“Moro è inattuale, per questo ci attrae “. Una frase e un pensiero di Lucio D’Ubaldo, già Senatore della Repubblica, che conduce da anni “Il Domani d’Italia”, testata online con la stessa denominazione del settimanale fondato nel 1900 da Romolo Murri, lo sfortunato profeta della prima democrazia cristiana. L’attenzione nei confronti di Moro è una costante del suo impegno intellettuale e politico. Ha curato la raccolta degli scritti giovanili dello statista pugliese (La vanità della forza. Gli articoli su «La Rassegna» di Bari 1943-1945, Eurilink, 2017). Lo spunto da cui nasce questa conversazione ce lo fornisce l’altro suo libro: Amare il nostro tempo. Appunti sul giovane Moro (Il Domani d’Italia, 2020).

 

Perché ha dato al suo saggio su Aldo Moro il titolo di “Amare il nostro tempo”?

Nei discorsi di Moro ricorre sovente questo tema: non ci si può allontanare dal tempo in cui operiamo, in un modo o nell’altro ne siamo condizionati, specialmente sul piano politico, per cui ogni azione deve calarsi nella concretezza delle circostanze e delle condizioni date in quel momento. Anche nel suo ultimo discorso ai Gruppi parlamentari, quando cerca con tutta la sua autorevolezza di convincere i colleghi di partito a dare il via libera all’ingresso del Pci nella maggioranza di governo, Moro sottolinea quanto sia decisivo e necessario il richiamo al vincolo temporale. Ecco le sue parole: “Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà…”.

Quando matura questo pensiero?

Possiamo rintracciarne la formulazione già negli scritti giovanili, segno di straordinaria continuità e coerenza di pensiero. Nella formazione di Moro c’è il concetto cristiano della salvezza come incarnazione di Dio nella storia, dunque nel contesto dell’umanità in cammino; una storia che non si ripete ciclicamente e all’infinito, ma pur svolgendosi in modo lineare conosce nel suo sviluppo avanzamenti e pause, addirittura arretramenti, con guadagni e perdite a segnare la “crescita di bene”. Il progresso è una conquista che muove dall’intelligenza e dall’amore, essendo l’una al servizio di una ordinata e lucida comprensione dei problemi; l’altro costituendo, invece, la molla più potente della tensione che rende possibile l’amicizia civile e, pertanto, il buon ordinamento della società civile. Il questo orizzonte ideale, il tempo che attiene alla politica è forse la categoria che meglio spiega la richiamata esigenza del realismo: i principi vanno calati nel “kairòs” – il tempo per eccellenza – ed è il “kairòs” a scandire il movimento della politica, entro i limiti della condizione creaturale dell’uomo.

 

Il tempo sì, ma forse anche lo spazio e quindi la geografia. Moro non è anche, con la sua sensibilità, un uomo del Meridione?

Non c’è dubbio, basta leggere i suoi discorsi in occasione della Fiera del Levante. A Giuseppe Petrilli, prossimo a insediarsi alla guida dell’Iri, fece solo una raccomandazione da segretario della Dc: garantire gli investimenti al Sud. Suggerirei tuttavia di leggere quanto scriveva su «La Rassegna» nel febbraio del 1945. A lui non piaceva il “Vento del Nord” ma neppure l’auto isolamento dei meridionali. Il Paese richiedeva uno sforzo concorde per risollevarsi dopo il disastro della guerra. “…l’Italia sarà salvata da tutti gli Italiani e da rinnovate energie morali”. A questo spirito di unità e convergenza sarebbe rimasto sempre fedele. Moro, in sostanza, credeva che la questione meridionale dovesse collegarsi vitalmente al processo di crescita unitaria della nazione.

 

Perché la figura di Moro esercita tanto fascino sulla nostra vita pubblica?

Indubbiamente, penso che influisca su di noi la tragedia che lo ha visto cadere vittima della lotta armata contro le nostre istituzioni democratiche. Neppure i più giovani, quando incrociano ad esempio le immagini della strage di via Fani, possono fare a meno di allungare lo sguardo sulla vicenda umana e politica di Moro. È come se la violenza del terrorismo rappresenti ancora una colpa che scava nell’inconscio collettivo dell’Italia. Per questo, dopo aver capito chi erano e cosa volevano le Brigate rosse, ci ostiniamo a chiedere conto del mistero che avvolge il “caso Moro”.

 

Troppi misteri avvolgono i 55 giorni che separano l’eccidio di Via Fani dal ritrovamento della salma a Via Caetani. Perché Moro è stato ucciso? Quali responsabilità gravano sul mondo delle istituzioni e della politica?

Il 7 maggio scorso, a Lucca, s’è tenuto un convegno avente come titolo “Aldo Moro, un delitto di Stato”. Ecco, siamo chiaramente all’inversione della verità perché la formula giusta non può che essere quella di “delitto contro lo Stato”. L’operazione eversiva mirava infatti al crollo della democrazia facendo balenare il sogno di una rivoluzione che la repubblica nata dalla resistenza aveva ripudiato e ora, sull’onda della crisi mondiale del capitalismo, tornava a mordere la storia. Non si poteva cedere a una simile minaccia insurrezionale. Il delitto concepito contro lo Stato ha avuto come esito la vittoria dello Stato. Talché resta pur sempre da scoprire perché il vertice brigatista, potendo immaginare di destabilizzare il quadro politico proprio attraverso la liberazione di Moro, abbia preferito gettarsi nel baratro di una condanna a morte che ha significato oltraggio e impotenza al tempo stesso. Un gesto odioso, di cieca violenza, un gesto rifiutato dal Paese.

 

Proviamo ad insistere. Ogni volta si arriva a ipotizzare l’esistenza di un “grande vecchio” dietro questo grave attentato alla Repubblica. Che dire, al riguardo?

L’ultima Commissione parlamentare d’indagine, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha fornito molto elementi aggiuntivi circa la dinamica del sequestro e dell’uccisione di Moro. Adesso è normale asserire che a Via Fani c’erano “anche” le Brigate Rosse. Bene, non siamo arrivati però a individuare esattamente quali siano state le connivenze e le coperture di cui hanno beneficiato i terroristi. Moro, pochi giorni prima di essere rapito, aveva confidato a Giovanni Galloni, all’epoca vice segretario vicario della Dc, di essere venuto a conoscenza del fatto che americani e israeliani erano riusciti ad infiltrare le Brigate Rosse. La Commissione parlamentare è andata oltre, facendo scorgere dietro la cortina fumogena della propaganda – “Moro è stato ucciso dalla Cia e dalla Dc” – l’esistenza di molteplici interferenze, con possibili coinvolgimenti dei Paesi dell’Est. Finché non saranno messe a disposizione le carte riservate degli archivi, a Washington come a Mosca, non faremo grandi passi avanti.

 

Cosa resta del pensiero e della politica di Moro?

Moro è inattuale, per questo ci attrae. Sembra un paradosso, anzi lo è, ma nulla meglio del paradosso può svelare la forza che ci lega a Moro. Non fu l’uomo del compromesso storico, bensì la personalità più attenta alla evoluzione della politica democratica. L’avversario storico della Dc, ovvero il Partito comunista, doveva essere legittimato nella sua funzione di alternativa di governo. Il morotesimo, allora, residua nel presente come monito e suggestione, perché ha rappresentato la vigile scommessa sull’oltrepassamento delle colonne d’Ercole della Democrazia bloccata e, insieme, il richiamo a vivere la politica, in primis quella del suo partito, come sforzo continuo di aggiornamento, essendo in questo senso alternativi a se stessi. Oggi abbiamo nostalgia di questa visione nobile della politica e, pressati dalle sue ammonizioni, ci ritroviamo a vivere la povertà di una democrazia con tante passioni e poche risorse morali.

 

E dunque, cosa servirebbe? Una battuta finale…

Fare un partito che dell’insegnamento di Moro fosse in grado di prendersi cura. Un azzardo? Forse sì, ma la nostra esistenza ha bisogno anche dell’azzardo.

Valentina Busiello

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