Bojano, qualche anno dopo

Un nuovo grano al rosario della memoria e della ricerca delle radici. Politica meridionalista pubblica una ulteriore tappa del viaggio letterario di Antonio Corvino, alla scoperta di luoghi, paesaggi e identità culturali del Mezzogiorno di Italia. La rivista ha già ospitato altri report letterari di Corvino per offrire ai propri lettori una finestra su un mondo ricco di memorie che necessita di essere conosciuto e maggiormente valorizzato socialmente e culturalmente. Questa volta, personaggio del racconto è il territorio di Bojano, un comune di oltre 7.000 abitanti della provincia di Campobasso in Molise. Fa parte dell’Unione dei comuni delle Sorgenti del fiume Biferno. Il comune ha una lunga storia, le cui origini risalgono ai Sanniti Pentri. (N.d.R.)

L’arrivo a Bojano via Benevento

Sono arrivato a Bojano che era ormai vicino l’imbrunire. Mariantonietta e Franca sono venute a prendermi a Benevento dove ero giunto provenendo da Bari e prima ancora dalle terre Messapiche distese lungo l’Adriatico Meridionale. A Benevento avevo fatto in tempo a godermi per qualche minuto le torri con le mura longobarde e la Rocca dei Rettori e quel gioiello di Santa Sofia, sintesi della cristianità in chiave longobarda che aveva assorbito i culti antichi di Mefite madre della terra e di Iside madre di Horus, confluiti entrambi nella Madonna delle Grazie, madre di Dio. Avevo scambiato qualche battuta scherzosa con un capannello di anziani signori beneventani che facevano compagnia all’Imperatore Traiano che, dal piedistallo, muto, osservava e, mi sembrava, anche soddisfatto, quella familiarità addirittura intima con cui i discendenti degli antichi Sanniti, divenuti cives romani, lo intrattenevano. Si erano scostati per lasciarmi in solitario colloquio con l’imperatore prima che io li rincuorassi a restargli intorno, insieme a me.

Bojano i tetti

Lo sguardo mite di Traiano ed il suo volto sereno e quasi sorridente mi diceva che egli si scaldava al dolce respiro di quella gente orgogliosa e si beava ad ascoltare il duro eloquio di quei montanari i cui antenati avevano tenuto sotto scacco Roma per ben cinquanta anni prima di deporre le armi, e solo dopo che avevano ricevuto assicurazione che sarebbero stati trattati da pari e non da sudditi. Ho lasciato il capannello di cives intorno all’imperatore e sono corso incontro a Franca e Mariantonietta che intanto erano sopraggiunte. Abbiamo viaggiato in direzione di Bojano attraversando la valle che si stende tra Benevento e Campobasso solcata, da una parte, dal Calore e, dall’altra, dal Biferno e chiusa ad ovest dal monte Taburno ed a nord dalle cime del Matese. Il sole era ormai basso e infuocava le rade nuvole attraversate dalla vivida luce del tramonto mentre le ombre crepuscolari indugiavano lievi disegnando bianchi draghi e unicorni al galoppo lungo la linea dell’orizzonte.

Il Mediterraneo tra mare e monti

Non posso vivere lontano dal mare ma mi commuovo davanti alle montagne dico a mezza voce e dall’altra parte Franca sussurra spalleggiata da Mariantonietta che non saprebbe stare lontana dalle sue montagne. É il Mediterraneo che accarezza le sponde degli infiniti litorali ed esalta le cime che si inseguono senza sosta nei cieli al di sopra di esso, ovunque, mi dico. Trovatene un altro di mare che sappia fare altrettanto. In ogni dove sul pianeta. Così ragionando del continente Mediterraneo, che pure dovrà tornare a risplendere con la sua civiltà sulle sorti del mondo, siamo arrivati a Bojano, la nobile ed antica capitale dei Sanniti-Pentri che guidati dal bue, loro animale totem, nella notte dei tempi, allorquando Roma era un villaggio e tutto intorno risplendeva la gloria degli Etruschi e la ricchezza della Magna Graecia, si fermarono da queste parti zampillanti di fonti, attraversate da fiumi, popolate da boschi e radure immense e difese da monti amici quanto inaccessibili.
L’ultima volta che ci arrivai, una pioggia torrenziale ed un alloggio non proprio allettante spensero le mie attese. Non riuscii a cogliere lo spirito di questi luoghi. Il lungo cammino che ci attendeva, dal canto suo, concedeva poche soste. Bisognava rimettersi in marcia lungo sentieri e tratturi. Non era un’immersione nella storia di questi posti e nemmeno un tuffo nell’anima delle genti che li aveva abitati. Così mi dico che questa volta rimedierò. E come Diogene, se necessario, mi porrò alla ricerca della passata nobiltà ed alla scoperta dei segni di essa.

Bojano e la sua storia

Mariantonietta e Franca promettono di essere delle guide appassionate oltre che ricolme di conoscenza. Bojano ha seppellito la sua storia, mi dicono. Il suo territorio e le sue stesse piazze, le abitazioni ed i palazzi poggiano sulla storia antica, su strati successivi e accatastati gli uni sugli altri della loro storia. Qui a scavare verrebbe fuori tutto intero il nostro mondo, a partire dai primordi, perché la gente di qui, come appunto i loro antenati Sanniti, non ha mai voluto saperne di andar via da questa terra e su di essa ha stratificato la sua vita, stagione dopo stagione, sconfitta dopo sconfitta, vittoria dopo vittoria, mi dice Mariantonietta. Ha il gusto della poesia questa ricostruzione. E penso che sia straordinario per un popolo avere la coscienza di vivere sul proprio passato, sapendo che la casa di oggi è stata ricostruita cento e mille volte usando gli stessi materiali degli antenati e dei padri, addirittura sullo stesso luogo. In fondo la patria cos’è se non il luogo dove la memoria dei padri si è andata cumulando vivificata dal loro spirito. E mi auguro che questo valga ancora oggi e domani per chi resta ed anche per quanti se ne vanno in cerca di nuovi approdi, nuove terre e nuove vite. C’è un traffico caotico.

Civita scorcio paese

Bojano, il centro storico

Ci avviciniamo al centro di Bojano. Alloggerò in un antico palazzo nel cuore storico della città e questo mi mette di buon umore fino al punto da non lasciarmi suggestionare più di tanto dal traffico impazzito di una città che conta soltanto sette/ottomila abitanti e che dovrebbe essere percorsa in una manciata di minuti a piedi da una parte all’altra. Siamo giunti in piazza. Abbiamo attraversato per intero l’abitato e abbiamo raggiunto la parte più riposta di esso. Ne percepisco immediatamente la nobiltà. Il lastricato di bianchi basoli che illumina i vicoli, i campanili che sfilano davanti a me, le chiese e la cattedrale, tutto sembra come allineato in direzione del monte, affastellato sul pendio di esso, mentre la parte nuova é tutta distesa sul versante pianeggiante. In realtà la parte vecchia del paese, il centro storico, come si usa denominarlo adesso, mi appare caldo ed accogliente, orgoglioso e conscio del suo valore. I lampioni sembrano accarezzarlo con la loro luce fioca ed un po’ giallognola.

L’alloggio

É ormai sera conclamata. Prendo possesso del mio alloggio. L’accoglienza è avvenuta on line, codici e codici, ad aprire e chiudere, ma va bene così. Non si può far finta che la modernità, seppur fastidiosa, non abbia fatto irruzione dappertutto, anche nei centri storici. Sono curioso di uscire e addentrarmi per le vie antiche. Saluto Franca e Mariantonietta ed entro nel palazzo dove per due giorni sarò ospite. É bello e pieno di fascino. Un grande portone introduce in un porticato dietro il quale si apre un piccolo spazio interno all’aperto, una specie di cortile che magari un tempo era popolato da animali domestici i più vari. Una bella scala dagli alti gradini come usava una volta, conduce agli appartamenti. Codice digitato e la serratura d’incanto cede… zac, avanti. Mi piace l’ingresso e l’ampio corridoio su cui si aprono le stanze. Altro codice e…zac docile ed accogliente si apre la porta della mia camera. Bella, ampia e spaziosa. Un gran bel letto matrimoniale, un bagno nuovo e profumato. Asciugamani con lo stemma del palazzo. Mi sistemo e scendo. Ho fretta. Devo annientare il ricordo di qualche anno fa che mi aveva amareggiato ed intristito. Tanto risultò frustrato il mio desiderio. La via su cui si apre il palazzo è ampia e lastricata di bianche pietre, antiche, lucide e perfettamente allineate. Da una parte si arriva in cattedrale dall’altra al vescovado. Riconosco i luoghi già percorsi con lo zaino in spalla e la pioggia ad offuscare lo sguardo. Ma questa sera mi sembra tutto perfetto. Il caos si accumula a valle, qui c’è quiete.

Lu vic p’dent

É venerdì ma non sento particolari rumori di concentrazione umana. Forse é presto, mi dico. Decido di entrare in una trattoria che si apre di fronte al palazzo dove ho preso alloggio. Andrò dopo a fare un giro. La trattoria è in uno spazio anch’esso antico. Mi accorgo che tutto mi sembra perfetto. Il proprietario mi accoglie gentile. La sala è intima e raccolta. Pochi tavoli, tutti di vecchio legno pieno di vita accumulata. Ci tengono ai particolari qui. Vi sono già dei commensali. L’atmosfera è serena, rilassata. In sottofondo una bella selezione di musica jazz. Viene da me un ragazzo, é un sommelier e mi invita in cantina per un aperitivo. La cantina è in una vecchia rimessa, le pietre si sporgono chiedendo di essere guardate, ascoltate, possenti assi di legno sostengono il soffitto e lungo le pareti, in bell’ordine, file leggiadre di bottiglie si allineano esibendo il loro valore. Il giovane sommelier mi sembra innamorato di questo posto. Mi offre un prosecco con dei bocconcini di fior di latte e tocchetti di una focaccia bianca soffice, croccante e squisita. Un prosciutto domina sul tavolo centrale pronto per essere affettato. Mi consiglia un rosso per la mia cena. Si, gli dico di essere d’accordo e aggiungo che vorrei assaggiare un vino molisano. Il giovane sommelier mi ha però anticipato. Prende una riserva di Tintilia. É la prima volta che ne sento parlare. Ho un pò la puzza sotto il naso. Vuoi mettere? Primitivo, Negramaro, Nero di Troia, Nero d’Avola, Cannonau, Aglianico, Greco di Tuto…i vini del Vesuvio… il giovane sommelier non si scompone. “É un vitigno autoctono” mi spiega “che produce un gran vino oggi protetto da denominazione di origine controllata.” Rosso rubino con sfumature violacee. 14/16 gradi di contenuto alcolico. Roba da incutere rispetto. Torno in sala. Assaggio il calice di Tintilia. Un gran profumo, intenso e delicato nel contempo. Corposo al palato e sapido quanto basta. Si lascia centellinare piacevolmente. Aveva ragione il giovane sommelier. Un gran vino con una storia d’amore alle spalle. Il vitigno, dice una leggenda, arrivò direttamente dalla Spagna ad opera di un nobile del posto intristito per la morte prematura della sposa spagnola. Da allora il vitigno si è ambientato straordinariamente avendo trovato sulle colline dei dintorni le condizioni ideali per il suo sviluppo. Beh, mito e leggenda confluiscono in questo vino come in tutto il territorio sannitico. Ho assaggiato un primo con maltagliati, patate e provola con peperone crusco. un piatto che da solo vale la cena. Qui, grazie a dio, pascolano ancora le mucche podoliche ed i tratturi della transumanza, pur violati in più parti, resistono ed i prodotti caseari sono di grande qualità. Mi riconcilio con i miei ricordi. Il giovane sommelier mi saluta non prima di avermi offerto un sorso di estratto di mele annurche ed un altro di erbe, entrambi di rara bontà. Appena entrato mi era sembrato tutto un po’ eccessivamente affettato, me ne esco con il convincimento che in questa trattoria dal nome meraviglioso di “lu Vic p’dent” vico che va dentro al centro storico, al passato, alla bellezza, alla bontà, come più vi pare, vogliono affermare una sorta di cesura con il degrado della modernità che si affastella nel traffico e nelle auto che proprio non si giustificano per un paese di settemila abitanti. É come se nel “lu Vic p’dent” volessero avvertire che, nonostante tutto, qui siamo ancora nella capitale del popolo sannita. Sanniti Pentri per la precisione.

 

La notte incombente

La sera va cedendo il passo alla notte ed io, uscito dalla trattoria, mi avvio lungo gli stretti vicoli del borgo antico. Dalla via centrale che lega cattedrale, vescovado, chiese, campanili, arciconfraternite e monasteri, si dipartono vicoli che salgono verso il monte. Qua e là scorgo delle luci filtrare da finestre piuttosto malandate. Intravedo anche dei panni stesi alle finestre ed ai balconi.
Insomma si intravedono degli sprazzi di vita ogni tanto. Anche qualche timido locale si affaccia nei vicoli. Ma non vedo assembramenti o folle di ragazzi e ragazze. Forse vanno a Campobasso per passare la serata, visto che é venerdì. Quei pochi che sono rimasti, perchéé il resto credo che sia in giro per il mondo a raddrizzare una vita ostica divenuta proprio difficile a Sud. Roba da creare uno stridore che fa male tanto é incantato il borgo abbandonato. L’impressione che avverto è la medesima che già provai in passato allorquando mi addentrai da queste parti tra la pioggia.
Una sensazione di rinuncia, di abbandono come se avesse definitivamente prevalso il convincimento che qui non c’è più niente da fare e che la vita è altrove. Ed invece no, mi dico.
Questo è un posto che deve, vuole vivere. Ma che deve vivere di vita autentica, con gente vera che ci abita e che ama questi vicoli, questi pendii dei colli che salgono, queste case vecchie che attendono. E mi auguro che qui non attecchisca la gentrification con la trasformazione delle case in alloggi per turisti. Ben vengano i turisti, mi sorprendo a pensare, ma per godere di una città viva e non per attraversare una città morta. É ormai tempo di rientrare… e mentre torno sui miei passi per guadagnare il mio alloggio, sulla destra un segnale giallo di quelli che segnalano presenze o itinerari turistici mi avverte che sopra al monte, a ottocento metri di altitudine ed qualche chilometro di distanza, vi è Civita, il borgo medievale che fu edificato laddove si ergeva una delle roccaforti sannite a protezione della capitale Bojano. Do un’occhiata alla stradina che si inerpica. Domani ci tornerò per imboccarla e percorrerla tutta fino a ritrovarmi nel borgo medievale e tra le reminiscenze della gloria sannita, chissà.

Civita, dove il borgo custodisce la memoria.

Civita risplende come un cammeo immerso nel verde dei boschi a oltre ottocento metri di altitudine sopra Bojano che rimane quattrocento metri più giù. I suoi tetti rossi si dispongono sul terreno scosceso, come brevi accordi che si inseguono armoniosamente sulla tastiera di un pianoforte allungandosi quindi come una sonata sul pianoro che annuncia la fine del poggio. Essi contrastano con il cielo azzurro illuminato dal sole di una giornata di maggio che annuncia l’estate. Il piccolo borgo medievale appare intatto e come immobile nel suo sonno ultramillenario. Qui i Sanniti Pentri per primi avevano innalzato la loro rocca e quindi i Longobardi vi avevano costruito il castello poi ampliato dai Normanni Svevi. Federico Secondo lo elesse a suo possedimento privilegiato.

Civita, panorama

Il territorio, l’orizzonte, il paesaggio

Oggi, del castello, restano solo i ruderi, sufficienti tuttavia a testimoniare la grandiosità della costruzione. Pare che il castello di Civita fosse imponente, tra i più vasti se non il più grande di tutto il regno. Esso era stato concepito per resistere ad ogni attacco nemico e dare ricovero alla gente del
Contado in caso di guerra o semplicemente di bisogno secondo le regole ed i dettami dei Sanniti che costruivano in alto le roccaforti per difendere la loro indipendenza da eventuali assalitori e proteggere le comunità dalle eventuali invasioni. Con Montefusco in direzione dell’Irpinia e della Daunia e Civita al centro del Molise, Federico controllava una vasta area di territorio tra il Tirreno e l’Adriatico a due passi da Napoli e da Roma, in direzione delle ricche città disseminate nel bel mezzo della penisola italica oltre che delle terre Appulo-Lucane e Calabre. Sullo sfondo la cima appuntita della Crocella e più distante la Gallinola e Monte Mutria incastonano la macchia scura di Civita in un alveolo prezioso. Dalla parte opposta la valle si stende di sotto tutta intera sino ai colli che annunciano e nascondono Campobasso. Avevano una straordinaria visione del territorio i Sanniti con la divisione tra piano e monte e la rete dei tratturi come collante. Chi venne dopo non fece altro che consolidare quella visione sviluppandone le grandi trame con un tessuto agro-pastorale, sociale ed urbano giunto sino ai giorni nostri.

Civita castello

Bojano?

Non riuscirai mai a capire cosa é Bojano se non vai a Civita e poi non ti arrampichi sino all’Eremo di Sant’Egidio, non raggiungi la Crocella e non ti fermi a comporre l’Orizzonte tra il picco della Gallinola, la cima di Monte Miletto e la vetta di Monte Mutria. Stiamo parlando del tetto del Molise, duemila metri più o meno, che è qui proprio sopra Bojano… e che si specchia nel lago Matese.
Roba da non credere ai propri occhi. Campobasso, dall’altra parte, guarda tanto splendore.
Tra i boschi, in direzione di Civita incrociamo le indicazioni di un sentiero che conduce a Campitello Matese dopo 16 chilometri di arrampicate tra i monti che fan corona all’antica capitale dei Sanniti, i Sanniti Pentri che sulle cime costruivano le città fortificate mentre nella valle tracciavano i tratturi della transumanza e costruivano i villaggi per custodire mandrie e greggi e coltivare i terreni. Noi stiamo puntando a Civita dove ci fermeremo dopo una arrampicata di soli cinque/sei chilometri, non disponendo del tempo necessario per raggiungere le altre destinazioni. Ma non è poco. Da Civita infatti, potremo osservare il territorio per intero, in alto ed in basso, allo stesso modo in cui i guerrieri sanniti prima e successivamente gli armigeri Longobardi, Normanni Svevi, Templari oltre che gli eremiti ed i viandanti, lo controllavano nei tempi andati.

Bojano cetro storico

Centro e periferia nel villaggio globale

In compagnia di Mariantonietta e di Elisa, l’una dedita alla ricomposizione della memoria storica dei popoli Sanniti, e l’altra esperta conoscitrice di tutto ciò che cresce e si muove tra le cime che si stagliano nel cielo di Bojano, a prima mattina sono già per strada, intenzionato ad impossessarmi finalmente dei segreti che mi erano sfuggiti qualche anno addietro e la cui intensità mi aveva sorpreso ed incuriosito la sera del mio arrivo, nel corso della passeggiata notturna e solitaria compiuta tra le stradine deserte, silenziose che, mi pareva, fossero in spasmodica attesa di qualche forestiero, quale io ero, per rivelarsi, visto che i Bojanesi sembrano incapaci di coglierne il limpido richiamo. Mi rendo conto che il centro antico di Bojano è piuttosto esteso e va ben oltre il Corso che mette in fila nobili palazzi, la cattedrale, il Vescovado, le chiese ed i campanili oltre che monasteri ed arciconfraternite segnando il discrimine o, se volete, unendo l’antica Bojano, quella sannita e medievale con la nuova, quella cresciuta tra fine ottocento e primi del novecento al di là della piazza colma di alberi ed aiuole come un lungo giardino. Oltre la piazza, in direzione della valle l’abitato di Bojano scivola verso la recente periferia che qui si ostinano, per un arcano motivo legato alla contemporanea cultura del villaggio globale, a chiamare centro.

Bojano il fiume Biferno

La nobiltà dell’acqua e la civiltà della transumanza

Qui è rimasta l’acqua a nobilitare ogni cosa nonostante il suo corso sia stato irregimentato tra sponde e argini che ne han sottratto alvei e bellezza. Il fiume Biferno attraversa per intero l’abitato, dopo aver preso forma dalle sorgenti che si trovano proprio ai margini del nucleo storico della città, appena un po’’più in là, oltre la Cattedrale, tra le Pietre Cavate o Cadute, come le chiamano qui. I torrenti Callora e Calderari, dal canto loro si inseguono prima di approdare tra le sponde del Biferno. Dappertutto fonti, lavatoi, fontane, rivoli, laghetti, sorgenti, vivificano Bojano. D’altronde fu proprio l’acqua, che rendeva lussureggiante questo territorio, a convincere il sacro bove ad arrestarsi indicando ai giovani sanniti che avevano lasciato la terra dei padri in cerca di una nuova patria che era proprio lì che doveva sorgere la nuova città. Con Elisa, ho passeggiato in lungo ed in largo nella mattinata di ieri, alla scoperta dell’acqua. Il vecchio decumano inferiore disposto sul limitare di questa parte della città è oggi sommerso. É rimasto integro il decumano superiore, quello che, trasformato in corso, attraversa il borgo dal lato del monte. Esattamente quello che io ho percorso la sera del mio arrivo. Esso fu realizzato sul tratturo della transumanza battuto dai Sanniti e che dall’Abbruzzo raggiungeva la Daunia dopo aver attraversato il Molise e la Campania. In pratica univa in un sistema ramificato e compatto il cuore dell’intero territorio italico. Una straordinaria civiltà, custodita sotto le millenarie stratificazioni sociali, religiose, militari, urbane, istituzionali che han segnato questo territorio nel tempo, si dispiega davanti a noi. Non puoi capire Bojano, mi aveva detto Elisa, se non cogli la sua dimensione liquida. E Mariantonietta, a sua volta, mi aveva avvertito che per scoprire la grandezza di Bojano devi partire dalle infinite sedimentazioni della civiltà Osco-Sannita nascoste nella memoria storica oltre che nelle viscere del territorio e tra le pietre accumulate ai margini dei templi e lungo i cammini che conducono negli impervi luoghi identitari.

Il divino declinato al femminile

Le divinità femminili segnavano, dal canto loro, la fertilità e la fortuna stessa delle terre e delle genti di qua, aveva aggiunto Elisa indicandomi il tempio cristiano che si trova all’estremo opposto, rispetto alla cattedrale, del corso-decumano-tratturo, oggi intitolato alla Vergine Madre di Dio ed un tempo dedicato a Venere mentre ancor prima era Mefite a preservare la felicità dei popoli osci. É davvero straordinaria la presenza femminile tra le divinità primigenie dei popoli Osco-Sanniti che confluirono insieme a quelle dell’Olimpo greco-romano nel culto della cristiana Madre di dio. Così, seguendo i racconti delle mie guide ho attraversato il vecchio corso-decumano-tratturo con nuova consapevolezza scoprendo il borgo che si inerpicava sui fianchi del monte e che mi rivela, man mano che avanziamo, una dimensione ed una articolazione nuova, prima a me del tutto sconosciuta. Ci fermiamo in fondo ad esso.

Il palazzo ducale, la scommessa della memoria ed i panni stesi

Davanti a noi c’è il palazzo ducale che risale al milleduecento. Lo caratterizzano uno stemma nobiliare collocato in cima all’austero portone ed una facciata a tre livelli scanditi da altrettanti ordini di finestre tutte contrassegnate da linee pulite ed essenziali. Sembra in buone condizioni, a giudicare dall’esterno. Non è poco considerata l’epoca a cui risale. Di fronte si stende quella che un tempo era stata la piazza della cattedrale e, incastonato nel muro laterale di questa, si offre allo sguardo meravigliato l’antico portale gotico di derivazione Normanno-Sveva con l’elegante rosone che avevano segnato l’originale prospetto prima che terremoti, guerre e ricostruzioni ne mutassero radicalmente stile e disposizione. Un grande giardino circonda il palazzo separandolo dall’abitato mentre un fitto bosco lo protegge verso il monte. Molte sono le leggende che legano il palazzo incastonato sul pendio che sale verso l’altura di Civita. Storie di cunicoli e pozzi che comunicherebbero tra di loro tracciando più o meno improbabili vie di fuga. Mariantonietta mi informa che è stato appena venduto. Per un attimo spero che l’abbia comprato il Comune. No, é un privato, pieno di passione civile ed orgoglio sannita che lo ha rilevato, precisa. “Per farne casa mia” dice Pierluigi, il neo proprietario che è venuto ad aprirlo per noi e che così dissipa i miei dubbi. Avevo Intravisto lo spauracchio della gentrification: il palazzo ducale si presterebbe ad una destinazione turistica. “Niente di tutto questo. Solo amore e desiderio di ripristinare la memoria e conservarla quanto più a lungo possibile” mi rassicura Pierluigi, le cui parole suonano come una consolazione. Allo stesso modo dei panni stesi che vedo pendere da più di qualche finestra lungo le viuzze che salgono in direzione dell’altura dove ci attende Civita. Quei panni stesi sono l’ultimo baluardo di autenticità di un borgo che conta qualche millennio di storia e che custodisce nelle sue fondamenta la memoria della stessa civiltà sannitica. Se si potesse scavare, mi dice Mariantonietta, l’intera epopea osco-sannita salterebbe fuori dal sottosuolo di Bojano.

 

L’ascesa verso Civita

Siamo ormai sulla strada per Civita.
Il borgo a valle è scomparso alle nostre spalle mentre abbiamo preso a camminare tra i boschi di pioppi, querce e di aceri che poi in alto lasceranno il posto a castagni e faggi. Man mano che ci innalziamo, Bojano mostra via via l’articolazione del suo abitato con il nucleo storico racchiuso tra il decumano inferiore, quello sommerso dalle acque, la piazza-giardino, il decumano-tratturo-corso ed il crinale del monte. Sul versante opposto la parte nuova, che io mi ostino a considerare periferia, laddove i Bojanesi la individuano come il centro della loro nuova città. Oltre l’abitato, la valle é punteggiata da qualche fabbrica. Sui colli sono raccolti piccoli insediamenti urbani, frazioni di Bojano, mentre più in là si intravede la via per Campobasso. Ma é da questa parte, verso nord-ovest che Bojano rivela per intero la sua grandezza oltre che la sua bellezza. Procediamo con fatica ed un pò di affanno. Per quanto mi riguarda sono fermo dal mio ritorno da Santiago a novembre scorso. Mariantonietta mi sembra più tonica, Elisa centellina gli sforzi. Il bosco si chiude su di noi con alberi maestosi. Il sentiero si inerpica decisamente in direzione di Civita. Le vecchie mura e le torri longobarde fanno capolino tra la spessa ed intricata vegetazione. Continuiamo a salire fermandoci di quando in quando ad ammirare il Monte della Crocella che ormai svetta libero davanti a noi. Anche la vetta della Gallinola, il monte Miletto e il Monte Mutria si mostrano in lineare successione. Il cielo splende di azzurro, il sole è caldo e illumina di vivida luce tutto il paesaggio. É davvero un paradiso.

E, all’improvviso, nel borgo di Civita la Giudecca

Il sentiero si allarga sino a diventare tratturo e quindi viottolo prima di assumere finalmente le sembianze di una piccola via. Da un lato e dall’altro si dipanano brevi teorie di case disabitate. Risalgono al Medio Evo. Sono costruite con pietre tenute insieme da un impasto primitivo di terra e malta. Sono umili ma bellissime. “Località la Giudecca” recita la scritta incorniciata tra righe di vernice sbiadita dal sole all’angolo della prima costruzione. “La Giudecca?” Chiedo sorpreso. “Si” mi risponde Mariantonietta “qui viveva una comunità israelitica, spostatasi o trasferita a seguito di insofferenze che avevano preso a serpeggiare nelle città e dovunque nel regno. Siamo nel Medio Evo. Qui, dopo i Longobardi e i Normanni avevano preso a dominare gli Svevi e Federico Secondo che governava con lungimiranza e buon senso, favorì qui sopra l’insediamento di una comunità di Ebrei, al riparo da violenze e discriminazioni.” Allo stesso modo in cui egli ripopolò Lucera con i Saraceni che non volevano tornare in Patria ma non potevano più restare in Sicilia, rammento tra me. Trovo straordinaria questa enclave ebrea a Civita su un colle alto oltre ottocento metri sopra Bojano antica capitale dei Sanniti e inespugnabile roccaforte fino ai tempi medievali.

La Crocella, l’eremo di Sant’Egidio e il culto dell’Arcangelo Michele

Abbiamo attraversato per intero le linde e deserte stradine del borgo e ci siamo diretti verso il castello. Incrociamo degli escursionisti che tornano dalla Crocella la quale, sempre più maestosa, incombe su di noi. Scorgo l’umile croce di ferro che segna il punto più alto della cima posta a poco più di mille metri ma che diresti assai più ardita per la conformazione a punta su cui via via la vegetazione si dirada liberando lo sguardo verso l’orizzonte pulito attraversato dagli altri monti assai più alti che le fanno corona. A metà costa davanti a noi l’alta marea boschiva si interrompe intorno ad una specie di radura. Lì vi è l’eremo di Sant’Egidio che, accanto alla piccola chiesa ed alle celle degli eremiti e delle eremite – perché si ha notizia che anche delle religiose abbiano soggiornato qui, più recentemente – alcuni locali furono costruiti per accogliere pellegrini e viandanti nei tempi in cui le montagne e le valli venivano percorse a piedi. “Sant’Egidio” mi spiegano le mie preziose guide ”é un luogo identitario degli abitanti di Bojano. Non rinuncerebbero per nulla al mondo al pellegrinaggio in occasione della festa che si celebra in settembre, in uno con la ricorrenza delle apparizioni che segnarono, da queste parti, il culto dell’arcangelo Michele venerato con grande fervore sin dai primordi dell’avvento cristiano, e dai Longobardi in avanti.” Rammento così che lungo il percorso avevo intravisto un piccolo santuario dedicato all’Arcangelo. Rammento altresì che in cattedrale ed anche nelle altre chiese di Bojano avevo visto le statue raffiguranti l’Arcangelo alle prese con Lucifero. A Sant’Angelo in Grotte, a due passi da qui, vi è un importante santuario racchiuso in una grotta dentro la montagna dedicato all’Arcangelo. Anzi si dice che le prime apparizioni avvennero proprio a Sant’Angelo in Grotte ai primi del quinto secolo dopo Cristo laddove la consacrazione di Monte Sant’Angelo sul Gargano avvenne solo alla fine del secolo. In realtà qui é molto diffusa la devozione per l’Arcangelo, familiarmente denominato San Michele. Vi è addirittura un percorso micaelico che attraversa il territorio qui intorno innestandosi sulla via micaelica che dall’Irlanda giunge sino al Monte del Carmelo in Terra Santa. D’altronde l’Arcangelo aveva fuso in sé il culto pagano per Ermes, il dio alato dei Greci e Romani con il culto per Odino, il dio guerriero dei popoli nordici che scesero, all’indomani del crollo di Roma, nelle terre italiche dove già si venerava il dio italico Ercole con la divina Mefite. E mentre Elisa racconta delle abitudini dei Bojanesi di fermarsi a gozzovigliare nei pressi dell’eremo per smaltire la fatica del pellegrinaggio ma anche per evocare in un pagano contrappasso la santità degli eremiti, torniamo verso il borgo di Civita.

Il regno di Filindo nel segno dei migranti

A Civita, quando sono ormai scoccate le due pomeridiane, ci ha raggiunto Franca e tutti insieme ci ritroviamo nella trattoria di Filindo. Una piccola, intima trattoria nel cuore del borgo, sul limitare della piccola piazza dove si innalza il monumento agli emigranti che a me viene di denominare “migranti” ed immagino che Federico avrebbe saputo ripopolare queste terre ed i borghi abbandonati organizzandovi l’arrivo di nuove genti che avrebbero, a loro volta, restituito grandezza e sviluppo a questi luoghi invece di lasciarle morire nel deserto, nel Mediterraneo o tra le montagne dei Balcani mentre le terre di mezzo ed i loro borghi, i paesi e le città deperiscono nel’abbandono se non nella assurda, totale desertificazione. Filindo ci accoglie con un gran sorriso. Conosce Mariantonietta e Franca da quando erano bambini e scorrazzavano insieme per i boschi lungo i pendii del monte sopra Bojano e nello stesso borgo di Civita in occasione dei pellegrinaggi sulla Crocella, verso l’eremo di Sant’Egidio. E da grande Filindo ha realizzato il suo sogno di creare un piccolo ristorante proprio a Civita. Ci accoglie con un calice di Tintilia e ci racconta la sua cucina piena di gusto, semplicemente raffinata e tutta protesa a valorizzare l’autenticità del luogo con la sua biodiversità. Beh, mi dico, anche questo é un bel segnale di speranza che si affianca alla passione di Pierluigi, ai panni stesi della gente che continua a rimanere ed alla sofisticata rappresentazione de “lu vic p’dent” dove ho cenato la sera del mio arrivo scoprendovi un mondo che ho ritrovato a Civita alla corte di sua maestà l’Oste Filindo coadiuvato da moglie e figlia, regina e principessa di questo regno familiare.

 

Il ritorno

Mi aspetta tra qualche ora il ritorno. Dopo il meraviglioso mediterraneo, vegetariano desinare, siamo tornati giù in auto. Elisa è diretta a Campobasso da dove proseguirà per Matera, con il Sannio nel cuore. Mariantonietta e Franca resteranno a Bojano a custodirne, come le antiche sacerdotesse, la memoria in attesa che essa vivifichi e riscatti il tempo presente arrestando la sdrucciolevole deriva che rischia di travolgerlo. Io partirò per l’Adriatico, a Sud, in attesa di riprendere a fantasticare nel mio mondo prima di rimettermi sulla strada delle terre di mezzo. E intanto mi accorgo che la mia scoperta dello straordinario mondo sannitico, santificato da Mefite, é avvenuta qui a Bojano, a Civita, tra i monti della Crocella, della Gallinola e Mutria, tra decumani e tratturi, tra rivoli, sorgenti e fiumi, tra templi pagani e santuari cristiani, con la guida sapiente e preziosa, oltre che leggiadra, di tre donne a conferma che la civiltà sannita, pur nella sua caratterizzazione guerresca, non ha mai smesso di essere una civiltà al femminile. Parola di un neofita iniziato al culto ed alla memoria di Mefite.

 

Antonio Corvino