Franco Marini e il Mezzogiorno d’Italia

In occasione della scomparsa di Franco Marini, l’Associazione Internazionale Guido Dorso con il suo Presidente Nicola Squitieri, il Segretario Generale Francesco Saverio Coppola e il Comitato scientifico culturale lo ricordano pubblicando il suo discorso che tenne come Presidente del Senato nel 2006 in occasione della XXVII edizione del Premio Guido Dorso. Un forte richiamo all’unità nazionale e al superamento delle disparità regionali, che sentiamo moralmente di trasmettere al nuovo Presidente incaricato Mario Draghi.

Le istituzioni locali protagoniste di un impegno corale per il Sud

di Franco Marini

Ho assunto con piacere la decisione di proseguire nella collaborazione – ormai pluriennale – del Senato con l’Associazione Guido Dorso, in occasione dell’assegnazione del Premio Internazionale intitolato al grande meridionalista. Sono, infatti, convinto che, anche per queste strade, le istituzioni possano offrire un contributo al progresso culturale e civile del Paese e alla crescita del sentimento di unità e coesione della Nazione. L’importanza del Premio – giunto alla sua XXVII edizione – si basa sul costante impegno della vostra Associazione e sull’indiscusso prestigio delle personalità che hanno ricevuto i riconoscimenti, a seguito di un qualificato lavoro di ricerca e di selezione. Fin d’ora voglio assicurare agli organizzatori la piena disponibilità del Senato a confermare nel futuro questo che e diventato un appuntamento atteso, perché di non comune rilievo culturale.

II vostro lavoro è, voglio sottolinearlo, uno stimolo costante, ripetuto nel tempo, per ricondurre l’attenzione del mondo politico, di quello scientifico e culturale sulla “non risolta” questione meridionale. Nel prendere in esame il problema del Sud avverto con preoccupazione il rischio che si possa estendere, e radicare, una tesi, per dir così, liquidatoria. Abbiamo vissuto anni di accese polemiche sulla necessità di superare le politiche e gli strumenti dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, voluto da De Gasperi nel dopoguerra e attuato con grande lucidità da uomini come Giulio Pastore con il quale – come alcuni di voi sanno – ho avuto modo di collaborare direttamente. I risultati raggiunti in quegli anni sono stati veramente eccezionali e determinanti per la grande crescita che le aree meridionali hanno avuto.

Possiamo perciò pensare – come taluni dicono – che tutti i grandi problemi sono stati risolti? E che, perciò, niente più di specifico deve essere fatto? Basterebbe prestare un minimo di attenzione – fuori da polemiche strumentali – agli ultimi dati contenuti nel più recente Rapporto Svimez per rendersi conto di quanto, ancora, sia forte lo squilibrio tra le aree del centronord e quelle meridionali. Voglio qui ricordare solo un aspetto di questa condizione con riferimento ai giovani. L’anno scorso sono diminuiti nel Mezzogiorno gli occupati tra i 15 ed i 34 anni a fronte di un trend, invece, positivo a livello nazionale. Le condizioni di accesso al lavoro sono abbastanza omogenee per i giovani del Nord e del Sud: in maggioranza si tratta di contratti a termine, di tipo flessibile. Tuttavia, la grande differenza riemerge poi nel fatto che solo il 20% dei giovani meridionali riesce a trasformare il proprio lavoro flessibile in un lavoro stabile.

Il 60% dei giovani nel Centro-Nord del Paese, invece, riesce a stabilizzarsi entro it primo anno, integrandosi in un contesto di lavoro strutturato ed efficiente. Mi fermo qui. Anche perché sono numerosi, e noti, gli indicatori che segnalano la permanenza di condizioni di svantaggio per l’apparato produttivo, per il sistema delle infrastrutture, per l’occupazione delle donne e dei giovani, per l’offerta dei servizi di pubblica utilità. È pur vero che il Mezzogiorno non è più quello nel quale e vissuto Guido Dorso, con squilibri sociali profondi e ingiustizie drammatiche. Ma è altrettanto vero che l’opera da compiere e ancora lunga, per integrare stabilmente e strutturalmente il Mezzogiorno con il resto del Paese e con l’Europa. Questo impegno chiama a raccolta le istituzioni, le forze sociali e produttive, le intelligenze del mondo culturale e scientifico. In una parola, occorre un impegno veramente corale.

In particolare, auspico un protagonismo forte delle Istituzioni locali: le Regioni, le Province e i Comuni. Le responsabilità dei governi localianche se per effetto di una legislazione non sempre coordinatasono molto cresciute in questi ultimi anni. In questa ottica andrebbe promosso e incen­tivato un processo di effettiva sussidiarietà verticale, che ponga i poteri locali che sono più, vicini alla realtà sociale in condizio­ni di completa autonomia e responsabili­tà. Da tempo si discute nel nostro Paese di Federalismo, istituzionale e fiscale. La ri­forma del Titolo V – varata dal centro-sini­stra nel 2001 – ha posto qualche premes­sa seria, ma ha anche creato difficoltà e sovrapposizione di funzioni nei rapporti tra lo Stato centrale e le Regioni. Ma, se taluni errori sono stati commessi questo non vuol dire che la strada sia sbagliata.

Penso che un mix virtuoso tra un mag­giore protagonismo delle realtà locali ed una più equilibrata legislazione in questo campo possa corrispondere alle esigenze di ammodernamento e di efficienza del governo della cosa pubblica nelle aree più deboli. È questa una domanda dei cittadini e delle famiglie, ma anche degli operatori economici. La sfida, infatti, è anche quel­la di creare le condizioni competitive nel­l’ambiente economico e sociale del Mez­zogiorno, per affrontare lo scenario eco­nomico globalizzato. Anche i territori e le comunità meridionali sono infatti chiama­ti a confrontarsi direttamente con riferi­menti e potenzialità nuove, derivanti dall’allargamento europeo, dal contesto me­diterraneo, dall’espansione delle econo­mie asiatiche. “La rivoluzione meridiona­le” – per richiamare il pensiero centrale dell’opera e dell’insegnamento di Guido Dorso – passa dunque per la formazione di una classe dirigente capace di sostituir­si, fino in fondo, nei tanti compiti che fino a ieri erano dello Stato centrale, e che da tempo sono stati trasferiti.

Solo attraverso questa crescita politica e civile – che pon­ga fine ad una lunga subalternità dei gruppi dirigenti locali – la questione meridionale potrà porsi come una nuova, e grande, “questione nazionale“. Non può e non deve trovare posto nel dibattito politico, ma oso dire soprattutto nelle intelligenze degli italiani, uno spirito di contrapposizione, una sorta di antagonismo Nord/Sud come purtroppo si è avvertito nel recente passato e compare talvolta nel presente. Un nuovo, moderno, impegno per il Mezzogiorno – che possa offrire opportunità di espansione al nostro sistema produttivo settentrionale – potrebbe essere uno dei temi di confronto e di dibattito tra maggioranza e opposizione nell’ambito della Legge Finanziaria. Occorre che anche gli uomini di cultura, le cattedre del sapere, quanti si trovano a contribuire al formarsi dell’opinione pubblica aiutino a superare – naturalmente in spirito di verità – presunti conflitti territoriali e perfino “etnici”. Proprio per questo sento di ringraziare i promotori e la Giuria del Premio Dorso che hanno saputo individuare, anche quest’anno, alcuni significativi esponenti della vita istituzionale, economica e culturale, che si sono distinti per il loro qualificato impegno per la crescita del nostro Mezzogiorno. II Vostro contributo è prezioso e auguro possa continuare nel tempo.

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