Lucera mi appare immersa nella luce

lucera

Come nelle tradizioni del passato Politica meridionalista pubblica a puntate una ulteriore tappa del viaggio letterario di Antonio Corvino, alla scoperta di luoghi, paesaggi e identità culturali del Mezzogiorno di Italia. La rivista ha già ospitato altri report letterari di Corvino per offrire ai propri lettori una finestra su un mondo ricco di memorie che necessita di essere conosciuto, valorizzato socialmente e culturalmente. Questa volta, personaggio del racconto è il territorio di Lucera in Puglia e dei suoi dintorni, dove Antonio Corvino ha presentato recentemente il suo ultimo libro “Cammini a Sud” (Giannini editori) – con prefazione di Fulvia Ambrosino e postfazione di Francesco Saverio Coppola. Lucera una città che richiama alla memoria il regno di Federico II e le sue politiche di integrazione fra credo, culture ed etnie diverse. (N.d.R.)

Sarà a causa di quel nome che mi porta dritto dritto alla radice greca di leukós  e che indica il biancore che avvolge  un paesaggio, un colle, un borgo, il cielo stesso sulla  linea dell’orizzonte  al momento dall’alba, una città o un  sentimento oppure sarà a causa di quell’infinito luminoso che puoi vedere dalla fortezza che cinge il colle Albano con la pianura lussureggiante di grano ormai germogliato ed alto che annuncia per giugno il gran mare giallo, sarà magari per il verde dei colli che tutto intorno circondano i Monti Dauni, fatto é che Lucera con quel nome antico, greco e latino, normanno e svevo, arabo e cristiano spinge il pensiero verso  grandi spazi luminosi e verso immense falesie di memoria pronta a diventare magna vitale per un futuro pregno di vita,  solo che noi lo si voglia per davvero.

Fortezza angioina già Palatium di Federico II

D’altra parte qui si fermò l’Acheo Diomede che, a differenza di Odisseo, il quale poteva vantare la sfacciata protezione di Athena, non riuscì a tornare in patria dopo la disastrosa vittoria e conseguente distruzione di Troia. Poseidone, Apollo e lo stesso Zeus non l’avevano presa bene tutta quella violenza contro Ilio devota e la nemesi divina si abbatté sui vincitori.

Diomede alfine approdò in fondo all’Adriatico e risalì le coste dei Messapi, dei Peuceti e degli Japigi fino a fermarsi in terra Dauna. Qui fondò più di una città prima di approdare alle isole Tremiti da dove avrebbe guadagnato  le rive di Acheronte e il lago di Averno e i bui territori dell’Ade accompagnato dal  pianto dei suoi compagni trasformati da Athena pietosa in diomedee, i gabbiani dalle grandi ali e gli striduli suoni con cui spaventano tuttora stranieri, ignari e blasfemi  che vogliano violare la sua ultima dimora e patria.

Lucera fu fondata da Diomede. Perché allora il suo nome non può affondare nei bianchi bagliori della luce che tutta la avvolge e che di certo deve aver affascinato lo stesso eroe greco? Quando ci arrivai la prima volta sulla Via Francigena Micaelica provenendo da Troia, la sua vista mi abbagliò e, d’incanto, sciolse la tensione del mio animo affaticato e mi restituì  la certezza che ero sulla buona strada. Ero distrutto dalla fatica, dal caldo, dalla sete, dalla solitudine, ma ero nella direzione giusta.

Era meriggio pieno. Camminavo dalla mattina, avevo smarrito il sentiero e avanzavo tra stoppie, rovi ed ogni genere di arbusti secchi che graffiavano come aculei di filo spinato e pungevano come insetti arrabbiati  nella calura agostana. Per un momento pensai alla fata morgana… Che fossero i miei occhi, ingannati dai riverberi del sole su quell’interminabile distesa di stoppie gialle come la sabbia del deserto, a vedere, in quella bella striscia di bianche costruzioni, la linea di una città? Poi guardai bene. No, no, era proprio una città… Lucera, mi dissi finalmente confortato. Ci avrei impiegato altre tre ore per arrivarci ma almeno ero certo di non essermi smarrito. Ed inseguivo la luce che correva verso Lucera inondandola. Ovvio che dovevo sostenere il partito della radice greca leukos quale origine del nome della città che per me era diventato sinonimo di illuminazione e di salvezza. Certo che sono possibili altre derivazioni, per esempio il nome  etrusco che indicava  il luogo ricco di boschi,  ma per me non reggono il confronto.

Le mura della Fortezza

Anche adesso la vedo così. Vi giungo che ormai è pomeriggio inoltrato in questo mese di marzo piuttosto rigido ma la mia idea di città luminosa non fa nemmeno un passo indietro. E avanzando lento mi sento accarezzato dagli ultimi raggi di sole che accendono il cielo di un azzurro profondo esaltato da bianche nuvole che sostano anch’esse pigre e civettuole, splendenti. Con le mie compagne e compagni di viaggio ci avviamo verso la piazza che si apre davanti alla superba cattedrale. É imponente la cattedrale. Linda e luminosa anch’essa, come fosse stata restaurata di fresco. La sua facciata gotica si tende verso il cielo in una composizione architettonica che la rende unica in una terra dominata dalle chiese e cattedrali romaniche. Il campanile definisce uno dei lati, conferendo slancio e leggerezza all’intera fabbrica mentre i contrafforti laterali assicurano solidità e leggiadria. Il portale centrale ed i due laterali danno, dal canto loro, armonia all’asimmetria del disegno complessivo. La pietra rosata dei muri  e il candore dei marmi che scandiscono i portali, le lesene ed i cornicioni, contrastano in maniera straordinaria con l’azzurro del cielo che tutta l’avvolge.

Davvero non puoi fare a meno di fermarti ed ammirarla. La piazza le fa corona con il suo bianco lastricato. Di fronte un palazzo con evidenti reminiscenze rinascimentali, semplice e privo di ogni iattanza, sembra renderle omaggio. Ospita la Curia vescovile e i locali dove il Circolo Unione fondato  nel 1860 e l’Associazione Daunia & Sannio ci attendono per  una serata all’insegna della letteratura legata  ai luoghi. A questi luoghi. Si, perché questi luoghi, i luoghi del Mezzogiorno, hanno tutti un estremo, impellente bisogno di ritrovare la propria memoria e ripartire di là per ritessere la trama del proprio tempo, presente e futuro. Lungo il corso noto immediatamente, sospese per aria tra i palazzi che si fronteggiano, delle figure femminili interamente vestite di nero, ornate con delle piume. Siamo in vista della Pasqua cristiana e qualcuno indicandomele mi racconta che si tratta delle “Quaremme” figure ispirate dal sentimento popolare alla Quaresima. Esse hanno il compito di rammentare alla cittadinanza la passione di Cristo con il monito alla penitenza ed all’espiazione dei peccati in attesa della Resurrezione  del Cristo. Mi paiono una buona metafora del Sud, mi vien da pensare, della rinascita del Sud, più precisamente, che di penitenza ormai ne fa da troppo tempo.

Il corso con Le Quaremme prima di Pasqua

Le piume vengono staccate giorno dopo giorno lungo i quaranta giorni di preparazione quaresimale a significare l’avvicinarsi del tempo della resurrezione. E mi conforta questo attaccamento alla tradizione in un Sud che, ahimè, sta perdendo anche il valore della devozione religiosa, oltre che comunitaria, culturale e, addirittura, antropologica, trasformando tutto, troppo spesso, in folklore destinato a far da effimero richiamo turistico nel migliore dei casi.

Lucera ne ha di storia alle spalle. Altro ché, se ne ha.  A cominciare dal nome. Nel 1300 fu cancellato quello di Lucera o di Lushira.  Al suo posto arrivò Santa Maria Assunta, il nome della Vergine cui è dedicata la Cattedrale che pure data dal 1300. Insomma il 1300 rappresenta uno spartiacque. Anzi lo spartiacque. Muore la città Saracena dal nome luminoso e nasce la città cattolica consacrata alla Vergine Assunta in cielo. Nulla sarà più come prima… salvo il nome che presto tornerà.

I Saraceni furono massacrati, deportati, venduti come schiavi o convertiti. Non c’era più posto per gli infedeli. Addirittura il Papa di Roma aveva indetto una crociata per cancellare quell’enclave saracena lì creata da Federico, Federico Secondo che con il Papa di Roma non era mai andato d’accordo, per la verità, ma che era amato dai suoi sudditi perché era capace di ascoltarli, cercava la loro felicità e rifiutava la guerra e sentiva quella terra come sua Patria. Certo che era uno Svevo, un Hohenstaufen per la precisione, discendente di Federico il Barbarossa e veniva dalle lande tedesche ma a partire da sua madre, Costanza d’Altavilla e suo padre Enrico VI, le terre del Mezzogiorno nel cuore del Mediterraneo erano divenute Patria. E Federico non si mosse di qui pur essendo imperatore del Sacro Romano Impero. E onorò queste terre riempiendole di città e castelli e nobilitandole con la cultura, l’arte e la scienza e rendendole grandi con la pace. Finanche la lingua del Si, che pure venne riconosciuta tale con Dante, vide i natali nelle corti di Federico. E Federico per pacificare i Saraceni  che non volevano saperne di vivere in una Sicilia cristianizzata, promise loro una nuova terra ed una nuova patria, dove sarebbero stati liberi di governarsi secondo le loro leggi, adorare Allah e servire il Profeta. In pace. Lucera allora era un posto ormai decaduto e senza futuro. Ma era pur sempre la porta dell’immensa pianura che si stendeva tra i monti Dauni ed il Gargano. Il clima era assai caldo se non rovente nella buona stagione, come quello della loro antica terra e della stessa Sicilia, e si prestava alla coltivazione del grano e dei cereali in cui erano maestri. E vi erano immensi boschi anche, da cui ricavare legname per  le loro  esigenze oltre che per i loro mestieri e vi erano pietre bianche e marmi e argilla per le loro costruzioni.

I Saraceni erano architetti e artieri valenti oltre che coltivatori provetti.

A Palermo avevano costruito la Cappella Palatina, certo in concorso con Ebrei e Ortodossi oltre che i Cristiani ma la loro maestria era unanimemente riconosciuta e ricercata anche. Ed erano gente di buon senso. Così accettarono la proposta di Federico e si trasferirono sui colli di Lucera proprio a ridosso del Tavoliere. E costruirono una città ed una moschea, proprio dove adesso sorge la cattedrale gotica. Vi era un grande minareto e il muezzin da lì sopra chiamava alla preghiera.  E crearono una scuola coranica e una università pure. E portarono a perfezione la coltivazione del grano e dei cereali fino a far diventare il tavoliere granaio non solo di Federico ma di tutto l’impero. E  crearono  i molteplici formati  di pasta, quanti nessuno ne possiede altrove ancora oggi. E Lucera divenne di nuovo capitale di tutto il circondario. Addirittura più importante di Foggia. Tutta la Daunia si raccoglieva intorno a Lucera. Federico vi reclutava i suoi più fedeli soldati. E sul colle Albano, quello che domina il Tavoliere vi costruì il suo Palatium in tandem con il Palatium di Foggia. Andati distrutti entrambi ahimè.

Proprio mentre mi accompagna a Foggia da dove in treno raggiungerò casa mia, Pasquale Antonio Frisi, il presidente dell’Associazione Daunia & Molise, mi racconta la storia del Palatium di Foggia e facendo una deviazione mi conduce sul luogo dove insisteva la Costruzione Federiciana. Non è rimasto nulla. Terremoti, guerre ed incuria hanno distrutto tutto. É sopravvissuto solo il fregio in marmo dell’antico portale. Lo scorgo incastonato nel muro sul quale si apre il portone di un moderno caseggiato. É bellissimo e ne sento forte il richiamo. É bianco e tutto cesellato come fosse alabastro. Di certo incorniciava la parte più esterna del portale. Avverto un gran senso di riconoscenza per quanti han salvato quella delicata, fragile cima di un passato da cui la memoria può estrarre tesori inesauribili di grandezza per fecondare il nostro presente.

Un presente che sembra destinato a non aver futuro, per l’insipienza degli uomini e la loro incapacità di cogliere le lezioni pure racchiuse nella loro storia. E mi conforta la decisione di Pasquale Antonio e della sua Associazione di onorare Federico Secondo con un premio letterario a lui dedicato.

Oggi il Mezzogiorno deperisce senza rimedio. Anche il presidente del Circolo Unione, Silvio di Pasqua, nel suo intervento di saluto, mi sembra d’accordo. Egli, congratulandosi con gli organizzatori, sottolinea il ruolo della cultura per invertire il processo del devastante degrado.

L’abbandono dei territori, aggiungo io, sembra addirittura voluto per svuotarlo, il Mezzogiorno, di ogni prospettiva e magari destinarlo a Centrale Energetica d’Europa con foreste infinite di pale eoliche in terra ed in mare e lande desolate di campi fotovoltaici dove c’erano le pianure ricolme di biodiversità che da vita alla dieta mediterranea.

>>> L’abbandono e la desertificazione avanzano con la velocità del nulla e il vuoto lasciato da 100.000 giovani che annualmente se ne vanno é incolmabile.  Siamo esattamente all’opposto delle idee di Federico che ripopolava il Mezzogiorno e lo riempiva di città e castelli e chiamava genti straniere a diventar popolo.

Poi Federico morì. Manfredi, suo erede, biondo e bello e di gentile aspetto, dice Dante nella sua Commedia, fissò la sua dimora nel Palatium protetto dai suoi fedeli saraceni. Ma a Benevento Carlo d’Angiò, spalleggiato dal Papa di Roma, sconfisse Manfredi che vi trovò la morte. Anche l’ultimo erede, Corradino, sceso dalle brume tedesche per vendicar Manfredi e riprendere il regno di suo padre, ebbe la peggio e vi trovò la morte pure lui che era solo ancora un  ragazzo. L’epopea federiciana era finita.

Iniziava il regno dei d’Angiò.

Lucera intorno alla quale gravitava una popolazione di 60.000 abitanti cominciò a deperire.  

Carlo d’Angiò intorno al Palatium di Fecerico e di Manfredi, costruì un’intera cittadella, la cinse di poderose mura e la diede ai Normanni con il compito di espiantare i Saraceni che resistettero sino a quel  fatidico agosto del 1300 allorquando vennero tutti massacrati deportati o convertiti. E Lucera divenne Santa Maria Assunta. Un nome tuttavia che non le apparteneva e che presto venne dismesso  dai nuovi abitanti che, consci del valore insopprimibile della memoria, ripristinarono quello antico di Lucera che oggi onora in pace la sua cattedrale dedicata alla Vergine Maria Assunta in cielo, senza dimenticare la sua epopea lunga millenni dentro la quale si incastonò il regno di Federico e la vicenda saracena.  

il Duomo gotico – 1300

Nel nobile salone del Palazzo rinascimentale siamo arrivati che sono le sei pomeridiane.

>>> C’è Marika, bionda e di leggiadro aspetto  che discuterà con me del mio Romanzo sulla memoria a Sud, e c’è Annarita sua sorella, bruna e dal volto al contempo dolce  e fiero con il suo compagno Franco, ironico, entusiasta quanto basta  e disincantato anche, che non ha dismesso lo spirito guerriero seppur mitigato dalle troppe contraddittorie umane vicende e c’è Vincenzo venuto dalla nobile Troia, la greca Aikai prima che il Catapano di Bisanzio, Basilio Boioannes la rinominasse,  che guarda i suoi amici  assorto  nel piacere dell’incontro.

Li  vedo tutti un po’ preoccupati. Sembrano volermi suggerire di essere prudente. A pranzo abbiamo lasciato cadere le paratie dei luoghi  comuni e ci siamo avventurati lungo le strade impervie dei mille perché su questo Sud che da troppo tempo langue dopo essere stato il luogo  del miele e del latte, del vino e della luce da tutti cercato e, ahimè, da tutti anche depredato. Anche Concetta la giovane locandiera che ha deciso di restare, innamorata del suo territorio e certa di poter rinnovare e far valere  con la  sua inventiva l’arte della cucina posseduta da sua madre, mi sembrava combattuta mentre pranzavamo sotto il suo vigile sguardo.

Beh certo, mi dico, qualche preoccupazione potrà insorgere. Il tema del nostro convegno é delicato e tocca più di qualche corda stridula. D’altronde stiamo parlando della  memoria tradita del Sud che urla perché non sia cancellata, nella sede di un’Associazione nata con l’Unità d’Italia in contemporanea con il fenomeno o l’epopea dei briganti  come io la definisco ( in buona compagnia tuttavia se lo stesso Francesco Saverio Nitti da Melfi la considerava espressione genuina seppur primitiva di un evidente  bisogno rivoluzionario delle miserrime popolazioni meridionali).

Non ci vuol molto ad essere rivoluzionari. Basta  testimoniare la verità. E mi pare che qui tutti, tra il pubblico, han voglia di testimoniarla,  la verità. Che alla fine coincide con la denuncia di un periodo storico che sta costringendo i figli di molti che pure qui sono presenti ad andar via e lasciare affetti e casa, amicizie e territorio che alla fine coincide con la patria antica se la patria è il luogo dove sono seppelliti i Padri. E mi chiedo perché i ragazzi oggi devono scappare via ad inseguire la vita altrove e credo che se lo chiedano tutti. Si proprio tutti, se per due ore, questo bel salone affrescato e pieno di nobili reminiscenze, resta affollato di uomini e donne, ragazze e ragazzi assetati di sentir parlare delle storie e delle epopee che si dipanano intorno ai sentieri, ai tratturi, alle genti ed ai popoli del Sud che poi sono la metafora del loro destino. E allora ben venga questo desiderio e riporti in superficie la voglia di ribellarsi a tutto ciò che è scontato se questo può condurre al recupero della memoria e con essa alla consapevolezza del nostro presente e del nostro futuro. Perché la chiave per ridare  senso all’uno ed all’altro si trova  nel nostro  passato.

Lucera oggi ha oltre trenta mila abitanti. Non è roba da poco.  Essa è costruita su tre colli ed è cerniera tra i monti Dauni e il Tavoliere. A sera, chiusi i lavori e salutati i miei amici, mi sono fermato a passeggiare lungo le belle vie lastricate di basoli antichi e lucenti del centro storico. É graziosa e accogliente Lucera. Le sue strade sono ampie e costellate di palazzi pregevoli. É sabato sera, il clima pur essendo ancora rigido, è gradevole, e tuttavia non vedo in giro fiumi di gente. Non vedo soprattutto frotte di ragazzi invadere la città. E rammento quanto mi diceva poco fa Vincenzo parlando di Troia. Qualche decennio addietro l’antica Aikai aveva 15.000 abitanti. Oggi ne ha intorno ai cinquemila, anzi meno.  Il mio pensiero va alla rabbia dei ragazzi e ragazze di Monte Santangelo che mi raccontavano essere passata, in un trentennio, da 30.000 abitanti a 11.000 sulla carta perché a questi vanno sottratti quanti sono andati via per mille motivi. E mi chiedo se i ragazzi di Lucera vivono anch’essi  con l’idea di andar via e mi auguro davvero che Lucera possa tornare ad essere un faro di speranza per la Capitanata e l’intero Sud.  Ma questo dipende da noi. Tutti noi.

Antonio Corvino