Le Quattro Giornate di Napoli

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Nell’anniversario degli 80 anni delle Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943)  desideriamo ricordare la storica data  riproponendo ai nostri lettori un saggio a firma di Francesco Paolo Casavola (Premio Dorso 1996) pubblicato, nel 1995, su Politica meridionalista. Nell’articolo sulle Quattro Giornate di Napoli c’è un forte richiamo ai valori, al rispetto della democrazia, alla responsabilità delle classi dirigenti e soprattutto si evidenzia la volontà di risvegliare le coscienze, tramite la memoria, rendendosi responsabili del proprio futuro.

Cominciamo con il domandare a noi stessi perché ricordare gli eventi di quell’ormai lontano settembre del 1943? I più anziani tra noi stanno per dimenticare i tanto più giovani nati decenni dopo quel tempo. È forse materia per una discussione tra studiosi di storia, la verità sulle Quattro Giornate, dal 28 settembre al 1° di ottobre di oltre mezzo secolo fa? La città è cresciuta, è tanto diversa. Noi tutti stentiamo a sovrapporre le immagini di oggi a quelle degli anni in cui siamo stati giovani o abbiamo visto nascere questi giovani. Eppure una città non abitazione di uomini, ma di fantasmi se non riusciamo a ricordare che è e stata abitata e vissuta da altri prima di noi. Ravvivando nella memoria quanto accaduto ad altri nel tempo trascorso, in queste vie, in queste piazze, in questo paesaggio di case, di chiese, di caserme, di scuole, di luoghi del lavoro e dei doveri e dei piaceri dell’esistenza quotidiana chiuso entro il profilo del Vesuvio e del mare del Golfo, noi ci sentiamo abitanti non frettolosi di un albergo ma di una casa che è veramente nostra.

Una città non ne vale un’altra qualsiasi solo quando è vissuta nella memoria di ognuno in compagnia della vita, delle innumerevoli vite che essa ha ospitato. Ecco perché ricordare quel settembre ha per effetto di farci sentire più napoletani e più degni dell’avere avuto in sorte, non per caso, di vivere in questo particolare spazio del mondo. Tutto di quelle giornate ha una ricchezza di significati che il tempo non spegne, ma anzi rinnova e modifica se li leggiamo nella contestuale conoscenza e consapevolezza del nostro presente. Quando i tedeschi, attraverso un’ordinanza dell’allora prefetto Soprano, imposero lo sgombero di tutta la popolazione civile dalla fascia costiera della città, da Posillipo alla zona orientale, per disporvi artiglierie di interdizione contro temuti sbarchi anglo-americani nel Golfo, migliaia di famiglie, per circa un milione di abitanti, ebbero solo tempo dal mattino del 23 settembre alle ore 20 del giorno successivo non per sfollare, ma appena per fuggire trasportando bambini piccoli, vecchi, ammalati, paralitici, con fagotti e qualche bagaglio.

E tuttavia, alla scadenza del termine, nella sera del 24, in tanto marasma, solo duecentomila persone riuscirono ad allontanarsi e molti incalzati e feriti dalle sventagliate di mitra dei soldati tedeschi. Come non trasporre le immagini, che in questi giorni scorrono sui nostri teleschermi, delle popolazioni bosniache in fuga, spinte di qua e di là dalla guerra, con il racconto di quanto è accaduto sempre per maledizione della guerra anche da noi? La guerra che distrugge i luoghi della vita, disperde il focolare familiare, porta la disperazione nelle donne, il pianto e le grida nei bambini, l’impietrito dolore dei vecchi che desidererebbero non essere mai nati, le reazioni di furore dei giovani, l’odio fra i popoli. Non sciuperemo mai quest’occasione in un’ennesima deprecazione degli italiani contro la barbarie tedesca. La guerra e le sue crudeltà non sono opera dei popoli, ma dei loro governanti ed è venuto ii tempo che i popoli imparino a scegliere, giudicare e condannare e a non insultare sterilmente e oggi anacronisticamente se stessi.

La storia di quel settembre è anche una profezia, cioè un giudizio su quanto un popolo vale, nell’ora del massimo disordine. Nella cronaca di quei giorni non compaiono gli orpelli e i gradi delle distinzioni sociali, se non per chiarire che gli umili sanno essere i primi, e i primi rivelano tutta la loro pochezza. I capi militari fuggono. Quelle scene napoletane di soldati abbandonati, di caserme improvvisamente vuote e poi riempite di folle di civili in cerca di armi, di coperte e di vestiario, di vettovaglie, sono state vissute, a qualche giorno dalla dichiarazione pubblica dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in tutte le città italiane. Un esercito ancora forte si sciolse come neve al sole. E non per pavidità di soldati, ma per incertezza, sgomento di comandanti. L’automatismo indotto dalla rigidità della gerarchia, l’assenza di una vera coscienza politica determinata dalla dittatura, da tempo priva di ogni consenso, l’ambiguità e impartita del governo e della monarchia, furono cause concorrenti di quella rapida dissoluzione.

Ma ecco venire alla ribalta gli umili. Semplici soldati, marinai e carabinieri che resistono in azioni isolate, individuali, stroncate istantaneamente dalla forza nemica, e perdite inutili militarmente. Ma quanto più inutili, tanto più rivelative di quella profezia negli ultimi che si fanno primi. Coraggio, senso dell’onore, rifiuto dell’ingiustizia e dell’oppressione, solidarietà nel soccorso, disprezzando ogni pericolo, a concittadini e commilitoni in pericolo. Questi caduti, questi ostaggi fucilati, simbolo per tutti il marinaio giustiziato sui gradini dell’Università al corso Umberto, non erano dei guerrieri, erano dei giovani che avrebbero voluto vivere una vita pacifica e civile, tornare a casa, agli affetti, al lavoro. Furono colti dalla violenza di eventi improvvisi, dal rovesciamento dei fronti della guerra, l’alleato divenuto nemico, e i nemici divenuti alleati. Essi capiscono, illuminati come non sono illuminati i capi, quale destino sta per compiersi, qual è il loro nuovo vivere.

Con i soldati umili e anonimi, la popolazione. Mai come nella guerra moderna la popolazione è coinvolta direttamente nella guerra. Non si capiscono le Quattro Giornate se non si contano giorno dopo giorno 43 mesi di guerra, 105 bombardamenti aerei, 23 mila morti, 100.000 vani di abitazione distrutti, disagi infiniti negli approvvigionamenti, nei servizi essenziali, ed ora i nemici che corrono sulle loro autoblindo nelle strade, che sparano, che uccidono, rastrellano gli uomini per deportarli altrove, nelle organizzazioni obbligatorie del lavoro.  Il comandante tedesco Scholl ne voleva trentamila di questi uomi­ni da lavoro. La collera collettiva di un popolo matura lenta nell’ingiustizia crescente, subita sempre con minore sopportazione. Un popolo non si domina con il terrore se non per qualche giorno, poi lo si ha contro, protagonista della lotta.

Quanti presero le armi, vecchie armi italiane meno efficienti, meno micidiali di quelle tedesche (i fucili ’91 dell’altra guerra, perfino i moschetti dei balilla senza otturatori, che dovettero essere recuperati altrove), furono qualche centinaia di civili, di militari sbandati, di vigili del fuoco. Le azioni di scontro in ogni quartiere della città e soprattutto al Vomero, all’Arenella, a Capodimonte, infittite e protratte negli ultimi quattro giorni del settembre e nella mattinata del 1° ottobre, furono decisive per affrontare l’abbandono della città da parte delle truppe tedesche proprio per l’attiva solidarietà della popolazione con quel pugno di combattenti che si moltiplicava in ogni punto della città. I tedeschi avrebbero voluto ridurre l’abitato a cenere e fango, avevano minato, fatto saltare in aria, incendiato case, alberghi, battelli in mare, impianti di servizi, l’Archivio di Stato. Le distruzioni sarebbero state infinitamente maggiori se la popolazione non fosse coralmente insorta a sostenere i suoi studenti, i suoi operai, i suoi uomini più consapevoli nella lotta aperta.

I ragazzi: Gennaro Capuozzo, 11 anni, medaglia d’oro, Filippo Illuminato, Pasquale Formisano e Mario Menichini, medaglie d’oro. Ma quanti sono rimasti sconosciuti. La storia degli umili resta per la più gran parte ignota. Gli scugnizzi di Napoli erano e sono ancora privi di una storia familiare. Vane anime in un corpo collettivo. Restano gesti ed episodi da fermare nella creatività di un’opera d’arte, come nel caso di un tredicenne che a Piazza Carità affrontò un carro armato con un’asta di ferro, gliela infilò tra i cingoli, lo immobilizzò e non fu colto dal fuoco indirizzato su di lui dai carristi. Miracolo nel miracolo. Medaglie d’argento alla memoria di Giuseppe Moenza e di Giacomo Lettieri, medaglie d’argento ai comandanti dei partigiani Antonio Tarsia, Stefano Fadda, Ezio Murolo, Giuseppe Sances, medaglie di bronzo a Maddalena Cerasuolo, Domenico Scognamiglio e Ciro Vasaturo. Partigiani combattenti caduti 157, mutilati 17, invalidi 53, feriti 87, ben oltre duemila i combattenti. Medaglia d’oro alla città. Gli episodi singoli della resistenza e della lotta sono innumerevoli, variamente raccontati.

Si è fatto un film sulle Quattro Giornate si sono scritti dei libri. Le generazioni che quelle giornate hanno vissuto stanno uscendo dalla vita. Il rischio di dimenticanza a Napoli è più forte che altrove, perché a Napoli vivere una vita è un impegno per i più di sopravvivere. Quando le difficoltà, i disagi, l’invenzione del quotidiano prende tutte le risorse e le energie della mente e della volontà, lo spazio della memoria si rimpicciolisce fino a sparire. Perciò non dobbiamo soltanto di­dascalicamente esortare a ricordare, ma dobbiamo trasformare la vita di questo popolo napoletano perché sia in condizione di ospitare il ricordo. Non c’è storia civile senza culto della memoria, non c’è dignità umana senza conoscenza delle proprie origini. Una storia civile e dignità umana si basano su una giornata, ogni giornata civile e degna.

Perché la vita si compie, minuto per minuto, ogni giorno, non negli eventi straordinari di un secolo o di un cinquantennio. Perciò vane parole di retori sarebbero le nostre se celebrassimo eroismo e coraggio di quattro giornate sempre più trasportate lontane dal flusso del tempo e non costruissimo un mondo più giusto con lavoro per tutti, istruzione, cultura per tutti, onestà, solidarietà, amore del prossimo, serenità di avvenire, comunicazione tra le generazioni. La costruzione quotidiana di un mondo più umano è un modo, forse l’unico modo per ricordare ed imparare dal passato. E amare questa città anche attraverso gli uomini, le donne, i ragazzi che ci sono vissuti quando noi non eravamo ancora venuti alla vita. Questo vale a non lasciarli soli e dimenticati nel tempo che è stato loro, questo vale a sentirci popolo e non soltanto casuali abitanti di una grande patria cittadina.

Francesco Paolo Casavola
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