Il 19 aprile 2023 è ricorso l’anniversario della nascita di Rocco Scotellaro, (1923-1953) il poeta-contadino nato a Tricarico, in provincia di Matera, emblema non solo del dramma dei contadini lucani, sfruttati ed emarginati, ma di tutto il Meridione. Di umili origini, di idee socialiste, fu sindaco di Tricarico dal 1946 al 1950, quando fu arrestato sotto l’infondata accusa di irregolarità amministrative; in seguito, grazie all’intervento di Carlo Levi, si trasferì presso l’Istituto agrario di Portici diretto da Manlio Rossi Doria. Trasse dalla sensibilità ai problemi sociali della sua terra motivi per alcune opere comparse dopo la sua morte: l’inchiesta Contadini del Sud (1954), il romanzo autobiografico incompiuto L’uva puttanella (1955) e una serie di poesie È fatto giorno (1954). In seguito sono stati pubblicati il volume di racconti Uno si distrae al bivio (1974) e la raccolta di versi Margherite e rosolacci (1978). Nel 2019 la sua intera produzione letteraria è stata raccolta nel volume Tutte le opere.

Scotellaro
Rocco Scotellaro

Il suo messaggio culturale e politico è tuttora più che mai vivo, partendo dalle aree interne del Mezzogiorno. Per il centenario è stato istituito, dal Ministero della Cultura, un Comitato Nazionale, con sede in Basilicata,  presieduto dal Professor Antonio Lerra, con il compito gestire le celebrazioni dedicate a Scotellaro secondo un programma di attività molto ricco e interessante, presentato in occasione della conferenza che si è svolta il 3 aprile 2023  a Potenza, presso il palazzo del Consiglio Regionale, a cui sono intervenuti, oltre al Presidente del Comitato Antonio Lerra, il Presidente Svimar Giacomo RosaCarmela Fiola e Gerardina Sileo, rispettivamente presidenti della sesta e quarta commissione delle Regioni Campania e Basilicata, e il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano.

Nell’Autoritratto pubblicato in Margherite e Rosolacci, Rocco Scotellaro dice di sé: “Io sono uno degli altri”, a sottolineare la sua condizione di uomo immerso nel suo tempo e nella realtà del Mezzogiorno d’Italia, in un preciso momento storico in un quadro di imprescindibile connessione individuo-territorio-collettività. Rocco Scotellaro sente tutto il peso di quella condizione di travaglio del mondo meridionale e infatti scrive “Non voglio più sentire di questa città”. Nel 1950 il poeta lascia la Lucania, per trasferirsi a Portici, collaborando nel centro universitario con Manlio Rossi Doria e poi, successivamente, a Roma. Ma, nel suo allontanarsi dalla terra natia, Scotellaro visse sempre il dramma della lontananza, che toccò a molti in quegli anni, come afferma lo stesso scrittore: “Il mio paese si va spopolando”. 

Piazza di Tricarico    

Come afferma Pompeo Giannantonio, nel suo volume dedicato a Rocco Scotellaro, pubblicato nel 1986 dalla casa editrice Mursia: Il diagramma biografico di Scotellaro si svolse, al suo epilogo, nell’insorgenza dell’inconsueto fenomeno migratorio delle popolazioni meridionali verso le più fortunate regioni industrializzate del nostro Paese e quindi fu l’ultima autentica testimonianza di una civiltà contadina che si andava sfaldando. Egli, diversamente dagli altri, non trasferisce nel mito o ravvolge nel rimpianto una realtà, pietrificata nel tempo e discordante con il presente, ma la descrive e la rivive con il cuore antico del lucano deluso e amareggiato da sempre, del contadino abbarbicato alla sua terra e piegato dal suo destino […] tutta la sua opera, quindi, è un documento di una condizione esistenziale e non di trasposizione o trasfigurazione di una realtà immobile e dolorosa […] anche il proprio travaglio esistenziale, perciò, assume i toni del dramma collettivo e il significato di una demotica protesta.

Esterno casa di Rocco Scotellaro
Esterno casa di Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro non lascia la sua terra per rassegnazione, ma per quello che Giannantonio ha definito “un moto di rivolta a questa condizione disumana della gente contadina”. Tutta l’opera di Scotellaro va considerata e interpretata nell’ambito della complessità della cosiddetta “questione meridionale”. Con la sua grande sensibilità Scotellaro comprese a fondo il dramma del Meridione e ne celebrò l’epopea, nella speranza sempre viva in lui, di riscatto ed emancipazione sociale di una parte dell’Italia da sempre e tuttora vessata e lacerata da insanabili contraddizioni.

Comune di Tricarico visto dall’alto

I temi trattati dal poeta lucano sono ancora di grande attualità, perché, malgrado tutti i tentativi effettuati, sin dal primo periodo post-unitario, di sanare il divario tra Nord e Sud, l’Italia è ancora un Paese fortemente diviso e l’annosa questione del riscatto del Mezzogiorno è ancora, tutt’oggi, aperta. Come affermato da Guido Pescosolido, nel Dizionario di Storia, pubblicato nel 2010: Il persistere del divario, e soprattutto l’assenza nel Mezzogiorno di una condizione strutturale per cui la sua economia sia in grado di mantenere, senza il sostegno di aiuti esterni, uno sviluppo autopropulsivo superiore a quello del Centro-Nord è peraltro un problema che non è possibile in alcun modo ignorare.

Vogliamo ricordare Rocco Scotellaro con sue due poesie:

La mia bella Patria

Io sono un filo d’erba

un filo d’erba che trema.

E la mia Patria è dove l’erba trema.

Un alito può trapiantare

 il mio seme lontano.

Sempre nuova è l’alba

Non gridatemi più dentro,

non soffiatemi in cuore

i vostri fiati caldi, contadini.

Beviamoci insieme una tazza colma di vino!

che all’ilare tempo della sera

s’acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora

le teste dei briganti, e la caverna –

l’oasi verde della triste speranza –

lindo conserva un guanciale di pietra…

Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno

dalle paglie della cova,

perché lungo il perire dei tempi

l’alba è nuova, è nuova.

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Lorena Coppola

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