Intervista ad Aldo Masullo sul pensiero di Guido Dorso

Aldo-Masullo

Vogliamo riproporre in occasione della ricorrenza della morte del filosofo Aldo Masullo, avvenuta il 24 aprile del 2020, una lunga ed articolata intervista, curata dal segretario generale dell’Associazione internazionale Guido Dorso Francesco Saverio Coppola a settembre del 2019 per il libro “Cento uomini di ferro e più” edito per i primi quaranta anni del Premio. Tale opera è stata donata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dell’incontro al Quirinale del 7 novembre 2019 Aldo Masullo, già Premio Dorso per la cultura nel 2011, è stato un filosofo e saggista di lungo corso, non meridionalista come amava definirsi, un uomo di grande equilibrio e spessore morale. Uomo di grande lucidità di pensiero e profondo conoscitore dei fatti e degli uomini del Mezzogiorno, ha saputo coniugare pensiero ed azione impegnandosi anche politicamente. La sua saggezza e il rapporto con le giovani generazioni sono un esempio di vita.

Al ricordo dell’Associazione presieduta da Nicola Squitieri si associa il ricordo personale del Segretario generale. Dice Francesco Saverio Coppola: “ho avuto tanti incontri con il prof. Aldo Masullo, che per me costituiscono tappe della mia formazione culturale, ma ne voglio ricordare in particolare quattro. Ho conosciuto Aldo Masullo per la prima volta a 16 anni, io studente liceale dell’ Istituto Vittorio Emanuele II di Napoli, frequentavo dei corsi sul pensiero mazziniano al Giambattista Vico, organizzati dal filosofo Cleto Carbonara e dalla Associazione mazziniana (A.M.I). Conobbi un giovane maturo Aldo che teneva delle lezioni sull’argomento, già allora mi fu maestro e mentore. Nel 1996, ero allora il capo dell’ufficio studi del Banco di Napoli, insieme al Presidente del Banco di Napoli Federico Pepe ci incontrammo per creare una collaborazione di pensiero per lo sviluppo del Mezzogiorno, che attraversava in quel periodo una crisi profonda dopo l’abolizione della Cassa del Mezzogiorno e i nuovi vincoli europei dettati dal trattato di Maastricht, anche in questa occasione dimostrò di essere non solo uomo di pensiero lungo, ma anche di ragione pratica. Nel 2011, quando ci incontrammo a Roma, in occasione dell’assegnazione del premio Dorso per la cultura su proposta della Università Federico II di Napoli, fui profondamente colpito dalla sue parole sulla responsabilità dell’uomo nella storia e nella società, con una amara e critica riflessione sulle classi dirigenti. Nel 2019 ci siamo incontrati a casa sua per una lunga intervista sui temi dello sviluppo economico, sociale e ruolo delle classi dirigenti nel Mezzogiorno, con una riflessione sul pensiero e l’azione di Guido Dorso. Stavamo progettando per il mese di aprile 2020 la presentazione di questo libro presso l’Unione industriali di Napoli, coinvolgendo il presidente Vito Grassi, ma la tormenta del coronavirus e la morte di Aldo Masullo non ha permesso tale manifestazione”.

Oggi 24 aprile 2021 una delegazione di persone legate ad Aldo da vincoli di amicizia e di pensiero , tra cui Nino Daniele, si sono recati ad Ascea agli scavi di Elea, luogo simbolo della filosofia della Magna Grecia, ricordiamo Parmenide, Zenone, per deporre un fascio di fiori e ricordare la figura di Aldo Masullo.

Nota per il lettore le domande sono indicate con la lettera D, le risposte di Aldo Masullo sono indicate con la lettera “R”.

 

Intervista ad Aldo Masullo sul pensiero di Guido Dorso

di Francesco Saverio Coppola

 

D: Che cosa pensa di Guido Dorso e della questione meridionale?

R: Non sono uno studioso specialista di queste cose né del pensiero di Guido Dorso, la mia impressione è che Guido Dorso rappresenti una rottura forte in un certo tipo di tradizione culturale irpina piuttosto conservatrice e soprattutto abbia avuto il merito di capire che le disavventure, le miserie e le difficoltà dell’Irpinia erano legate alla sua struttura sociale di base, in questo egli è stato certamente un anticipatore ed è anche questa la ragione per cui – per quanto io sappia – egli poi è rimasto isolato, perché il suo spessore culturale lo portava ad assumere posizioni del tutto incompatibili con il mondo entro il quale egli era costretto a muoversi e quindi la figura di Dorso mi sembra che rappresenti una pagina incompiuta della grande libro della storia dell’Italia meridionale in particolare dell’Irpinia, una pagina incompiuta, per me Dorso è una figura in un certo senso romantica, perché è la figura di una persona che assume un suo atteggiamento anticonformista e lo mantiene questo atteggiamento nonostante tutte le difficoltà che incontra. Preciso che ovviamente quando parlo di romanticismo e di anticonformismo di Dorso lo dico dal punto di vista psicologico, dal punto di vista morale, ma dal punto di vista politico, le sue idee erano tutt’altro che meramente romantiche o anticonformistiche, erano idee di una possibile trasformazione della società irpina, meridionale più in genere ma soprattutto irpina, trasformazione profonda rispetto a quello che era rimasta anche nel novecento nonostante tutto quello che era successo dal punto di vista storico durante il secolo precedente. Quindi io quando penso a Dorso penso un’opera incompiuta e questo mi pare che sia l’elemento che rende anche la sua figura in un certo senso degna di grande rispetto e ammirazione e anche ancora capace di ispirare linee di riflessione che non siamo stati ancora in grado di sviluppare.

 

D: Lei è un irpino, nato ad Avellino anche se poi ha girato il mondo.

R: Sono avellinese di nascita e basta, perché a due mesi mi portarono via da Avellino per la semplice ragione che i miei genitori erano avellinesi irpini purosangue, ma mio padre a quell’epoca era impiegato a Torino e quindi mia madre quando si trattò di partorire venne ad Avellino si trasferì nella casa paterna, così io, figlio di emigrati irpini in Piemonte, nacqui nonostante tutto ad Avellino per questa decisione di mia madre e anche questo forse è una delle ragioni della mia riconoscenza a lei.

 

D: Tornando sempre sul pensiero di Dorso, il suo pensiero nasce in un’epoca in cui questi problemi non avevano molta diffusione teorica, in cui però nella realtà sociale ed economica si andava affermando il dirigismo, in Italia, si affermava il dirigismo mussoliniano o fascista, in America si avviava gradual- mente il dirigismo rooseveltiano, la Russia sappiamo bene qual era la situazione, in Germania a seguito della repubblica di Weimar c’erano fermenti di dirigismo, un mondo che in qualche maniera aveva delle istanze di dirigismo. In quel momento, nel 1925, Dorso esprime un’istanza di dirigismo e parla per la prima volta della classe dirigente per lo sviluppo in particolare del Mezzogiorno. La carenza della classe dirigente, i vincoli storici, la necessità di un cambiamento che potrebbe essere o endogeno oppure come ipotizzava Dorso legato all’avvento di cento uomini di ferro, frutto di processi endogeni o di contaminazione dall’esterno del territorio. Dorso non ha mai chiarito il come, il problema chiaramente pone la necessità di avere dei pilastri fondanti per lo sviluppo, quale è la sua riflessione sull’argomento?

R: Io parlo non in termini politici, piuttosto in termini storici e sociologici nel senso che la storia ci mostra come ogni qual volta le società entrano in crisi cioè tendono a trasformarsi nella struttura dei loro interni rapporti, interni anche esterni, nasce come una diffusa tendenza al disordine – tra virgolette – e per converso nasce un bisogno politico di mettere ordine su questo disordine e quindi tanto più nelle società del nostro tempo, dalla fine dell’800 in poi in cui le trasformazioni avvengono con una sempre maggiore celerità e con sempre maggiore penetrazione nelle fibre del tessuto sociale, inevitabilmente si crea uno stato di disordine ripeto – tra virgolette – direi quasi in senso fisico tale da esigere quasi automaticamente l’intervento di sistemi di ristabilimento dell’ordine. Quindi noi abbiamo sul piano economico che dopo i grandi periodi di esplosione della libera concorrenza, del mercato eccetera eccetera, si vengano rendendo quasi necessari periodi in cui si affermano viceversa esigenze dirigistiche, questo è ricorrente nella storia delle società industriali ovviamente, perché le società preindustriali sono società senza movimento di trasformazione mentre le società industriali per la natura stessa dell’apparato produttivo sono società dinamiche nelle quali quindi rapidamente si consumano gli ordini, altrettanto urgentemente si presentano le esigenze di ordine.

 

D: Il dirigismo nasce essenzialmente da una trasformazione che cambia le struttura sociale, quindi è necessario consolidarla e qui nasce il problema del dirigismo, quindi è un ciclo che si ripete.

R: Anche sul piano strettamente economico e per quel tanto che il piano economico condiziona il piano sociale che non è poco. Guardo la cosa non da un punto di vista di ciò che vorrei ma dal punto di vista dell’analista, l’analisi che cosa ci mostra? Che quanto più rapidamente una società tende a trasformarsi e quindi a cambiare l’ordine esistente, tanto più fortemente si avverte l’esigenza di strumenti che rimettano in ordine, rendano controllabile ciò che ci viene via via producendo.

 

D: Invece per un territorio come il Mezzogiorno, dove non è mai esistita questa grande struttura industriale il ruolo di una classe dirigente quale può essere? in effetti le sue riflessioni possono valere per altri paesi come per l’Inghilterra, gli Stati Uniti. Il Mezzogiorno, come altri territori in ritardo di sviluppo, si è mosso sempre poco, pertanto non ha una vera cultura della trasformazione – perlomeno apparentemente – il problema della classe dirigente presenta caratteristiche diverse, si pone a questo punto all’inizio di un ciclo o alla fine?

R: Questa è la drammaticità della posizione delle classi dirigenti meridionali che sono al tempo stesso la sentinella della conservazione e sono chiamate oggettivamente ad essere promotrici della trasformazione, c’è una specie di dissociazione interna ma è il dramma tutto sommato dei pochi riformisti che noi abbiamo avuto nel Mezzogiorno perché sono tutti figli di quella classe dirigente conservatrice, molti erano nobili, e detto in altro modo il Mezzogiorno d’Italia è grosso modo ancora una realtà sociale tardo feudale, su questo io ho un’idea fissa, il famoso’99 – tanto caro a Gerardo Marotta – su questo lui ha ragione fu – diciamo – il campione di una rivoluzione che non avvenne, che avrebbe dovuto avvenire ma che non avvenne, fu l’esplosione di questo tentativo generoso tra l’altro reso possibile dall’esercito straniero, dalla presenza dei francesi e crollò perché i francesi se ne andarono, quella era una esigua minoranza che non aveva nessun rapporto con la realtà sociale, la realtà sociale era ancora quella feudale.

 

D: Esistono processi ereditari anche nel ricambio e nell’evoluzione della classe dirigente, che dovrebbero trasferire esperienze e visioni, invece questo non avviene e i processi di accumulazione culturale si interrompono. Questo avviene per le scuole di pensiero, nel campo artistico, nell’economia, nel governo della cosa pubblica, i processi di trasferimento culturale si interrompono, stranamente è come se la società meridionale distruggesse quello che è stato creato precedentemente, i figli mangiano i padri, nel Mezzogiorno abbiamo rispetto ad altri territori una maggiore capacità distruttiva, come spiega questo fenomeno?

R: Noi nell’Italia meridionale abbiamo una storia di alta cultura molto avanzata, abbiamo intuizioni di grandi forme di rinnovamento se pensiamo a quegli illuministi che si erano raccolti intorno a Carlo III per esempio Tanucci eccetera, delle idee di grande trasformazione, era l’Illuminismo francese che era stato riportato in Italia, quindi c’erano questi focolari intellettuali molto avanzati. Quando una minoranza intellettuale è molto avanzata perde completamente il legame con la media della società, con la società nelle sue strutture di base, le rivoluzioni si fanno non da parte delle elites come comunemente si dice, le rivoluzioni si fanno quando le masse popolari, quando una società nella sua grande parte giunge al momento di più non tollerabilità del modo in cui si trova, certo è l’intelligenza che sprizza la scintilla che diciamo lancia la parola d’ordine, ma finirebbero subito se non ci fosse – diremmo così – la paglia secca.

 

D: In effetti le eccellenze in qualsiasi campo non fanno massa critica, chiaramente v’è il grande rischio che si estinguano, in quanto non riescono ad essere assorbite dal tessuto sociale circostante.

R: Si sono isolate e quindi sono in contrapposizione con il popolo anziché essere in una tendenza.

 

D: Questo farebbe pensare che anche si riuscisse a importare dall’esterno eccellenze culturali, scientifiche farebbero la stessa fine, l’idea di avere o lo sviluppo endogeno di eccellenza o lo sviluppo esogeno delle eccellenze avrebbe lo stesso risultato.

R: Il problema ancora una volta è come agire, fare la rivoluzione è abbastanza facile mi si lasci passare questa esagerata ed enfatica affermazione, fare la trasformazione è difficile, la vera rivoluzione è quella che non consiste in una esplosione fortissima e breve, ma quella che consiste viceversa in una lenta trasformazione, farei un esempio meteorologico, visto che parliamo di contadini, quando si ha un grande acquazzone al contadino non fa piacere perché l’acquazzone va subito via, combina solo guai, invece quella che è utile è la pioggerellina lenta lenta, la quale penetra nelle fibre della terra e quindi opera la sua funzione di idratazione e di sviluppo.

 

D: in Dorso la visione dell’inerzia sociale è presente e rappresenta uno degli handicap allo sviluppo del Mezzogiorno. Ricordo la sua analisi della borghesia che per esprimere un cambiamento, deve acquisire nuovi valori e competenze. Una innovazione spinta non in linea con la realtà sociale non svolge una funzione di volano e finisce solo nei libri di storia. Come cambiare? lei ha maturato una lunga esperienza di vita, in alcuni gli anni portano visioni pessimistiche, in altri ottimistiche, ancora in altri assenza di pensiero.

R: io nella mia vita non sono mai stato né ottimista, né pessimista sono semplicemente realista, dico l’ottimismo è fare violenza alla realtà perché come se la si volesse per forza migliore di quella che è, il pessimismo è altrettanto una violenza alla realtà, il realismo significa rispettare la realtà per quello che essa è, allora la realtà meridionale anzitutto, ormai la realtà meridionale anche notevolmente differenziata tra zona per zona del Mezzogiorno e quindi di questo bisogna tenerne conto. Guardando soprattutto al nostro territorio amato l’Irpinia, io qualche volta ho occasione di andare in Irpinia portato in auto qua o là per qualche conferenza o cose del genere, non le nascondo che per me è un grande piacere percorrere quel territorio quelle valli, quei cocuzzoli, quei paesi che sembrano addormentati, sono molto belle quelle colture, per esempio percorrendo la autostrada che porta verso la Puglia, qualcuno mi ha indicato a un certo punto delle zone dove ci sono i vigneti di quel celebre vivaio (Mastroberardino – zona di Tufo), da un lato io penso che l’Irpinia aveva una grande tradizione scientifico-culturale per quello che riguarda l’enologia, c’era la famosa scuola enologica di Avellino fondata dai Borboni e qui faccio un inciso che ci riporta sempre però al nostro discorso generale, lei diceva quale può essere il ruolo e la diffusione della scuola, non c’è niente da fare si parte dal basso, naturalmente occorre che una società sia diretta da persone tanto intelligenti da capire in che modo fare una scuola e quali energie dedicare allo scopo, il ciclo diventa sempre vizioso, chi decide è la politica, quindi i Borboni per certi aspetti fecero una politica intelligente non furono intelligenti nel capire che lo sviluppo industriale che essi stessi avevano promosso non poteva avere un suo futuro se non veniva messo nelle mani di civili, di imprenditori privati anziché essere mantenuto nelle mani dello Stato, del sovrano e questo fu il grave errore dei Borboni, che però ebbero la capacità di capire che certe trasformazioni potevano avvenire attraverso la scuola.

 

D: La scuola diventa lo strumento, è uno degli strumenti politici in senso ampio, chiaramente parliamo dei diversi livelli di formazione scolastica dall’infanzia fino all’alta formazione.

R: La scuola enologica di Avellino è un classico esempio di scuola e al tempo stesso scuola e lavoro nel senso banale della parola, nella quale si imparano delle professioni concrete, reali, si impara a coltivare la vite, si impara a produrre il vino, è cosa che poi oggi è diventata uno degli atout dello sviluppo economico soprattutto, meridionale. Allora ritornando quindi al discorso, l’Irpinia ha avuto degli impulsi riformatori venuti dall’esterno, quindi i vari tentativi a partire appunto dalla Cassa del Mezzogiorno che però aveva una sua funzione particolare che era quella di mettere in atto le opere pubbliche di base e in questo credo che fu una politica indovinata, poi naturalmente divenne un carrozzone e perse il suo vigore. Dopo la politica delle opere pubbliche, quello che doveva avvenire era la politica industriale, dove per industriale si intende in generale la politica della produzione, quindi riuscire a individuare quali fossero le produzioni da incoraggiare come le più convenienti alla situazione territoriale, tutto questo non è avvenuto ed è continuato un certo tardo feudalesimo per cui tutto l’opera della politica si è ridotta a costruire sistemi di potere in cui anche se si doveva prendere un usciere del comune bisognava farlo interrogando un certo capo, il quale quindi garantiva una certa omogeneità.

 

D: Erano legami omopolari. La società meridionale sembra disordinata in effetti è organizzata per filiere omopolari dove gli individui di volta in volta fanno riferimento a un proprio capobastone.

R: Questo è uno dei punti fondamentali della crisi politica dell’Irpinia e non solo dell’Irpinia, vale per la Puglia, la Basilicata, in Basilicata io ricordo quando erano tutti democristiani, poi sono diventati tutti partito democratico, adesso sono tutti cinque stelle. Quello che conta non è il colore, il partito, l’ideologia, ma il potere, chi lo detiene lo conserva, il problema del Mezzogiorno è la conservazione del potere da parte di una certa classe dirigente.

 

D: Perché altrove il fenomeno c’è, ma si presenta diversamente.

R: Perché il problema meridionale è immenso, se partiamo dal fatto che l’Italia meridionale ha un handicap fisico rispetto al resto d’Italia, l’Italia è questo molo lungo lungo, da un lato inserito nel cuore dell’Europa dall’‘altro lato gettato verso l’Africa, ora per spedire anche solo una cassetta di arance dalla Sicilia a Napoli, costa x, ma per spedirlo a Milano costa 10 volte x, un prodotto fatto a Napoli spedito a Milano costa x, spedito a Berlino costa 10 volte x, mentre da Milano a Berlino costa molto di meno, quindi c’è una un primo sfavore fisico nell’Italia meridionale e di questo bisogna tener conto, questa era l’interpretazione di Giustino Fortunato. Il periodo nel quale l’economia meridionale è stata più forte molto più forte della settentrionale è stato quello in cui i traffici prima della scoperta dell’America avvenivano tutti nel Mediterraneo.

 

D: Quelle ipotesi poi di rivalutare i porti meridionali, l’ipotesi di cui si parla però di fatto, poi non si riesce in qualche maniera ad avere una visione strategica.

R: L’ho anche scritto, per esempio Napoli, il porto di Napoli andrebbe valorizzato al massimo in un periodo in cui il Mediterraneo è ridiventato il centro del mondo perbacco, io ho lanciato l’idea per esempio, a Napoli abbiamo tante università, lasciamo stare la qualità, ma abbiamo tante università perché non si consorziano per mettere in piedi dei corsi di formazione dei grandi mediatori civili, dei grandi mediatori politici, dei grandi mediatori culturali, oggi la globalizzazione esige che ci siano persone che conoscano l’arabo facciamo per dire, oppure che conoscano il diritto cinese e non ci sono. Napoli che sta proprio sul molo in faccia all’Africa a pochi passi dal medio oriente, quale luogo migliore con le tradizioni che ha per mettere su un progetto, Napoli diventerebbe la capitale di una cultura nuova non una cultura astratta ma una cultura produttiva, Silenzio invece.

 

D: Quindi lei sostiene che una delle leve fondamentali, la formazione, è stata disattesa, pertanto occorrono progetti formativi ad hoc per gli operatori, per farli inserire opportunamente in questa nuova era mercantile e nei traffici globali.

R: C’è un altro handicap fisico, come ben diceva Giustino Fortunato, la nostra Italia meridionale è una grande massa di pietre in confronto alla grande pianura padana con i suoi fiumi, con i sistemi di irrigazione, con le sue strade rapide di comunicazione, il problema meridionale – prima di tutto – è compensare i grandi handicap che noi abbiamo, secondo distruggere sia pure lentamente, perché solo lentamente può avvenire, questa forma mentis tardo-feudale che ancora costituisce l’interna struttura culturale della borghesia meridionale, questi sono i due punti.

 

D: Nella formazione di una classe dirigente legata ai diversi momenti storici, la scuola ha un suo rilievo, però rifacendomi a esperienze personali ritengo di essere stato fortunato e sono riuscito a crescere in qualche maniera professionalmente e culturalmente perché ho operato in una grande azienda come il Banco di Napoli. L’assenza di queste grandi strutture sia nel pubblico che nel privato diventa un fattore negativo per elevare il livello della classe dirigente o favorire processi di accumulazione di capitale umano e sociale. L’assenza di questi polmoni sociali ha ritardato processi di coesione e di rafforzamento di reti sociali, inoltre le piccole dimensioni non hanno favorito il sufficiente livello negoziale con la classe politica. Le Istituzioni come le regioni potevano diventare centrali di pensiero, luoghi di formazione della classe dirigente, invece sono diventate solo dei luoghi dove si esercita il potere e le scelte nella maggior parte dei casi avvengono per affinità politica.

R: Nessuna delle varie autorità di cui oggi è costellato il nostro Stato è collocata nel Mezzogiorno. Le grandi banche sono luoghi dove si formano certamente non solo delle professionalità, ma si formano proprio delle mentalità è quella di formare le mentalità, è cambiare le mentalità. Ormai neanche le grandi banche esistono nel Mezzogiorno.

 

D: E anche se ci fosse una scuola attiva però l’assenza di altri fattori dimensionali fa in maniera tale che alla fine la scuola produce emigranti culturali.

R: Molti giovani italiani di valore si laureano, giungono alla laurea e poi se ne vanno. Grosso modo questo è il quadro, la formazione deve cambiare, si deve investire di più, occorre maggiore qualità, maggiore coordinamento tra le varie istituzioni di formazione ai fini di un progetto di sviluppo del territorio e anche la presenza di fattori concomitanti che possono aiutare a crescere, ma soprattutto a esercitare, perché lei giustamente parlava della scuola enologica irpina, lei ha detto giustamente c’era scuola ed esperienza di lavoro, se c’è solo la scuola e non l’esperienza, sosteniamo un costo di allevamento, le risorse umane poi vanno via depauperando il capitale umano e sociale.

D: Stiamo assistendo a fenomeni culturali in campo politico diversi dal passato, oggi chi arriva al potere ha una formazione non adeguata per gestire i processi decisionali sul territorio, mentre una volta la politica si faceva per gradi, si partiva dalla formazione di partito, c’era la lunga militanza, si di- ventava prima consigliere comunale, poi assessore comunale eccetera, quindi c’era una specie di cursus culturale e politico che formava con un confronto attivo con i problemi, oggi è cambiato questo sistema anche grazie alla trasformazione digitale. C’è un rischio per la Comunità perché chi dovrebbe governare e gestire i processi complessi non ha una formazione adeguata. Se da una parte le nuove visioni servono al cambiamento tuttavia le nuove visioni della classe dirigente non supportate da un adeguato skill possono determinare effetti negativi. Secondo lei la classe dirigente attuale ha un sufficiente livello di formazione?

R: Diciamo che attualmente una classe dirigente non c’è, ci sono gruppi che hanno il potere, ma classe dirigente è un’altra cosa, classe dirigente è un insieme di persone che in funzioni diverse, in ruoli diversi eccetera in qualche modo senza neppure rendersene conto solidarizzano in una visione della società che debbono mandare avanti, la classe dirigente non è un insieme di persone che detengono il potere, ma è un insieme di persone che in vari ruoli, con varie competenze comunque hanno oggettivamente senza neppure porselo coscientemente una visione solidale del come una società debba essere sviluppata, dove si deve andare a parare ecco, questo è il punto.

 

D: I soldi quanto servono? I soldi quanto pensano in tutti questi discorsi che abbiamo fatto?

R: Oggi i soldi hanno un’ambiguità ancora maggiore di quello che hanno sempre avuto, in che senso, il denaro viene perseguito, cercato per se stesso o per fare qualche cosa, in effetti perseguito per se stesso è stupido perché il denaro non è un bel niente, mica posso mangiarmi il denaro, tantomeno posso mangiarmi un conto in banca né un conto online, quindi il denaro ha senso in quanto serve a qualche cosa, allora il problema è quello di individuare gli obiettivi, molte volte personali. La crisi della società del nostro tempo, di questi nostri anni è una crisi di cui la crisi del denaro è soltanto una conseguenza, la crisi della società del nostro tempo è l’avere tolto al modo sociale feudale o tardo-feudale di vivere, quello che prima non era mai stato tolto, quale era il difetto di una società come la nostra meridionale non si vedeva la persona dal punto di vista della sua individualità intellettuale e morale ma dal punto di vista delle sue funzioni, dal punto di vista dei suoi ruoli e questo naturalmente costituiva un elemento di ritardo, adesso che cosa è successo, siamo stati tutti spogliati dei ruoli, di quelli che una volta sembravano un impedimento, siamo stati spogliati perché in effetti io e lei non contiamo più niente per il fatto che siamo intellettuali, professori, contiamo semplicemente se diamo un voto in un certo modo. Basta che siamo consumatori, basta quindi il paradosso è passare da una società paludata in modo teatrale ad una società in cui viene meno qualsiasi paludamento e il valore delle persone si riduce semplicemente alla loro pancia, la loro capacità di consumare cibo realtà proprio questo, questo è il paradosso il consumatore, ci siamo liberati dei ruoli, rendendoci completamente nudi dal punto di vista della nostra personalità

 

D: Diciamo questo, però dire che il cammino da fare è diventato più impervio

R: Torniamo a quello che lei mi aveva posto, la politica è stata finora una porcheria ma lo sarà ancora di più perché, la politica intanto è efficace in quanto è adatta alla società che essa deve ordinare, quando la società cam- bia profondamente e quello di cui adesso stiamo parlando, la politica non sta nell’adattarsi a consultare questa società come fanno persone che ne ben conosciamo ma sta semplicemente nel costruire modi nuovi per fronteggiare questa situazione nuova.

 

D: Però alla fine, se questo processo va avanti, le società che si basano su questo tipo di percorso finiranno per fallire, quindi a questo punto sorge il rischio del dirigismo, alla fine stiamo vivendo un’epoca di transizione che ci porterà molto probabilmente a un nuovo momento d’ordine, non sappiamo che tipo di ordine, uso spesso un termine che stiamo vivendo nel medioevo della globalizzazione.

R: Il punto finale di questa curva è l’autoritarismo, il dirigismo in economia, autoritarismo in quello politico.

 

D: Ultima riflessione molto delicata ma complicata per il Mezzogiorno, su questa situazione di ritardo economico e culturale, quanto influisce un potere invisibile in qualche maniera, che va ben oltre il Mezzogiorno, che è la cosiddetta criminalità, la criminalità chiaramente è un fenomeno che presenta dinamiche più attive rispetto al funzionamento della società civile, affonda le radici nel territorio meridionale facendo parte di una rete globalizzata. Criminalità che condiziona molte volta le scelte politiche locali e altera la concorrenza in campo economico, alimentando nei singoli territori paure ed opportunismi.

R: La grande criminalità direi che in questo processo al quale abbiamo accennato ci va benissimo perché è molto più facile costruire sistemi truffaldini, costruire sistemi di sfruttamento con i grandi mercati finanziari che non una volta con i beni materiali, fare il contrabbando con i beni materiali è piuttosto difficile da fare, farlo viceversa con quel denaro, a cui lei prima ha accennato, e che oggi non ha più nessuna rappresentazione fisica ma è soltanto un simbolo computazionale, è molto più facile da fare. Quello che pesa adesso più direttamente su di noi rispetto ad altre parti del mondo o altre parti della stessa Italia è una vecchia criminalità che è diventata quella che è diventata, potentissima ma è sempre un potere molto limitato che probabilmente se lo Stato volesse riuscirebbe anche a sgominare, quell’altra no, ma questa si. Esiste anche un problema legato al rapporto fra criminalità e politica, quindi le complicità tra una politica miserabile e una situazione di miserabile criminalità.

 

D: Se lei avesse la possibilità di incontrare Guido Dorso, che cosa gli direbbe?

R: Gli direi caro amico mio, tu sei vissuto in una epoca che non era fatta per te, ma io se vivessi ancora mi troverei a vivere in un’epoca che ancor meno è fatta per me.

Francesco Saverio Coppola
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