafioso proprio perché non lo si è mai conosciuto. In cui, mentre giustamente si celebrano i nomi dei giudici amati da un intero popolo, si susseguono provvedimenti che seminano sconcerto non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra gli esperti: disquisizioni su cosa si debba intendere «davvero» per mafia”.

[37] Relazione DIA primo semestre 2018 , pagina 9.

[38]  Per un approfondimento in merito vedi  Mosca  G. “Che cosa è la mafia” www.liberliber.it

[39]  Vedasi in merito l’ntervista rilasciata da Federico Cafiero DeRaho, Procuratore nazionale antimafia, al Mattino di Napoli, 13 aprile 2019.

[40]v.per tutti Sciarrone R., Relazioni pericolose: mafia, lavoro, imprenditoria, Torino, 2013

[41]Un esempio di simili processi può essere fornita dalla ingerenza  della criminalità organizzata nella realizzazione dei ‘parchi di produzione eolica’:  apposite ‘società veicolo’  si occupano delle fasi propedeutiche dei progetti,  negoziando sul territorio i diritti di uso dei terreni, acquisendo, anche attraverso pratiche corruttive, le necessarie concessioni e autorizzazioni delle amministrazioni competenti; successivamente avviene la negoziazione con le aziende, nazionali o internazionali, per la realizzazione degli impianti. Trattandosi di investimenti ingenti assai rilevanti sono i profitti illeciti potenzialmente ottenibili con tali mediazioni.

 

[42] Per un più documentato approfondimento in merito si veda Lupo S. “la mafia. Centosessanta anni di storia” , Donzelli , Roma  (2018).  

[43] Vedasi  Pignatone  G., Prestipino M., “Modelli criminali. Mafie di ieri e oggi” Laterza, Bari (2019)

[44] Vedi  Sales I., intervento a Rai RadioTRe, “tutta la città ne parla”, 6 maggio, 2019, dove si evidenziava,  con riferimento ai numerosi attentati registratisi a Napoli, alcuni dei quali caratterizzati da particolare efferatezza,  che trattasi di episodi avulsi da forme di coordinamento strategico unitario, rese possibili dall’ inadeguatezza delle modalità di controllo del territorio attuate dallo Stato; in sintesi identificabili quasi  in forme di terrorismo criminale piuttosto  che in azioni riconducibili all’azione della criminalità camorristica di tipo tradizionale.

 [45] Intervista citata al Mattino di Napoli, 13 aprile 2019.

[46] Vedi in merito Bolzoni A. “il padrino dell’antimafia “ Zolfo editore Milano 2019

[47] Articolo 143T.U. enti locali (D.lgs. 18 agosto 2000, n. 267); si pensi, fra gli altri casi, a quello, abbastanza eclatante dello scioglimento del Consiglio comunale di Marina di Gioiosa Jonica (RC), provvedimento  annullato dal Tar del Lazio (febbraio 2019) e poi ripristinato dal Consiglio di Stato, che hA sospeso l’esecutorietà della sentenza del TAR (Marzo 2019 riconfermata nell’ aprile dello stesso anno) con motivazioni che, seppur del tutto legittime, evidenziano l’abnorme elasticità dei criteri di valutazione previsti dalla normativa vigente in materia.

[48] Alcuni casi appaiono davvero eclatanti; ci riferiamo ad esempio a quello dell’Imprenditore Cavallotti e dei suoi eredi (impresa Euroimpianti plus, con sede in Sicilia), una vicenda durata complessivamente oltre venti anni, che nel maggio del 2019 ha avuto soluzione con la revoca (dopo otto anni dalla richiesta) del sequestro delle aziende di famiglia, che però nel frattempo, durante il regime di amministrazione giudiziaria, avevano accumulato debiti per circa 6 milioni di euro!. Vedi “Il Dubbio” 8 aggio 2019

[49]Si veda, da ultimo, il caso dell’imprenditore gelese Rocco Greco, titolare della ditta “Cosiam srl”, suicidatosi dopo che un’interdittiva antimafia, ha comportato la revoca di tutte le commesse pubbliche e private per la sua impresa che si occupa di lavori edili. Ciò nonostante il fatto che l’imprenditore fosse stato uno dei pochi a denunciare primari esponenti dei clan mafiosi locali che gestivano il racket delle estorsioni

[50]   In merito la già citata relazione Dia 2018, fa rilevare lo: “….scarso ricorso alle interdittive da parte di molte Prefetture centro-settentrionali “ a causa (come in precedenza già fatto rilevare) della differente modalità di contestazione e applicazione del reato di associazione mafiosa nei confronti degli stessi gruppi di imputati tra autorità giudiziarie di aree diverse.

[51] Vedi in merito Busetta P. “il coccodrillo si è affogato” Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2018

[52] Lupo S. “la mafia. Centosessanta anni di storia”, op. citata.

[53] Contratto per il Governo del cambiamento anno 2018; punto 12 pagina 25

[54] Discorso di Don Luigi Ciotti, Presidente di Libera, alla “Giornata della Memoria e dell’Impegno”, Padova 21 marzo 2019.

Salvatore Sacco