La questione della classe dirigente resta una questione primaria del Sud e del Paese

Considerazioni su un editoriale di Pino Aprile “Il Futuro del Mezzogiorno. Per far  partire il Sud meglio un Ponte oggi che cento uomini d’acciaio domani

Ho letto con interesse l’editoriale di Pino Aprile su LaCNews24.it dal titolo” Il Futuro del Mezzogiorno. Per far  partire il Sud meglio un Ponte oggi che cento uomini d’acciaio domani”, pur condividendo molti temi che ci accomunano in una battaglia contro gli egoismi territoriali –  è recente la notizia della ripartenza del progetto di autonomia differenziata – e il venir meno di una coscienza nazionale di uno sviluppo coerente ed integrato, già di per se debole da tempo. Non sono d’accordo invece sull’analisi della classe dirigente e sulla non attualità del pensiero di Guido Dorso, anzi avverto l’obbligo morale invece di rilanciarlo e di rafforzarlo in vista dell’attuazione del PNRR e del QFP 2021-2027. La carenza, la mancanza o l’inadeguatezza della classe dirigente non possono costituire un alibi o un mantra; in un approccio pragmatico ci dobbiamo invece chiedere che cosa abbiamo fatto e quali sono le condizioni favorevoli per farle emergere. Certamente la globalizzazione ha influito negativamente sulle classe dirigenti non solo nazionali ma anche di altri Paesi, in quanto il venir meno dei confini, nuove visioni, nuovi perimetri decisionali,  hanno mandato in pensione o resa inadeguata una vecchia classe dirigente non più in linea con i tempi.

La realizzazione di singole opere, come sostiene Pino Aprile, anche se meritevoli in senso economico e sociale di essere effettuate, senza una visione di sviluppo integrato, con la dovuta programmazione finanziaria e temporale, richiede in ogni caso la presenza e la continuità di una classe dirigente che vada oltre gli orizzonti della politica elettorale di breve periodo. Sicuramente il Mezzogiorno, ma anche parte del Nord e del Centro, sono dominati in maniera diffusa da una classe dirigente estrattiva volta a perseguire, come gruppi o persone,  interessi di potere o di ricchezza.  A questo proposito è illuminante la riflessione sulla classe dirigente del Sud del filosofo Aldo Masullo, da me intervistato nel 2019: “diciamo che attualmente una classe dirigente non c’è, ci sono gruppi che hanno il potere, ma classe dirigente è un’altra cosa, classe dirigente è un insieme di persone che in funzioni diverse, in ruoli diversi eccetera in qualche modo senza neppure rendersene conto solidarizzano in una visione della società che debbono mandare avanti, la classe dirigente non è un insieme di persone che detengono il potere, ma un insieme di persone che in vari ruoli, con varie competenze comunque hanno oggettivamente senza neppure porselo coscientemente una visione solidale del come una società debba essere sviluppata, dove si deve andare a parare ecco, questo è il punto”

L’Associazione Guido Dorso da anni si batte per l’affermazione di una classe dirigente come preconizzata da Dorso nella sua opera “la Rivoluzione meridionale” del 1925 e ribadita in altre sue pubblicazioni. Una riflessione sistematica è presente nell’ultimo libro edito dall’Associazione Dorso in occasione del quarantennale del Premio, anno 2019, dal titolo “Cento uomini di ferro e più. Il risveglio del Mezzogiorno”. Il premio Dorso cerca di individuare personaggi della comunità meridionale e non che contribuiscono o hanno contribuito con le opere, le azioni, il pensiero e l’immagine allo sviluppo sociale, culturale ed economico del territorio meridionale. L’obiettivo è stato sempre quello di costituire una rete di protagonisti che possano cooperare per il bene comune.

Il premio non è solo un riconoscimento, è soprattutto una presa di coscienza ed una esortazione a fare; un battesimo e una comunione, senza alcuna riferimento religioso, ad operare a favore dello sviluppo del Sud in una visione integrata del Paese in una prospettiva europea e mediterranea. Purtroppo come diceva Dorso “ la formazione di una classe dirigente è un mistero della storia, che né il materialismo, né l’idealismo erano riusciti a svelare, per cui la formazione della classe dirigente è quasi un mistero divino”. Con questa riflessione Dorso usando un termine moderno individuava la complessità di un tema, frutto di diversi fattori interagenti non facilmente programmabili e con andamenti ciclici. Una domanda, esistono le condizioni di emersione di una vera classe dirigente? Come si forma una classe dirigente?

Pino Aprile

Un tema delicato e complesso. Esaminiamo alcuni di questi fattori, visti singolarmente, ma che devono essere coniugati fra di loro per avere il giusto risultato. Sicuramente il mondo della formazione scolastica e universitaria ha un ruolo importante, ma ruoli   importanti rivestono la famiglia e il mondo del lavoro. La formazione scolastica attuale non facilita la crescita della classe dirigente, ma è volta a fornire competenze individuali e a creare un senso di competitività più di cooperazione, mancano le basi per la gestione e l’economia del bene comune. Una volta le università erano momenti aggregativi per i giovani, ma purtroppo con il declino dei partiti sono venute meno anche le organizzazioni giovanili. La famiglia può fare molto; la valorizzazione dei beni comuni, lo spirito di cooperazione, la libertà di pensiero nel rispetto dei diritti e dei doveri, sono tappe di un percorso virtuoso  e su questo punto si è fatto molto poco per far evolvere il ruolo educazionale.

L’altro il mondo del lavoro, l’assenza o il venir meno di grandi strutture associative e aziendali non ha favorito l’emergere di una classe dirigente, anzi il depauperamento del Mezzogiorno delle grandi aziende, fra cui i grossi complessi bancari, ha peggiorato la situazione. Inoltre l’assenza di strutture complesse e dimensionalmente evolute, rispetto ad altri territori del Paese, ha privato il territorio anche di poteri negoziali fra diverse entità per il giusto equilibrio volto a tutelare il bene comune e la parità di diritti. Le grandi centrali associative e di rappresentanza, hanno finito per tutelare interessi di parte perdendo il senso del bene comune e della parità dei diritti. Un altro grande serbatoio, sono le grandi amministrazioni pubbliche, purtroppo molte di queste  sono troppo intrise di politica e di logiche corporativistiche e poco di ruolo istituzionale, per cui si creano legami omeopolari fra le persone, è piuttosto che tutelare il bene e l’interesse comune ci si mette in fila a seguito del proprio capo bastone di turno.

La formazione e la creazione di una classe dirigente richiede libertà, coraggio, senso del bene comune, rispetto dei diritti e doveri e non ultimo una visione condivisa dello sviluppo. In questi anni in ogni caso con la crisi economica del 2008, con l’avvento del federalismo fiscale,  non ultimo con la la pandemia si è verificata nel Mezzogiorno una evoluzione sociale, con il diffondersi di una maggiore coscienza collettiva, con il superamento del tradizionale individualismo, hanno sempre di più proliferato reti, alleanze, associazioni, che dimostrano che il sistema meridionale sta diventando più connesso e compatto, con una condivisione di obiettivi comuni. Questa è una buona strada per il cambiamento o miglioramento di una classe dirigente non estrattiva, in questo senso il messaggio di Guido Dorso è servito come lievito per maturare una visione e una coscienza collettiva diversa. Un ultimo dubbio! Ma Pino Aprile e tanti altri come lui, studiosi, opinionisti, rappresentanti di enti e di istituzioni, che si stanno battendo meritevolmente per il Mezzogiorno, facendo emergere problemi, individuando soluzioni, creando alleanze, sollecitando il potere politico, non si sentono un poco “uomini di ferro”, preconizzati da Guido Dorso?          

Francesco Saverio Coppola
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