Continua il viaggio letterario di Antonio Corvino nelle Terre di mezzo, alla scoperta di luoghi, paesaggi e identità culturali. Politica meridionalista ha già ospitato altri report letterari di Corvino per offrire ai propri lettori una finestra su un mondo che va scomparendo dalle carte geografiche, che necessita di essere conosciuto, valorizzato socialmente e culturalmente. Anche il recente libro di Antonio Corvino “Cammini a Sud” (Giannini editori), va ad irrobustire quel filone letterario che vede il territorio come soggetto attivo delle azioni, dell’immaginazione ma anche di sviluppo sociale ed economico (N.d.R.)

 

Terra benedetta e consacrata da San Benedetto a San Tommaso passando per l’Arcangelo Michele, e se vi par poco aggiungeteci i popoli Osci, Sanniti e Volsci in testa, e poi i Romani e ancora i Longobardi e i Bizantini, i Saraceni ed i Basiliani e finalmente i Roccaseccani che tutto e tutti in sé compresero annoverando anche Francesi e Spagnoli e facendo i conti con il Papa re ed il re Borbone, il brigante Papone e il regno sabaudo all’epoca in cui divenne regno d’Italia.

Se vi affacciate dal belvedere, dalla parte della “Piazza Longa” a ridosso del centro storico di Roccasecca (che si trova a metà costa del monte Asprano che la sovrasta) o meglio ancora vi sporgete da Caprile, il Borgo Medievale abbarbicato in alto, dove il tempo si è fermato ed attende di essere riavviato al pari del manuale ingranaggio meccanico dell’orologio che domina la torre campanaria, il vostro sguardo si perderà nella valle che si stende là sotto. La valle é chiusa verso il mare da una duplice catena montuosa che la protegge dal freddo del nord e crea un microclima straordinariamente mite ed accogliente che accarezza l’agave ed i fichi d’india, gli agrumi ed il timo e fa crescere una varietà straordinaria di prodotti agricoli, cereali e ortaggi, come le diverse varietà di grano, orzo, segale ed il broccoletto di Roccasecca, e pone al vertice della gerarchia dei volatili l’aquila reale.

Da qui si domina tutta intera la valle del Liri che più avanti diventa il Garigliano, mi racconta Alessandro venuto a raccogliermi a Cassino dove son giunto con un treno locale partito da Caserta. Il Garigliano un tempo fissava i confini tra lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie senza tuttavia compromettere i rapporti delle comunità che si trovavano a ridosso di una parte e dell’altra, ci tiene a precisare Alessandro sottolineando il profondo senso comunitario della gente di qui é aperta da sempre all’accoglienza. Conta oltre settemila abitanti Roccasecca. Non è piccola, mi dico ed il Presidente della Repubblica l’ha insignita del titolo di Città per la nobiltà del suo passato. Anche il Papa Paolo VI è venuto a renderle omaggio per quel figlio immenso che risponde al nome di Tomnaso.

Non è piccola, mi ripeto con un senso di leggerezza che mi mette di buon umore, soprattutto se penso alla miriade di borghi delle terre di mezzo che ho incontrato nei miei cammini. Certo anche qui molti giovani se ne vanno in cerca di un futuro più rassicurante rispetto alla nebulosità che appanna la vista anche da queste parti. E tuttavia mi pare di percepire nell’aria più di una sensazione positiva… chissà. Era ricca la valle del Liri prima che essa divenisse sede di infrastrutture di forte impatto ambientale come l’autostrada e la linea ferroviaria ad alta velocità, e insediamenti produttivi altrettanto impattanti come la fabbrica di auto che da sola occupava 14.500 dipendenti progressivamente e drasticamente ridottisi sino a contarne non più di 2.000, con conseguente distruzione dell’ecosistema che la caratterizzava sostituito da un’antropizzazione diffusa quanto eccessiva che ha finito per comprometterne l’equilibrio che tuttavia va ricomparendo intorno ad una agricoltura rinnovata e attenta a ripristinare in chiave moderna l’antica dimensione che a sua volta potrà favorire il ritorno di attività legate al territorio ed alla sua produzione.

Essa ospitava la via Latina costruita dai Romani per raggiungere Capua e quindi allacciarsi alla via Appia che correva verso sud prima di puntare ad Oriente, verso l’Adriatico. La terra era fertile ed i legionari al termine del servizio per la Repubblica e l’Impero avevano lì le loro centurie agricole, gli appezzamenti di terra che essi coltivavano nel tempo del congedo e del riposo. Era ricca la valle del Liri. E bellissima. Olivi e vitigni autoctoni la popolavano e la biodiversità la rendeva unica e ricercata. Ci passavano i pellegrini attraverso quella valle, sin dalla notte dei tempi. Si recavano sulla tomba di Pietro dopo essere stati a Santiago de Compostela e prima di dirigersi ad Oriente verso Gerusalemme passando da Monte Sant’Angelo a far visita alla Basilica dell’Arcangelo Michele e raggiungere con animo sereno i porti pugliesi. Poi l’abbandono.

La valle che era stata un lago, lasciò riemergere gli acquitrini e divenne complicato attraversarla. I pellegrini si spostarono più a monte lungo il costone del Monte Asprano costeggiando il sentiero lungo il quale si andavano raccogliendo i primi Roccaserrani a seguito dell’azione dei monaci benedettini, mi racconta Angelo, uno di quegli angeli dei pellegrini che ho imparato a riconoscere nei miei cammini e che si materializzano nel momento del bisogno estremo, ti confortano e ti assistono. In più Angelo, raccogliendo il testimone di Alessandro, mi racconta tutto, ma proprio tutto di questo angolo di terra italica e lo fa con un’emozione che mi coinvolge e mi commuove. Egli cura questo territorio con una lucidità di visione e la forza di un sogno illuminanti circa un futuro capace di sconfiggere le attuali derive verso il nulla che sembrano vincere.

Giunti alla chiesa di Caprile, così denominato perché un tempo frequentato solo da capre tanto era impervio quel costone, Angelo mi sorprende indicandomi un grande affresco con San Cristoforo datato nell’Anno Domini 1646 che trasporta un pellegrino. L’affresco, che avrebbe bisogno di un urgente restauro, occupa un angolo intero della parete laterale della chiesa di Caprile.

Esso era ben visibile, mi dice, dal sentiero che correva più giù e come un faro guidava i pellegrini. I Basiliani molto prima dell’anno mille e dello stesso periodo di fondazione di Roccasecca, intorno al 900 ad opera degli abati Benedettini che regnavano a Cassino, ci portarono la cultura innovativa della spremitura del vino e dell’olio ed i frantoi ipogei insieme alle chiese rupestri ed impressero una rinnovata scossa alla voglia di progredire della gente del posto. Erano ben sei i frantoi in Caprile arrivati da quell’epoca antica e rimasti in attività sino ad un passato piuttosto recente. Vi era un mite asinello che faceva girare la macina. Qui l’olio è davvero buono ed extavergine. Intenso e profumato, sa di montagna ma anche di mare che dista da qui solo quaranta chilometri ed i cui effluvi arricchiscono di essenze pregiate le olive come il resto delle produzioni.

Già i Benedettini a partire dal sesto secolo avevano disseminato il territorio di abbazie e conventi. Salendo verso il monte Asprano scoprirete la umile facciata di uno di essi, abbarbicato sull’alto, e si direbbe irraggiungibile, costone che si inerpica ripido e verticale verso l’alto. Venendo da Cassino, ieri a pomeriggio, Alessandro via via che salivamo me lo ha indicato. Era difficile individuarlo tanto si confondeva con la roccia nella quale esso è incastonato. É il monastero “delle condizioni” mistiche, mi dice Angelo accompagnandomi sulla via da cui arrivano i pellegrini accolti dalla grande statua di Tommaso, alta dieci metri, che guarda la valle e domina il territorio. Monastero delle condizioni mistiche ed ascetiche lo chiamavano i monaci che in esso si ritiravano in preghiera per dedicarsi alla sublime ascesi.

Statua S. Tommaso di Aquino

È certo con quella falesia a strapiombo tra cielo e valle, rifletto tra me, era inevitabile chinare il capo ed immergersi in Dio o se volete nello spirito dell’Universo. Poi ci pensò l’Arcangelo Michele a consacrare questa terra e renderla patria per i Longobardi che venivano da Nord e recavano con sé la nostalgia di Odino che trasformarono in devozione per il Comandante delle Schiere Celesti. Aveva guidato gli eserciti degli angeli ed aveva in singolar tenzone sconfitto Lucifero, portatore di luce, ribellatosi a Dio Creatore in cerca di conoscenza o di dominio, era normale che i Longobardi si inginocchiassero davanti a Lui e lo adottassero come il loro nume tutelare.

L’Arcangelo aveva fissato la sua dimora a cavallo tra Oriente ed Occidente. Il Suo fendente divino aveva diviso e unito l’Europa e, partito dal fulcro fissato sul Monte Gargano, aveva raggiunto l’Irlanda e si era spento sul monte del Carmelo in Terra Santa dopo aver segnato l’Europa intera ed il Mediterraneo. Di qua Roma, di là Bisanzio. E Roma e Bisanzio ripresero a parlarsi nel nome di Michele. L’Arcangelo condottiero di Dio, nominato dalle scritture e conosciuto da Ebrei, Cristiani e Musulmani, aveva scelto sulla falesia che si innalza sopra a Caprile la sua grotta santuario sintesi della fede ortodossa e della fede latina. Ci arrampichiamo lungo il piccolo sentiero dove bisogna procedere in fila indiana e sul quale in occasione della festa dell’Arcangelo, il 29 settembre, la gente di Caprile e delle altre frazioni si recava in processione. Una processione lunga come una catena umana che si snodava silenziosa e orante sino a raggiungere l’eremo che oggi attende venga ripristinata per ricevere l’afflato di quanti qui han deciso di vivere e custodiscono la memoria secolare di cui è intriso.

L’affresco che vi apparirà appena metterete piede nella grotta-santuario è di quelli che vi lascian senza fiato. Esso é bizantino e nasconde un affresco proto romanico ma soprattutto mostra in alto un prezioso Cristo Pantocrator sfolgorante di luce, attorniato da quattro Angeli che lo sostengono nella gloria del cielo mentre in basso una Vergine ieratica e maestosa si colloca ai suoi piedi circondata da una parte e dall’altra dalla teoria dei santi apostoli il cui sguardo è proteso verso l’alto. Sulla parete laterale della piccola navata centrale un altro affresco mostra un bellissimo e trionfante Arcangelo Michele. L’incontro é di quelli che provocano la sindrome di Stendhal, soprattutto se non siete a conoscenza di tanta bellezza nascosta dietro un’umile parete contenuta in una grotta che vi sembrerà un povero ricovero per bestie e uomini attardati e sorpresi dalla sera.

Angelo ha lasciato che io scoprissi da me quel gioiello rimanendo muto e lasciandomi all’incanto di rimanere prigioniero della meraviglia che mi invade e che da esso promana. Certo è un arcangelo, direte voi, deve essere bello per definizione. Eppure se lo guardate bene la sua bellezza non è solo sfolgorante ma è il riflesso di un messaggio di conciliazione tra gli uomini e riassume in sé la forza del comandante divino e la dolcezza della madre di Dio.

“Conserva a mente questa immagine e poi, allorché, salendo verso il borgo del castello, entreremo nella chiesa dedicata a San Tommaso, la prima chiesa a lui dedicata, osserva bene l’affresco ivi ricoverato e confrontalo con questo”. A voce bassa Angelo, con queste parole, mi invita a contemplare l’affresco, poi mi indica una campana e una catena ad essa legata. La tentazione è forte e mi aggrappo ad essa imprimendo tutta la necessaria forza per muovere il batacchio e farla suonare a distesa… come se, all’improvviso, volessi dare un segnale… venite, accorrete, gente di Caprile, del monte e della valle, l’Arcangelo vi attende.

É sonoro, brillante e squillante il suono della campana e le onde sonore si diffondono per lungo tempo come un’eco che plana tutto intorno…

Anche voi come me, nell’affresco ricoverato nella chiesa di San Tommaso e proveniente da un altro eremo oggi ahimè distrutto, ritroverete l’anelito della grotta micaelica e l’espressione massima della bellezza con la percezione che in essa risiede l’alleanza divina tra dio e uomini che si manifesta per il tramite della Vergine e dell’Arcangelo i cui visi si somigliano fino a far pensare ad una identità mistica e soprannaturale. Vi renderete conto della potenza del Culto dell’Arcangelo. Oriente ed Occidente divisi e riuniti in esso, forza e dolcezza fusi indissolubilmente come i miti antichi dei guerrieri e popoli del Nord e la fede cristiana radicata a Roma e Bisanzio. Tutto questo in una umile grotta nobilitata dalla presenza dell’Arcangelo e impreziosita da quell’affresco che vi catturerà senza rimedio.

Come senza rimedio vi catturerà la presenza di Tommaso d’Aquino. Bue muto lo canzonavano i novizi compagni di monastero e di studio. Alberto Magno avvertiva quei novizi e li ammoniva “ i muggiti di questo Bue saranno talmente potenti da raggiungere ogni angolo del mondo”. E Tommaso vi accoglie appena entrerete in paese nella Roccasecca distesa a metà del costone del monte Asprano. Un monumento superbo lo proietta al cielo tenendo i suoi piedi ben ancorati alla terra. Perché è questa la grandezza di Tommaso: parlare al cielo e comunicare con gli uomini in terra. La sua sapienza unisce dio e gli uomini, la sapienza antica e quella nuova. Come l’Arcangelo tiene insieme Oriente ed Occidente, mito e fede, così Tomnaso fonde ragione e fede. Recupera la sapienza antica e fissa il primato di Dio che crea, laddove alla divinità antica tutto ciò era precluso. E nella similitudine dell’uomo con dio fissa la grandezza dell’uomo.

Così Tommaso parla il linguaggio di dio e della fede ma esalta la potenza della ragione umana con un avvertimento: laddove la ragione non riesce ad arrivare é bene lasciare che parli lo spirito di Dio. Si può o meno concordare, si può o meno comprendere ma certo la grandezza di Tommaso è esattamente lo specchio della grandezza umana che si riflette in Dio che lo creò a sua immagine lasciandogli la libertà di essere e di creare a sua volta. Cos’è l’arte se non la prosecuzione della creazione divina da parte dell’uomo? E cos’è la bellezza se non la capacità dell’artista di emulare l’armonia del creato? E, attenzione, l’arte risiede nella capacità di sentire di ogni essere umano come pure la capacità di scoprire e creare bellezza. Risiede in questo assunto la speranza di rimettere in piedi il mondo. E tutto questo voi lo potrete scoprire a Roccasecca.

Ad una condizione: che siate disposti a lasciarvi avvolgere dalla bellezza, che sappiate entrare in sintonia con il Creato e che vogliate esaltare la vostra religiosità mistica o laica e confrontarvi con la memoria di questi luoghi sedimentata in millenni di meravigliosa storia umana, senza alcuna soluzione di continuità. Fu San Benedetto a dare il via alla rinascita di questi luoghi dopo la decadenza seguita alla fine dell’impero romano. E Tommaso nacque nella rocca che sorge sulla cima del Monte costruita da un Abate benedettino e da questi affidata ai nobili d’Aquino. Ecco che il legame tra San Benedetto e San Domenico, tra la regola dell’ora et labora e la evangelizzazione a mezzo della predicazione, trova una sintesi in San Tommaso. Che poi andrà per il mondo ma la sua impronta a Roccasecca è, e resterà, indelebile. Come indelebile rimane la memoria di questa terra, sintesi di passato e futuro, di forza e bellezza, di Oriente ed Occidente, di miti pagani e fede cristiana.

Post scriptum

Sono andato su e giù per i monti e le falesie di Roccasecca e per santuari e chiese, guidato da Angelo che mi ha aperto orizzonti incantati e son giunto a Roccasecca per volontà di Alessandro che fortissimamente ha voluto che fosse qui presentato “Cammini a Sud” il mio romanzo d’amore per le terre di mezzo. Tutte le terre di mezzo in cerca di risveglio. A loro ed alle meravigliose persone che ho conosciuto e che hanno accolto con amore le emozioni che ancora mi posseggono, il mio grazie. Ho incontrato due giovani donne rappresentanti dell’Amministrazione Comunale di Roccasecca, Valentina ed Elisa, piene di passione per la loro terra. É un buon segnale. Sono convinto che giovani e donne siano il futuro di questo Paese ed anche delle meravigliose terre di mezzo. Ad esse ed a tutta la comunità di Roccasecca va il mio grazie ed i miei auguri.

 

Antonio Corvino

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