Una nuova tappa del viaggio letterario di Antonio Corvino, alla scoperta di luoghi, paesaggi e identità culturali del Mezzogiorno di Italia. Politica Meridionalista ha già ospitato altri report letterari di Corvino per offrire ai propri lettori una finestra su un mondo ricco di memorie che necessita di essere conosciuto e maggiormente valorizzato socialmente e culturalmente. É la volta di Monte Asprano, raccontato in un viaggio diviso in quattro parti, tra Monte Asprano, Monte Camarda, Monte Cairo, Monte Cassino e la Valle del Liri tra il quattro ed il sei agosto 2025.
Sui luoghi di San Tommaso, San Benedetto e Santa Scolastica tra Roccasecca, Caprile, Castrocielo, Colle San Magno, Piedimonte San Germano Alto, Palazzolo e Cantalupo. In cima al Castello d’Aquino e sino alla chiesa di San Tommaso, all’Abbazia benedettina ed al Santuario della Madonna Assunta.
Parte prima.
Il Monte Asprano.
Se sali su Monte Asprano dominerai il cielo infinito.
La valle del Liri si stende sotto di te.
Al di là, i Monti Aurunci annunciano il Tirreno immenso come Oceano.
Da qui arrivavano i popoli che scendevano a Sud nella terra dove abbondava il latte ed il miele e la bellezza era pari alla sua civiltà.
Vi giunsero anche i Longobardi conquistati alla fede cristiana dall’Arcangelo Michele che somigliava tanto a Odino, il loro dio guerriero.
Qui Federico pose il confine tra il suo regno mediterraneo e le terre del Papa re.
Qui giunsero i Saraceni e si mischiarono popoli e genti.
Vi giunse anche San Benedetto in fuga da Subiaco dove i suoi monaci tentarono di avvelenarlo.
Troppo rivoluzionaria la sua dottrina…
Ora et Labora, la sua Regola.
Ma i monaci, che in Oriente e nel deserto del Sinai avevano scelto l’ascesi, magari in solitudine estrema, non capivano l’insistenza di Benedetto su quell’ora et labora…
Il lavoro era esclusiva pertinenza degli schiavi dall’inizio del mondo. Greci e Persiani, Romani e Cartaginesi, tutti, facevano le guerre per ridurre in schiavitù interi popoli a cui affidare le mansioni manuali.

Ai cittadini liberi, nobili ed aristocratici, era riservato l’otium creativo, il pensiero, l’arte, la speculazione dello spirito ed ora arrivava questo monaco a rivoluzionarlo il mondo e rovesciarne le consolidate abitudini.
Prega, concedeva benevolo e pietoso, ma lavora, imponeva energico e deciso.
E quelli proprio non lo capivano.
Era pur nobile ed aristocratico lui pure, dunque che senso aveva questa pratica del lavoro che quelli vedevano come una punizione, una umiliazione addirittura.
Lasciare il breviario e impugnare la vanga!
Uscire dal luogo consacrato alla preghiera e dissodare campi e sterpaglie…
Così pensarono di liberarsene e tentarono per due volte di avvelenarlo in quel di Subiaco, il luogo sacro da lui scelto per praticare la sua regola.
Il dio, che approvava pienamente quella regola, in totale sintonia, peraltro, con lo spirito del suo insegnamento, lo aveva protetto e lo spinse a fuggire.
Si si, proprio fuggire prima che quelli lo assassinassero assalendolo con i coltelli nascosti sotto al saio, come i congiurati con Cesare, o magari con la lapidazione come avevano fatto i loro confratelli parabolani, asceti del deserto, solo un secolo prima, più o meno, con Ipazia, la filosofa-letterata e matematica pagana, lapidata ad Alessandria.
Scolastica lo sosteneva da presso.
Ancora non erano maturi i tempi per ricucire la cesura del mondo maschile da quello femminile. Ma Scolastica e Benedetto, fratello e sorella gemelli, vivevano in simbiosi seppur separati. A Subiaco, a qualche centinaia di metri dal monastero dove viveva Benedetto, Scolastica aveva fondato il suo convento…
Dopo la fuga dell’amato fratello verso Monte Cassino ella decise di spostarsi e raggiungerlo senza indugi. Non perché avesse timore che le sue sorelle potessero anch’esse pensare di volersene liberare, anzi, quelle erano devote e profondamente legate alla loro santa badessa.
Il mondo femminile è stato da sempre pietoso, pacifico e compassionevole.
Scolastica doveva seguire Benedetto perché le loro anime erano indissolubilmente legate l’una all’altra.
E d’altronde le sue consorelle sarebbero state in condizione di auto governarsi e lei come pure Benedetto avrebbe proseguito su Monte Cassino la sua missione rivoluzionaria.
Sul Monte Asprano dove ti ritrovi immerso in un’aura carica di energia positiva che reca in sé i caratteri della sacralità, eremi e grotte consacrate erano disseminate lungo i sentieri.
Sul costone che guarda la valle del Liri oltre Roccasecca, epicentro di Monte Asprano, appena sopra Caprile, il bel borgo medievale abbarbicato a ridosso dell’aspra falesia che la sovrasta, si apre la grotta consacrata all’Arcangelo Michele ed ovunque salendo incontrerete i segni della devozione popolare e della presenza di monaci, anacoreti ed eremiti…
Benedetto e poi Scolastica si avviarono per quei sentieri e giunsero a Monte Cassino.
Lo trovate in direzione sud-ovest, Monte Cassino, rispetto al Monte Asprano, praticamente attaccato se non fosse per lo stretto avvallamento che lo isola come una preghiera rivolta a Dio onnipotente.
Poco discosto, sempre verso occidente, troverete il massiccio di Monte Cairo ricoperto di boschi fitti e lussureggianti che tutto lo ricoprono. Esso si stende sino alla valle dell’Elfa, il fiume che segna i confini del Monte Asprano e corre ad alimentare il Liri …
Il Monte Asprano è diverso dal Massiccio del contiguo Monte Cairo e da tutti gli altri che a corona si dispongono lungo l’orizzonte. E se ne distingue decisamente. Lo riconoscete a prima vista per la natura delle sue rocce oltre che per la posizione.

“La sua nobiltà geologica si rivela alla prima occhiata” mi dice Alessandro, cultore innamorato del Monte cui ha dedicato un libro per ricostruirne la storia e difenderne la memoria. É geologicamente il più antico ed anche il più aspro… Asprano, per l’appunto.
Là sopra ti ci devi arrampicare per sentieri pietrosi, incuneandoti tra le rocce.
Nonostante l’altezza relativamente bassa, le sue rocce nude ne testimoniano l’antichità geologica.
Castelli e torri, chiese ed eremi, luoghi per anacoreti e piccoli villaggi si susseguono senza soluzione di continuità.
E la maestosità delle fortificazioni dei popoli Volsci, che qui si insediarono sin dall’età del ferro, sono un autentico, meraviglioso monumento all’umanità tutta intera oltre che a quel popolo orgoglioso e pacifico che praticava l’agricoltura e la pastorizia con animali di piccolo taglio, pecore, capre, maiali che ben si adattavano alla natura impervia dei luoghi e forgiava il ferro estraendolo dalle terre appena più interne al di là dei monti Aurunci dove si trovavano i Sanniti Pentri con cui vivevano in stretto connubio fino a fondersi e confondersi.
Tutte queste cose Alessandro me le racconta come un fiume in piena mentre accarezza le pietre e respira le piante e gli arbusti della macchia mediterranea che qui crescono generosi e che danno vita ad essenze medicinali conosciute da sempre ed a bouquet di profumazioni naturali oltre che a prelibatezze culinarie di grande pregio che hanno, nei secoli ed ancora oggi, assicurato grande prestigio e notorietà a Roccasecca, Colle San Magno, Castrocielo che con le frazioni medievali scandiscono il Monte Asprano in combinata con il più giovane massiccio del Monte Cairo.
É terra sacra, questa.
Attraversata da Benedetto e Scolastica, abati e principi essa è stata resa ospitale da genti e popoli che qui han trovato casa e patria.
Tommaso vi ebbe i natali e la sua storia, annunciata da un sant’uomo che in una grotta in cima al monte viveva da anacoreta, ha delle straordinarie similitudini e analogie con la nascita di nostro Signore .
Un giorno il sant’uomo lasciò il suo luogo di preghiera e scavallò le creste di Monte Asprano sino a giungere al Castello-fortezza dei Conti d’Aquino che dominava, dal cocuzzolo di una vetta affacciata sulla valle del Liri, l’intero territorio.
L’abbate di Monte Cassino, Magister Mansone nel 994 ne aveva disposto la costruzione per controllare il territorio di pertinenza dell’Abbazia.
Erano lontani ormai i tempi rivoluzionari di Benedetto e Scolastica.
La loro regola aveva fecondato non solo l’Italia ma anche l’intera Europa e Monte Cassino era l’abbazia principe dell’Ordine Benedettino. Lì il fondatore, riparato dopo la fuga da Subiaco, aveva messo nero su bianco la sua regola e quell’idea dell’Ora et Labora aveva preso la sua forma definitiva: un prologo e 73 capitoli che i monaci studiavano e praticavano leggendone un capitolo al giorno, tutti i giorni, al momento del desinare a conclusione del giorno.
L’Abbazia di Montecassino controllava un immenso territorio che giungeva sino alle Calabrie e disponeva di un potere temporale che accompagnava e talora sovrastava quello spirituale. E l’Abate Mansone, all’incirca quattro secoli dopo l’arrivo di Benedetto e suo successore, aveva costruito quel castello-fortezza. Il castello era giunto ai Conti d’Aquino per le vicende della storia che in Federico aveva trovato il paladino dell’umanità laica, non solo in grado ma anche desiderosa di affermarsi in forma autonoma ed indipendente dalla protezione divina intermediata dalla chiesa.
E la contessa Teodora Galluccio-d’Aquino, per desiderio di intima solitudine, si era ritirata là sopra in quel castello-fortezza lontano dai brusii del mondo. Era il 1225, o forse il 1226.
Aspettava un bimbo e anelava a restare in comunione con quel figlio che le cresceva in grembo.
E quel monaco, l’homo bono, come lo chiamavano gli abitanti del luogo, un mattino prese il suo bordone e si incamminò verso la rocca.
Nessuno gli aveva detto che la contessa Teodora fosse salita sin là sopra.
Ma lo spirito del Monte Asprano o lo Spirito Santo, se più vi piace, lo spinse in quella direzione. Da sempre quel Monte era ricco di energia vitale e quell’energia era adesso concentrata nel ventre della contessa Galluccio-d’Aquino. Ed egli lo aveva avvertito. Si sentiva attratto come se in quella rocca vi fosse un magnete potentissimo e prese ad andare.
Era ormai sera quando bussò al portone del castello e disse che era atteso dalla contessa che, inopinatamente, davanti all’armigero dubbioso, confermò.
Il santo monaco si inchinò davanti a Madonna Teodora proprio come l’Arcangelo Gabriele si era inchinato davanti alla Vergine Maria.
E le disse, esattamente allo stesso modo dell’Arcangelo, “tu avrai un figlio che illuminerà il mondo”.
Rimase confusa Teodora eppure sentiva che l’homo bono aveva ragione.
Per questo aveva lasciato il mondo e si era ritirata sul Monte.
Pregò il monaco di riposarsi e ripartire il giorno dopo, ma quello rispose che era venuto solo per annunciarle quella verità e se ne ripartì accettando in dono una ruota di pane.

…
Ancora oggi su Monte Asprano, se sali in solitudine e nel silenzio puoi avvertire il respiro della vita che qui non ha tempo e che dalla notte dei tempi aveva preso a pulsare forte trovando un’umanità desiderosa di farsene interprete, eremiti, santi, e profeti capaci di captarne i segnali e uomini e donne di addomesticarne la natura aspra costruendovi le loro case ed i loro paesi.
Benedetto fu tra questi. E Scolastica sulle sue orme.
Con Angelo il pomeriggio di lunedì 4 agosto mi sono recato all’Abbazia.
Il giorno dopo avrei percorso l’ultimo tratto del Cammino di San Benedetto, Roccasecca-Cassino, e la mattina successiva avrei, con Alessandro, attraversato il Monte Asprano prima di ridiscenderne e salire su un treno locale che mi avrebbe portato a Caserta da dove avrei guadagnato il mare Adriatico e la pianura increspata di serre della Messapia, la terra primordiale distesa tra due mare, l’Adriatico appunto e lo Jonio che la uniscono all’Egeo ed all’Oriente.
Parte seconda.
La salita all’Abbazia di Monte Cassino.
Sono ormai le tre pomeridiane quando saliamo a Monte Cassino.
Angelo, custode del Cammino di San Benedetto che si snoda tra Norcia e Cassino, è venuto a prendermi dal mio alloggio. Lo aspetto in fondo al vicolo che dalla Piazza Longa di Roccasecca sale verso Monte Camarda che sovrasta il paese oltre le ultime propaggini di Monte Asprano.
Sono giunto a Roccasecca domenica sera, tre agosto, proveniente da San Giorgio del Sannio, dinamica cittadina alle porte del capoluogo sannita, e prima ancora da Macchiagodena e Guardia Sanframondi, due piccoli centri, il primo in provincia di Isernia collocato a circa novecento metri di altezza ed il secondo ai limiti estremi della provincia di Benevento, sulle propaggini del Massiccio del Matese, ad oltre cinquecento metri di altitudine. Entrambi carichi di arte e storia oltre che ricchi di potenzialità alternative alla cultura massificante delle aree urbane.
Da Benevento un treno regionale mi ha portato a Cassino.
Ad attendermi vi era Alessandro.
Qui siamo al limite tra vecchio regno di Napoli e vecchio Stato della chiesa.
Nella Valle del Liri-Garigliano vi erano dogane e confini. Questi, tuttavia, non impedivano alle popolazioni di ritrovarsi e di vivere in perfetta simbiosi oltre ogni frontiera.
Il richiamo ancestrale di Napoli e della dimensione partenopea è tuttora molto forte da queste parti.
Ancora oggi la valle ed i valligiani nonché gli abitanti dei monti che la proteggono si sentono parte integrante della storia del Mezzogiorno italiano e avvertono con forza il richiamo della sua antica capitale.
D’altronde qui, proprio sul Monte Asprano, sin dall’età del ferro, vivevano i Popoli Volsci alleati e contigui dei Sanniti Pentri che, a loro volta, si erano insediati appena più in là, oltre i monti Aurunci nei territori oggi compresi tra il Molise e l’alta Campania dominata dal massiccio del Matese.
Un tempo la valle del Liri-Garigliano era rinomata per la straordinaria bontà della sua agricoltura, ricca di olio, vino, prodotti della pastorizia ed una varietà di ortaggi di grande pregio. A partire dagli anni settanta essa venne trasformata in area industriale a seguito del grande insediamento Fiat che proprio in territorio di Cassino assorbiva 14.500 addetti oltre l’indotto più o meno delle medesime dimensioni.
Si tratta oggi di una presenza ridottasi drasticamente con poco più di 2.000 operai spesso in cassa integrazione a seguito dell’irreversibile ridimensionamento del settore auto italiano, mi raccontano i miei amici di Roccasecca. Il tono della loro voce sa di disincanto e delusione per un baratto che al tempo sembrava vincente e che nel giro di qualche decennio ha rivelato per intero la sua caducità se non l’inganno.
Della valle rigogliosa e fertile sono rimaste solo delle aree residuali mentre l’originaria conformazione è stata del tutto compromessa da una urbanizzazione selvaggia ovunque disseminata a servizio di una industrializzazione che ha lasciato vuoti capannoni insieme a strutture del tutto inutilizzate ed a spazi abbandonati.
Scendendo da Roccasecca Angelo mi mostra la distesa dei capannoni e le macchie bianche degli insediamenti urbani ovunque disseminati in ordine sparso come altrettanti greggi privi di pastore.
La sera prima Alessandro, giunti a Roccasecca dove stava per partire un grande concerto di Nicola Piovani, compositore, pianista e direttore d’orchestra, in onore di Severino Gazzelloni, straordinario virtuoso di flauto, di qui originario, mi aveva indicato la valle sottostante scandita da luci disordinatamente diffuse come fossero riflessi di altrettante stelle del cielo lontano. Facevano pensare ad un grande presepio, aveva notato sarcasticamente Alessandro, ma nascondevano, aveva continuato, una deriva entropica che contrastava con l’armonia dell’intera, bellissima regione.
Da Cassino Angelo spinge la sua auto lungo i tornanti che salgono verso l’Abbazia.
Il monte è ancora attraversato da alcuni spezzoni di strade romane che consentono di arrivarci a piedi, volendo, o magari scenderci una volta giunti alla conclusione del Cammino Benedettino.
L’intero colle è monopolizzato dall’Abbazia e dai boschi che la circondano ma non vi sono strutture di accoglienza per i pellegrini e questi devono raggiungere Cassino per rifocillarsi e rientrare nelle loro terre di residenza o provenienza.
Vi è a qualche centinaia di metri dall’Abbazia, nascosto tra gli alberi, il convento delle benedettine, eredità di Santa Scolastica, la quale, come già a Subiaco, aveva anche qui fondato il suo monastero per restare accanto al fratello gemello.

Le suore sono più disponibili ad aprire i loro spazi ai pellegrini, mi dice Angelo mentre parcheggiamo e facciamo a piedi l’ultimo tratto verso l’abbazia.
“Non è che i monaci benedettini siano insensibili” continua “hanno un grosso problema: carenza di risorse umane. Insomma l’enorme fabbrica dell’Abbazia conta oggi soltanto sei monaci. Niente rispetto alla grande comunità storicamente qui concentratasi sin dall’anno 530 dell’era cristiana, praticamente a ridosso della caduta di Roma e del suo Impero”.
C’è della tristezza in questa affermazione.
Angelo è mite, la sua voce, quando racconta, è rotonda e dolce e le sue emozioni sono affidate all’inflessione del tono dimesso con cui essa fluisce.
I suoi occhi sul volto rubicondo si chiudono per un attimo a significare l’impossibilità di cambiare la realtà al momento. E anch’io ne sono consapevole. Nei pressi della casa di campagna che attende i miei ritorni in Messapia, vi è un monastero dei monaci Cistercensi, grandi esperti di erbe ed erboristeria, legati in linea diretta ai Benedettini da cui sono nati.

Ogni anno a Natale ed a Pasqua ho l’abitudine di recarmi da loro la notte delle celebrazioni della natività e della resurrezione.
Pur professando la mia inossidabile laicità mi consola quell’atmosfera di intima comunione religiosa che si stabilisce tra i monaci e la gente del posto.
Allorquando presi a frequentare la loro chiesa alcuni anni addietro, i religiosi superstiti in quel monastero risalente al XIV secolo disponevano di un esteso seminario per novizi e di una lunga teoria di laboratori per la trasformazione delle erbe medicinali e la produzione di ogni specie di essenze, tisane, liquori, erano dodici. Tuttora il monastero dispone di una biblioteca ricchissima di testi antichi oltre che di una pinacoteca. L’una e l’altra tuttavia sono chiuse, allo stesso modo in cui, da alcuni decenni, è prmai chiuso il seminario.
Anno dopo anno ho visto quei monaci ridursi di numero. L’ultima volta erano quattro a concelebrare i riti pasquali; uno sedeva in permanenza, raggomitolato nel suo scranno, incapace di muoversi.
…
L’Abbazia mi appare, appena superato l’ultimo dosso, in tutta la sua maestosità, armonia, bellezza. Mi affascina e resto abbacinato dalla sua gloria.
Si staglia contro un cielo azzurro che sembra dipinto con i lapislazzuli.
Nuvole bianche sostano immobili sopra di essa, come incantate anch’esse, da tanta magnificenza. Il contrasto con il biancore della pietra con cui è costruita è addirittura abbagliante. L’intera fabbrica sembra incisa nel cielo azzurro mentre le nuvole esaltano quel miracolo di armonia.
PAX è scritto sulla grande lunetta del frontone di ingresso.
Man mano che avanziamo si rivela per intero l’enorme sviluppo del complesso.
L’ingresso con l’ampia facciata di sapore rinascimentale anticipa di una ventina di metri il corpo dell’abbazia che si stende orizzontalmente con un fronte sorprendentemente lungo e altrettanto profondo. È una città fortificata questa, mi vien da pensare. Un’enorme città fortificata, scandita da un triplice ordine di finestre inframezzate da eleganti logge di ispirazione classica che conferiscono una perfetta simmetria all’intera fabbrica.
Il mio pensiero corre al castello di Praga.
Anche in quel caso il castello, come qui il monastero, non aveva nulla di austero. Era un grande palazzo disposto come un immenso parallelepipedo che conteneva una vera e propria cittadella, la città dell’imperatore Rodolfo.
Qui l’abbazia contiene la città del potere spirituale benedettino. E non posso fare a meno di chiedermi come possano sei monaci custodire una simile magnificenza.
Miracoli della fede e potenza della religione, mi vien da pensare.
Sei monaci a vivificare la città benedettina che per secoli ed oltre un millennio ha dominato l’intero Mezzogiorno italiano, ha impartito direttive a tutto l’ordine monastico diffuso per l’Europa e ha influenzato la storia del vecchio continente oltre a dare numerosi papi alla chiesa.
Ben nove sono stati i papi benedettini e Monte Cassino era il loro faro, mi informa ammirato Angelo con la meraviglia di chi ti sta confidando, incredulo egli stesso, un segreto.
Oltre il portone di ingresso da cui si intravede una lunga ed ampia scalinata che porta nei meandri sotterranei, si apre la facciata dell’abbazia. Una solenne gradinata ne anticipa in tutta la sua estensione il fronte interno. Al di sopra un porticato raffinato quanto essenziale invita a salire ed a sostare. Il cortile è dominato dalle statue monumentali di San Benedetto a destra e di Santa Scolastica a sinistra entrambe poste su dei basamenti che le proiettano verso il cielo azzurro e luminoso, esaltante.
Tra le mani di Santa Scolastica una colomba messaggera di pace, e tramite tra i due fratelli che osservavano il dovere della separazione tra uomini e donne ma erano indissolubilmente legati l’uno a l’altro come difficilmente si può immaginare al di fuori dell’amore di Dio. Ai piedi di San Benedetto un corvo lo osserva. Era stato proprio il corvo a salvargli la vita portando via la pagnotta avvelenata che egli stava per mangiare. Precedentemente la coppa di vino che si apprestava a bere si era frantumata sotto il segno della sua benedizione.

Da un lato e dall’altro due chiostri si aprono alla contemplazione. In uno vi è un gruppo marmoreo che ritrae San Benedetto morente sostenuto da due confratelli. “Volle morire in piedi” mi racconta Angelo “e chiese ai suoi confratelli di sorreggerlo in attesa di rendere l’anima a Dio.”
È particolarmente ispirato Angelo allorquando mi snocciola gli episodi della vita di San Benedetto e di Santa Scolastica.
Egli si augura che l’Abbazia torni un giorno o l’altro a pullulare di confratelli e novizi.
“L’attuale abate” mi dice in tono confidenziale e pieno di cristiana speranza “ ha preso i voti dopo essere stato nominato Magister dell’Abbazia. Era entrato nell’ordine come laico dopo aver lasciato il mondo da adulto alle sue spalle”.
“ È un buon segno” gli faccio eco. E lo penso davvero. Pur essendo lontano dalla fede cristiana ed apprezzando la filosofia di Giordano Bruno oltre a ritrovarmi in sintonia con il pensiero pagano, riconosco la grande opera della Chiesa e soprattutto degli ordini monastici che nel tempo han riscattato il delitto perpetrato contro la conoscenza e l’innocenza custodite entrambe da Ipazia ad Alessandria. E spero che Cassino, come pure il monastero dei Cistercensi che mi accoglie la notte di Natale e quella di Pasqua, possano continuare a vivere e svolgere la loro azione di fecondazione della storia umana. E che le loro biblioteche tornino ad essere frequentate e le loro pinacoteche visitate. Le loro chiese affollate.
Dall’altro lato il secondo chiostro dominato dal monumento che sovrasta la grande cisterna. Questo è il chiostro dei novizi, ahimè assenti. Del tutto assenti.
In fondo sulla scalinata la chiesa abbaziale.
Vi entriamo.
Devo chiudere gli occhi tanto è lo splendore.

Certo è uno splendore barocco, contrasta con i miei gusti romanici ma è comunque qualcosa di strabiliante.
Solo le lunette del soffitto e delle pareti sono vuote riempite di intonaco grezzo. A testimonianza dell’ultima assurda distruzione, quella avvenuta nella seconda guerra mondiale ad opera degli eserciti alleati convinti che qui si fosse rintanato il quartier generale dei tedeschi in fuga. Invece vi erano soltanto soldati lasciati a presidiare quell’altura. “E quei soldati” rievoca Angelo a mio beneficio “allorquando si resero conto del destino che incombeva sull’abbazia provvidero a trasferire tutto quanto fu possibile a Roma, Castel sant’Angelo, per sottrarlo alla distruzione.
Furono i Polacchi a dare l’assalto a Monte Cassino ed a conquistare l’abbazia. La loro bandiera fu issata per prima sulle rovine del monastero.” Angelo mi guarda e poi riprende sottovoce come in confessione e quasi pregando “ morirono oltre mille soldati polacchi nell’assalto. Quelli che sopravvissero, dopo la guerra vollero rimanere qui. Sapevano cosa li attendeva in patria ed avevano terrore di tornarci. Ma i sogni della patria lontana sono ovunque presenti sul territorio circostante.
Monumenti, lapidi marmoree a ricordo, e soprattutto quel cimitero con la grande stele. I polacchi ne curano meticolosamente ed ogni giorno il decoro a salvaguardia della memoria di quei morti. Anche il generale Wladyslaw Anders loro comandante rimase in Occidente e visse il resto della sua vita a Londra, ma volle essere seppellito nel cimitero polacco a due passi dall’Abbazia dove riposavano i suoi soldati”.
È una storia drammatica quella che si è dipanata intorno all’Abbazia di Monte Cassino. Drammatica e piena di umana compassione e partecipazione, testimoniata da quegli uomini con la vita stessa. Qui ci sono i cimiteri dei tedeschi, degli italiani e dei caduti del Commonwealth che combattevano sotto le bandiere inglesi.
È terra sacra questa.
“D’altronde” mi fa notare Angelo “l’Abbazia è stata distrutta per quattro volte e per quattro volte è risorta. Non è questa la dimostrazione della sua santità e della sacralità di questa terra che la sostiene?”
Come dargli torto.
Furono i Longobardi a distruggere l’Abbazia nel settimo secolo per la prima volta dopo che San Benedetto l’aveva costruita nel 529/30 su un antico tempio di Apollo.
Poi arrivarono i Saraceni nel decimo e quindi ci si mise un terremoto nel quattordicesimo secolo.
Infine arrivò l’assurda guerra dell’umanità contro sé stessa.
Ma sempre l’abbazia benedettina è rinata.
Scendiamo in silenzio nella cripta che si salvò dai bombardamenti e ci fermiamo davanti al luogo che conserva i resti di Benedetto e Scolastica.
Mi commuove il rapporto tra questi due, fratello e sorella e noto con la coda dell’occhio l’emozione anche di Angelo. Poi mi conduce in un angolo appartato. Mi mostra il trono di San Benedetto. Sullo schienale in alto il simbolo di San Benedetto. Una croce incisa in un cerchio. Tutto intorno e dentro i quadranti delle lettere, altrettanti acronimi che sintetizzano le preghiere del Santo per essere in contatto con Dio e proteggersi dal maligno. La Croce, racconta il suo biografo, San Gregorio Magno, era il costante riferimento della preghiera e dell’azione di San Benedetto. Egli scrisse la sua regola ispirandosi ad essa. Ora et Labora è il principio fondante ma essa di dipana in un prologo ed in 73 capitoli. Non sono i monaci a dare consistenza alla regola ma è la regola ad informare di sé la comunità dei monaci scrive il Papa Gregorio Magno. La preghiera, la fede, l’obbedienza e l’umiltà la scandiscono e informano di sé i monaci costituiti in comunità. Angelo mi invita a sedere. Sento un profondo senso di pace. Forse è suggestione o forse lo spirito di Benedetto e Scolastica che permea davvero questa Abbazia e si diffonde ancora adesso per tutto il monte Cassino ed anche, in fondo in fondo, per l’intera Europa. E rammento che San Benedetto è il Patrono d’Europa. Non dico nulla ad Angelo e conservo il pensiero per me… Mi dico che con San Benedetto deve essere considerata patrona d’Europa Santa Scolastica. I due pensavano e agivano in stato di simbiosi indissolubile nello spirito di Dio onnipotente.
Ci avviamo ad uscire. Sono passate ormai le sei e Angelo deve tornare a Roccasecca dove lo attendono dei pellegrini in cammino sul percorso benedettino.
Ci dirigiamo verso l’uscita.
Sugli scalini di una cappella laterale sta scendendo una figura alta, mi sembra imponente nella sua dimensione ascetica. Emana umiltà ed al contempo chiama rispetto e dà attenzione. È vestito di un saio nero. Carnagione bianca, addirittura pallida, capelli corti e lisci che scendono, ormai ingrigiti, sulla fronte. Lo sguardo è aperto luminoso e illustra un viso che sorride. È il nuovo Abate, nominato da poco a chiudere un periodo non proprio edificante della vecchia magistratura, mi spiega in fretta Angelo che poi si avvia sorridente verso di lui. Scambia dei convenevoli e si intrattiene per alcuni momenti. C’è sintonia fra i due, commento tra me mentre aspetto defilato la fine del colloquio. Poi Angelo mi chiama e mi presenta. L’Abate mi saluta gioviale ed anch’io rispondo con simpatia. Ci facciamo un inchino e quindi ognuno va per la sua strada.
Là fuori il cielo è sempre più azzurro e le nuvole ancor più bianche e diafane di prima.
La bianca pietra dell’immensa Abbazia splende luminosa ed il suo candore mi mette allegria.
Mi giro un’ultima volta per raccogliere in uno sguardo quel luogo consacrato che sa di magia e rivolgo il mio pensiero ad Apollo che giace alle fondamenta di essa. Lo spirito dell’Universo alimentato dagli dei dell’Olimpo e dal Dio cristiano coincide, perché no, con l’unità di Dio Padre, come professava Giordano Bruno.
Ma anche se così non fosse va bene lo stesso.
Onore e gloria a San Benedetto ed a Santa Scolastica. Una Santa ed un Santo, un uomo ed una donna che hanno tutta intera la mia simpatia, il mio apprezzamento e la mia riconoscenza.
In fondo sono stati i primi rivoluzionari della storia moderna. Dopo Cristo. Non è poco…
Vi è un maledetto bisogno di rivoluzione oggi, confido in silenzio ai due santi che mi pare accennino di si dall’alto dei basamenti su cui si innalzano le loro statue. Forse è stato solo un raggio di sole che, scendendo verso occidente, li ha vieppiù illuminati colpendoli…ma per me va bene lo stesso e mi accomiato da essi con un inchino che rivolgo anche ad Apollo il cui tempio riposa alla base dell’Abbazia.
Parte terza.
Sul Cammino di San Benedetto.
Il sei di agosto, a prima mattina Alessandro sarebbe passato dal mio alloggio ai piedi di Monte Camarda.
La volta scorsa, nell’ultimo inverno, allorché venni a presentare “Cammini a Sud” il libro che raccontava i miei cammini alla ricerca della memoria di genti e popoli a Sud, il Monte Asprano mi era sfuggito.
Ero giunto a Caprile.
Con Angelo ero salito alla grotta-santuario dell’Arcangelo Michele.
Ero giunto addirittura alla bella, umile e discreta chiesa romanica dedicata a San Tommaso ancor prima che fosse santificato.
Ma non ero salito sul monte a scoprirne la sacra consistenza, la dimensione, la memoria, i paesi, i borghi, i villaggi, le chiese ed i santuari, le cappelle e gli eremi in esso nascosti. Le vicende intorno alle devozioni cristiane, anche, che avevano contrapposto le comunità su di esso stanziate.
Alessandro aveva insistito.
“Domattina alle sei e mezza ti vengo a prendere” mi aveva annunciato la sera prima, al termine della presentazione del mio ultimo romanzo di viaggio in un tono che non ammetteva repliche o dubbi.
Avevo strappato giusto un’ora in più. “Facciamo le sette e mezza” avevo abbozzato.
Alessandro aveva acconsentito con un generoso cenno del capo.
Il fatto è che quella sera dedicata alla presentazione de “L’altra faccia di Partenope” ero proprio stanco se non distrutto.

Lo riconoscevo, mio malgrado.
Avevo impiegato tutti gli sforzi possibili per essere vigile e reattivo. Alessandro aveva avuto qualche sentore osservando il mio sguardo spento e la mia faccia tirata.
“Non ti preoccupare” mi aveva rassicurato “Conduco io le danze. Sarà sufficiente che tu mi segua.”
“Ma tu lo hai letto il romanzo?” Avevo replicato.
“L’ho comprato il giorno stesso che è uscito e lo conosco a menadito. Fidati”.
E davvero avevo bisogno di fidarmi ed affidarmi.
Avevo compiuto un imperdonabile azzardo la mattina convinto che a sera, alle ventuno, nella suggestiva piazzetta di Caprile, sotto lo sguardo di San Cristoforo che dominava la via dei Pellegrini nella valle sottostante, avrei svolto il mio compito senza alcun patema raccontando il mio viaggio intorno a Partenope alla ricerca della dimensione ancestrale dell’umanità.
Era un tema a me assai caro.
Un tema pieno di ritorni, di metafore, che partiva dal mito per giungere a scandagliare il mistero ed il miracolo di un’umanità capace di sopravvivere a tutte le violenze ed a tutte le minacce a cominciare da quelle della grande caldera dentro la quale, da duemilacinquecento anni, si ostina a rannicchiarsi, raccogliersi, distendersi.
Ma era un tema che, per essere raccontato nella maniera giusta, richiedeva freschezza di mente e integrità di energie fisiche.
Tutta roba che quella sera io dovevo cercare nei recessi più reconditi del mio essere con grande fatica e senza la certezza di riuscire a trovare qualcosa, perché ero davvero esausto.
Alessandro il quale oltre ad essere un raffinato cultore della storia e dei tesori del territorio è anche un filosofo che, come Aristotele, ama camminare, anzi arrampicarsi, e che con me avrebbe dialogato fornendomi l’estro oltre agli argomenti per la dissertazione, aveva ben colto questa mia fatica e mi aveva sostenuto, come promesso.
E tuttavia al termine della serata era stato categorico.

“Alle sette e trenta ti vengo a prendere. Saliamo su Monte Asprano, raggiungiamo Cantalupo e Colle San Magno sul massiccio del Monte Cairo e per mezzogiorno o l’una saremo di ritorno. Avrai tutto il tempo di fare una doccia mettere insieme le tue cose, preparare i bagagli e alle due prendere il treno da Cassino”.
Io avevo assentito.
Facevo affidamento sulla notte imminente per ritrovare le mie energie.
Quel giorno mi ero alzato con calma alle sette e mezza, avevo calzato gli scarponi, mi ero messo lo zaino in spalla con il carico di acqua ed alle otto ero uscito.
Avevo percorso il vicolo, attraversato la Piazza Longa di Roccasecca, in fondo ad essa mi ero lasciato, sul lato destro, il Municipio ed avevo imboccato la strada dei pellegrini deciso a raggiungere l’Abbazia benedettina di Monte Cassino.
Roccasecca-Montecassino era l’ultima frazione del Cammino di San Benedetto che parte da Norcia e si conclude appunto all’Abbazia.
Venti chilometri tranquilli, la gran parte pianeggianti, salvo l’ultimo tratto di quattro/cinque chilometri in leggera seppur costante salita per coprire il dislivello tra la valle ed il monte pari a circa trecento metri.

Nei giorni precedenti ero stato nell’alto Sannio, tra Isernia e Benevento, a Macchiagodena per la precisione, un piccolo centro sospeso tra l’Appenino molisano ed il massiccio del Matese ad un’altezza di 870 metri sul mare che ha fatto dei libri e della lettura la sua scommessa per uscire dall’anonimato ed attrarre visitatori curiosi e stanchi di città, stress e folle impazzite vocate al divertimento.
Avevo fatto, con Cleto e Gino, due miei amici esperti conoscitori di sentieri e tratturi, un percorso ad anello di circa venticinque chilometri tra colli, valli, paesi spopolati e borghi addirittura abbandonati.
Avevo camminato bene, nonostante fossi reduce da un periodo piuttosto lungo di inattività.
Ero contento di me e quindi la mattina del cinque agosto decisi di percorrere il tratto Roccasecca-Monte Cassino per vedere da vicino, negli interstizi, quel pezzo di territorio in attesa di percorrere per intero il cammino benedettino.
In fondo si trattava solo di venti chilometri.
Quattro ore sarebbero state più che sufficienti.
A mezzogiorno sarei stato a destinazione.
Quindi sarei sceso a Cassino città con la navetta delle dodici e cinquanta ed avrei preso il treno per Roccasecca dell’una e trenta o giù di lì.
Alle due-due e mezza sarei stato nel mio alloggio.
Sino alle nove di sera avrei avuto tutto il tempo per riposare, recuperare le energie e arrivare fresco e pimpante all’appuntamento con il pubblico che sarebbe accorso sicuramente numeroso.
Raccontare le vicende del protagonista di una storia che si dipanava tra i luoghi, i tempi e le genti che da duemilacinquecento anni si erano andati stratificando, auspice la sirena Partenope, Odisseo, gli dei dell’Olimpo prima, i santi del paradiso cristiano poi e quindi re, imperatori, guerrieri, navigatori, teologi, filosofi, poeti, rivoluzionari e gente qualunque, intorno al Golfo richiedeva una mente reattiva ed un fisico riposato.
…
In effetti alle tre di pomeriggio ero nella mia camera.
Distrutto, tuttavia.
Completamente sfatto e con l’assillo di dovermi rimettere bene o male in sesto.
Avevo iniziato la mia avventura fresco e pieno di energie.
Mi ero fermato da Gina, al negozio di alimentari all’angolo del vicolo con la Piazza Longa, mi ero fatto un panino e con il suo augurio di buon cammino ero partito.
L’applicazione che mi consentiva di seguire la traccia mi avvertiva che viaggiavo a velocità di cinque/sei chilometri ad ora…insomma per le undici e mezza potevo essere a destinazione… ottimo.
Mi sarei fermato al cimitero dei Polacchi nei pressi dell’Abbazia. Angelo mi aveva raccomandato caldamente di visitarlo. Era davvero una bella storia quella dei Polacchi morti nella battaglia contro i Tedeschi ed era una bella storia anche quella dei Polacchi sopravvissuti che non avevano voluto saperne di tornarsene in patria dove li aspettava il giogo di Stalin e lo scudiscio del regime sovietico e si erano fermati da quelle parti costituendo lì le loro comunità e custodendo il cimitero e la memoria dei morti.
Decisi di allentare il passo per godermi la strada ed il paesaggio.
Percorrevo la via pedemontana che si snodava appunto a margine del Monte Asprano avendo sulla destra la Valle del Liri.
Aveva raggiunto Caprile… La meravigliosa, austera Caprile, abbarbicata al suo Medio Evo oltre che alla falesia ardita del Monte su cui ragazzi e ragazze si confrontano con le arrampicate in verticale e dove rimane anche la grotta-santuario dell’Arcangelo Michele insieme ad anfratti e nascondigli prediletti a suo tempo da briganti e fuggiaschi di ogni tipo.
Con intima partecipazione avevo guardato a lungo il San Cristoforo con il lungo bordone in una mano e nostro signore bambino tenuto sulle spalle con l’altra nell’atto di attraversare il fiume ed avevo ammirato la poderosa muraglia della chiesa che reca in cima, sul lato estremo, il grande orologio. Erano da poco passate le otto quando ci ero passato.

Il San Cristoforo, che certo avrebbe bisogno di essere preservato con amore e cura visto che protegge i pellegrini e viandanti sin dall’inizio del 1600, mi confortava.
Caprile mi consolava ed il Monte Asprano mi spronava.
Come mi capita spesso davanti alla mitezza umana seppur offuscata se non compromessa dall’ansia della civiltà contemporanea ed al cospetto della natura che protegge e minaccia, l’emozione mi dava la carica e quella si trasformava in propellente per il mio sollecito andare.
Verso il monte contemplavo i segni della grandezza e della bellezza, verso la valle osservavo i segni della decadenza oltre che dell’imprevidenza.
La Valle del Liri mi metteva tristezza.
Sembrava lottasse per ritrovare il suo equilibrio antico fatto di acqua, fonti, laghi, fiume, terreni preziosi e fertili, gente dedita a estrarre i buoni frutti dell’agricoltura mentre ampie zone un tempo popolate da industrie, fabbriche, fabbricati mostravano il loro nuovo volto di lande semideserte che aggredivano il territorio allargando i loro confini come masse cancerose.
La strada era asfaltata.
Seguiva il crinale tra monte e valle.
Le auto erano assai rade.
Di tanto in tanto incontravo squadre di operai che effettuavano lei lavori di manutenzione. Tutti mi salutavano con simpatia. “ buon cammino” mi auguravano. Io mi sentivo felice e rispondevo sollecito e soddisfatto.
I segnali indicavano il lago Capo d’Acqua alimentato dalle sorgenti che scendevano dal massiccio di Monte Cairo.
La vegetazione in fondo era lussureggiante.
Il paesaggio era davvero invitante e se chiudevi gli occhi potevi sentire il fruscio delle fronde di pioppi, platani, tigli e potevi immaginare lo specchio delle acque lacustri nascoste appena un po’ più in là.
Era la presenza umana che sembrava essersi nascosta.
Un piccolo santuario medievale di sapore romanico, romanico e campagnolo, era apparso sulla curva, intimo ed essenziale. Recava i segni di una festa recente. Archi di palloncini bianchi ed azzurri ornavano il portale… Era una sferzata di umanità. Questa non era scomparsa. Si era solo nascosta.
Io scrutavo dappertutto e camminavo.
Il mio passo continuava ad essere veloce.
“Arriverò per le undici” mi dicevo “con questa andatura”. E lo dicevo per invogliarmi a rallentare ma anche per accarezzare il mio orgoglio sempre in agguato.
L’aria si era intanto surriscaldata. Ovviamente non avevo con me alcun berretto ed il sole picchiava sempre di più. Era pur sempre il cinque di agosto e la strada non era ombreggiata.
Il Monte Asprano con le sue comunità era ormai alle mie spalle. Davanti si stendeva il massiccio del Monte Cairo. L’Abbazia era ancora invisibile.
Avevo attraversato Castrocielo. In alto la rocca che gli aveva dato il nome.
Colle San Magno era più sopra, ma potevo immaginarlo, essendovi stato la sera prima con Alessandro. Un incanto anch’esso, arrivato integro dal Medio Evo con la sua torre e la piazza, le viuzze strette e la chiesa, i lampioni discreti e la gente per strada…
…
L’asfalto con il calore diventava ancor più pesante ed i piedi cominciavano a soffrire.
Tuttavia io non me ne davo per inteso ed avanzavo.
Avevo messo alle spalle ormai i primi dieci chilometri.
La strada aveva preso ad inerpicarsi.
Ero giunto a Piedimonte San Germano Alto.
In piazza una targa con le bandiere polacca, italiana ed europea. ricordava l’impresa dei polacchi a Montecassino. Mi ero fermato, avevo letto con compassione ed attenzione ed avevo ripreso ad andare.
Il paese che si districava tra ripetuti sali e scendi lo avevo superato di slancio. Ero tornato sulla strada dove procedevo in totale solitudine.
Non avevo incontrato nessun viandante o pellegrino. A ragione, mi dicevo. Ad agosto con quel caldo…ma non mi dispiaceva.
Il silenzio mi faceva ottima compagnia ed esaltava la valle, i boschi e le rade abitazioni lungo le pendici del monte che aveva preso decisamente a salire.
Avevo imboccato, seguendo i segnali del cammino, assai puntuali e perfettamente disposti ad ogni bivio ed incrocio, un piccolo tratturo, un premio per i miei piedi affaticati dall’asfalto… I pellegrini e camminatori non amano l’asfalto. Questo, soprattutto in estate con il solleone oltre alla testa ed al fisico, tormenta le piante dei piedi a rischio vesciche.
Non era il mio caso ma avvertivo un inizio di fastidio tra alluce e pianta al piede destro. Niente di preoccupante, stando ai tempi che mi ero prefissato ed al percorso residuo che si assottigliava passo dopo passo.
Il tratturo era finito rapidamente ed ero sbucato su una via pure essa asfaltata ma stretta e deserta, una tipica stradina di campagna.
Aveva preso ad inerpicarsi e, dopo poco, era sbucata su un grande piazzale con un santuario. Il Santuario di Santa Lucia. Una facciata in pietra bianca ampia e pulita, scandita da una teoria di quattro finestre ad arco, quelle esterne più ampie e quelle interne più contenute, e nella parte superiore da un loggiato sormontato a sua volta da un modesto campanile a
vela.
Addossato ad esso una costruzione massiccia che doveva essere un monastero.
Sui tondi gradini del sagrato due ragazze con zaino accanto si riposavano. Mi sono fermato anch’io e mi sono seduto.
È bello scambiare le proprie impressioni con altri pellegrini-camminatori-camminatrici-viandanti.
Quelle due ragazze poi sembravano felici. I loro volti erano aperti e gli occhi sereni. Erano piuttosto giovani. Bionda coni capelli legati a coda di cavallo Eleonora, bruna con i capelli a farle corona intorno al viso Concetta. Venivano da lontano. Dalla Francia, Marsiglia, ma erano italiane e a più riprese avevano fatto il cammino di San Benedetto. Quella era l’ultima tappa e non avevano fretta. Guardavano intorno a sé con calma come a volere ben imprimere quelle immagini e respirare quell’atmosfera. Io invece avevo premura, ahimè ed in quel momento me ne dispiacque molto. Presi anch’io a respirare piano e a far scorrere lentamente le immagini intorno a me.
Un prete era venuto anch’egli a sedersi sul sagrato.
La chiesa proiettava la sua ombra a nostro beneficio e regalava una benvenuta frescura. Ai margini del piazzale, sui lati opposti, due fontane. Ciascuno in quella piccola comunità ritrovatasi sui gradini del sacrato del santuario attendeva alle proprie incombenze. Sistemare lo zaino, riempire le borracce e intanto si chiacchierava. Provenienza di ciascuno, impressioni…è straordinario lo spirito di partecipazione, addirittura di fratellanza-sorellanza che si manifesta sui tratturi e sui sentieri durante i cammini. Il santuario sembrava voler proteggere quello spirito e quella comunità.
Una suora, giovane, slanciata ed elegante nell’abito grigio chiaro che la avvolgeva è uscita dalla chiesa con un annaffiatoio. “Do un po’ di acqua alle piante prima che arrivi il sole” ci ha confidato con un tono di allegria che rendeva ancor più dolce la nostra sosta.
Era bello quel quadretto.
Volentieri mi sarei fermato ancora.
Ma il mio impegno serale mi spronava ad andare.
Mi dicevo che sarebbe stato meglio rientrare prima possibile per recuperare le energie fisiche e mentali da spendere la sera nella presentazione.
Ci siamo salutati ed io ho ripreso il mio andare.
Di lì a poco il segnale indicava il tratturo che avrebbe portato all’abbazia. L’asfalto era finito ed il bosco avrebbe reso più agevole il mio cammino. Avevo percorso 15 chilometri. Ne restavano altri cinque. Erano le undici. Per mezzogiorno sarei arrivato. Il terreno era diventato però insidioso, a tratti duro, saliva in maniera costante e rallentava l’andatura. Avevo sufficiente esperienza per sapere che in montagna non puoi procedere velocemente. A seconda della difficoltà puoi percorrere tra i due ed i tre chilometri in un’ora. A quattro non ci arrivi anche se il percorso è lineare e ben tracciato. Ormai procedevo immerso nella vegetazione. Aceri, carpini, querce del tipo delle roverelle e di tanto intanto delle conifere si aprivano e si chiudevano sopra di me limitando l’orizzonte a mia disposizione.
L’Abbazia non era ancora comparsa.
Al Santuario di Santa Lucia avevo riempito la mia borraccia dopo aver abbondantemente bevuto.
Ero convinto che i cinque/sei chilometri che mi separavano dal Monte Cassino li avrei percorsi in scioltezza.
In un’ora e mezza sarei stato a destinazione e pronto a salire sulla navetta che mi avrebbe dovuto portare alla stazione di Cassino. Con un po’ di sollecitudine avrei potuto dare anche un’occhiata al cimitero polacco. Nonostante gli alberi e la fitta boscaglia il caldo si faceva però sentire… ampie zone rocciose e nude avevano preso a susseguirsi con frequenza crescente.
La sete cominciava a mordere.
E tuttavia non mi preoccupavo.
Finalmente l’immensa poderosa macchia bianca dell’abbazia era comparsa oltre l’ultimo crinale del Monte Cairo. Il Monte Cassino, di un colore verde cupo, era lì di fronte a me e l’abbazia splendeva nel suo biancore esaltato dal cielo azzurro. Mi fermai a contemplare quella meraviglia per qualche minuto. Approfittavo per lasciar riposare un po’ i piedi e mi riempivo gli occhi di quella visione celestiale. L’abbazia che avevo percorso in lungo e in largo il giorno prima adesso la potevo cogliere nella sua dimensione unitaria con uno sguardo solo. Tutta quella magnificenza, millenni di cristianità e infinite vicende storiche sino alla tragedia dell’ultima guerra, tutto era racchiuso in quel fotogramma che si imprimeva nella retina dei miei occhi e che sembrava ammaliarmi come la fata Morgana nel deserto del Sahara.
Superba e orgogliosa, compatta e potente dominava il monte incoronata dai boschi che davvero sembravano infiniti.
Qualcosa di simile avevo provato allorché, qualche anno prima, ero arrivato al monastero di San Matteo sul Gargano in cima al vallone da cui si scendeva a San Marco in Lamis ed a San Giovanni Rotondo. Era possente quel monastero. Datava dal decimo secolo ed era il punto di accoglienza per pellegrini e crociati che salivano alla Grotta dell’Arcangelo Michele nelle viscere del Gargano prima di riprendere il cammino verso il mare per imbarcarsi e raggiungere l’Oriente, Costantinopoli, Gerusalemme, Alessandria.
Finì l’ultimo sorso di acqua mentre divoravo con gli occhi quella visione e ripresi la marcia. Ero dispiaciuto per quella fretta. Quello spettacolo chiedeva di essere contemplato a lungo. Le tre ore passate il pomeriggio del giorno prima chiedevano di essere ripercorse con lentezza, gratitudine, pienezza.
Io invece avevo fretta.
La stanchezza sino ad allora appena percepita, mi precipitò addosso come un macigno inatteso.
Avevo sete e non avevo più acqua.
Sentivo di aver esaurito le mie riserve di energia.
Non avevo barrette con me, mai avute, in verità. Il panino di Gina l’avevo divorato in mattinata, allegramente, per piacere più che per fame. Adesso lo rimpiangevo. Rimpiangevo di non avere con me dello zucchero, del cioccolato, dei confetti.
Pazzesco come la presunzione ti accechi.
Alla partenza ero convinto di poter fare quei venti chilometri in un fiato… adesso arrancavo.
Ero giunto in una radura piuttosto vasta con il fiato grosso e la gola secca. Le membra contratte.
I boschi avevano nuovamente coperto l’Abbazia sottraendola ai miei occhi ed io avanzavo non avendo più il suo riferimento a confortarmi.
Oltre la radura una serie di segnali conducevano verso il bosco. Albaneta, Stele, recitavano. Non leggevo più l’indicazione dell’Abbazia.
Angelo mi aveva messo sul chi va là.
Al termine della radura c’è un birrificio, mi aveva spiegato. Fermati. Prendi una birra e procedi verso l’abbazia sul tratturo a destra. Ci arriverai in non più di venti minuti.
Io arrivai in fondo alla radura.
Notai una costruzione piuttosto grande che tuttavia era chiusa… non mi sfiorò assolutamente che fosse il birrificio e andai in direzione esattamente opposta a quella dell’abbazia.
Seguivo i segnali e mi dicevo che di sicuro, più avanti, avrei ritrovato quello dell’abbazia.
La sete ormai mi torturava.
La stanchezza offuscava la mia vista.
L’unica mia speranza era ritrovare il segnale dell’Abbazia che tuttavia non incontravo.
Arrivai in una nuova radura, più piccola questa volta. Al centro un vecchio carro armato distrutto. Sulla torretta le bandiere polacche.
Era troppo intenso quello scenario e mi fermai a rimirarlo avendo in mente l’epopea della divisione polacca che aveva conquistato Cassino cacciando i tedeschi.
Finalmente ripartì. Proseguì per un paio di chilometri, quindi mi arresi e decisi di tornare indietro.
Mi tornò alla mente, come una scudisciata, il sarcasmo di Shacuddhi che nel Tavoliere delle Puglie in pieno agosto di alcuni anni prima, avendo perso le indicazioni della via Francigena oltre al segnale telefonico, mi girava intorno fustigando la mia totale assenza di senso di orientamento, mentre Scazzamurieddhu taceva rassegnato.
Shacuddhi e Scazzamurieddhu erano i due spiritelli che la mia fantasia aveva chiamato a sostegno e conforto della mia solitudine in quell’impresa dissennata. E quelli nel marasma in cui annaspavo con un caldo da impazzire in una pianura di cinquanta chilometri senza un’anima viva, piena di stoppie bruciate, rovi e sterpi, senza un albero, si vendicavano della mia supponenza ricordandomi che erano con me solo perché pregati dalla loro padrona che poi era mia madre la quale si era raccomandata di non assecondare le mie indicazioni e addirittura di andare esattamente in direzione opposta a quella che io avessi imboccato.
Era esattamente quello che avrei dovuto fare adesso.
Prendere la direzione opposta a quella che mi sembrava giusta.
Lo avessi fatto sarei arrivato già da parecchio sul piazzale dell’Abbazia. Tornai indietro finalmente.
Mettevo a tacere la mia stanchezza che ormai non aveva sponde.
E raggiunsi il punto da cui avevo deviato.
Su una panca erano sedute Eleonora e Concetta.
Fu una visione salvifica che mi diede una sferzata di insperata nuova energia. Concetta mi guardò. Lei ed Eleonora stavano mangiando un panino che mi sembrò un miraggio. Avevano accanto una birra fresca che alla mia fantasia frastornata sembrò una specie di sorgente magica. Mi sentivo come uno che non toccava una goccia d’acqua da tempo immemore.
Concetta mi guardò e capì tutto.
Prese la sua birra e me la porse.
Io come un disperato nel deserto la afferrai e la bevvi tutta d’un sorso.
Le mie salvatrici mi guardarono preoccupate per me. Esse erano tranquille, non avevano fretta e si prendevano tutto il tempo possibile. Io invece ero ormai in preda all’ansia. Temevo di non arrivare più in tempo per la navetta. Erano le dodici e venti. Ringraziai commosso, chiesi scusa e mi lanciai sul tratturo nella direzione giusta.
La vista di Concetta e di Eleonora mi aveva restituito la fiducia, la birra l’energia.
Mi lanciai a capo chino sul tratturo. E finalmente arrivai in vista dell’Abbazia che a quel punto era diventata la mia ancora di salvezza.
Ero uscito sul piazzale che conduceva al cimitero dei Polacchi.
Lo guardai con pietà e rammarico, mi dissi che sarei dovuto tornare con calma e mi diressi verso il parcheggio dove avrei trovato la navetta se fossi arrivato in tempo. Ma ormai anche la sferzata di energia della birra e la fiducia delle mie salvatrici si erano esaurite.
Mi accasciai ai margini della carreggiata e attesi… un’auto si fermò nei pressi.
Io scattai in piedi ed implorai di condurmi al parcheggio, qualche centinaio di metri più avanti.
Quelli si impietosirono e mi aprirono lo sportello posteriore.
Arrivai che la navetta stava partendo.
Ringraziai e mi precipitai verso la navetta.
L’autista frenò e mi prese a bordo.
Finalmente mi sedetti. Stavo morendo di sete e la stanchezza oscurava i miei occhi. Provai a guardare la grande fabbrica dell’abbazia. Ma non la vedevo. Chiusi gli occhi, rovistai tra le immagini accatastate nella mia memoria il giorno prima e mi lasciai andare.
A Cassino l’autista si fermò in prossimità di un incrocio. Disse che la stazione era a due passi appena girato l’angolo. Scesi. Non vedevo nessuna stazione.
Per fortuna c’era un bar. Entrai e mi scolai due bottiglie di acqua ghiacciata. Una terza la lascia sul tavolo mentre guadagnavo il bagno. Misi la testa sotto il rubinetto e lasciai che l’acqua scorresse sul collo e tra i capelli. Mi rimisi in ordine e chiesi dove fosse la stazione.
Dovetti camminare per venti minuti prima di intravederla all’orizzonte.
Ma era chiaro ormai che il treno non lo avrei trovato.
Dovevo aspettare quello successivo delle quindici e trenta.
Mi scolai un’altra bottiglia di acqua e quindi chiamai Angelo pregandolo di venirmi a prendere.
Angelo, paziente e premuroso arrivò.
Gli raccontai qualcosa lungo il tragitto, ma ero esausto e, mio malgrado, costretto a tacere.
Alle tre come da programma ero nella mia camera.
Crollai sul letto e mi addormentai
Quarta parte
Il bacio delle due Madonne.
06 agosto 2025
La notte mi era stata amica. La mattina mi ero svegliato di buon’ora. Mi era rimasto ancora attaccato una sorta di disagio per non esser riuscito a raccontare la storia di Partenope come avrei dovuto e voluto.
Tutto cominciò con gli dei…
L’eco aspra della serata mi arrivava ancora, seppur fiocamente.
Avevo scritto quel romanzo in preda ad una profonda ascesi mistica che non necessariamente deve essere di natura religiosa.
Per tre anni ero sceso nei meandri del mito, del sogno, del mistero e del destino, mi ero immerso in apnea nella placenta dell’umanità, avevo attraversato quartieri e rioni della vecchia e nuova Partenope, città vive e città morte, avevo scandagliato ricchezza e povertà, degrado e nobiltà, visitato templi pagani e catacombe cristiane, mi ero trattenuto con gli dei dell’Olimpo sui Monti Lattari ed avevo cercato Dio onnipotente ed i suoi santi nelle basiliche dei decumani districandomi tra Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno, ero sceso in Averno e mi ero avventurato nell’antro delle Sibilla Cumana ed ero salito in cima al Vesuvio arrampicandomi dalla parte del Monte Somma per trovare un grimaldello e districarmi tra le storie dei miei simili nella grande caldera del golfo di Napoli…

Tutto questo mi risuonava nella testa avvolto in una sorta di nostalgia, ed anche di rammarico, per non essere riuscito ad evocare il mio viaggio nella giusta maniera la sera che mi ero appena messo alle spalle.
Alessandro era concentrato sulla salita al Monte Asprano e mi lasciava respirare avvolto nei miei pensieri. Probabilmente attribuiva il mio silenzio alla stanchezza residua o alle ultime ragnatele del sonno. Spingeva l’auto su per i declivi in direzione dell’antica cittadella ed anch’io alla fine mi lasciai conquistare dall’energia di quei luoghi.
Ai piedi dello sperone roccioso su cui si innalzava il castello avevo dimenticato ogni cosa.
Sullo stretto pianoro che annunciava, in alto, la rocca si innalzava la piccola chiesa romanica costruita tra il 1323 ed il 1325 in onore di Tommaso ancor prima che egli venisse elevato all’onore degli altari.
La conoscevo quella chiesa.
Ci ero arrivato con Angelo allorché venni a Roccasecca per la prima volta, or sono ormai un paio di anni. Ne avevo ammirato l’interno a navata unica ricco di affreschi e la quadrata torre campanaria che l’anticipava come una sentinella.
Ma adesso la guardavo con occhi nuovi e con un’emozione ben superiore rispetto ad allora.
Vi cercavo lo spirito del filosofo e teologo che avevo puntigliosamente inseguito nella basilica di San Domenico posta dentro al cuore del decumano maggiore della Napoli greco-romana nelle mie peregrinazioni che precedettero Il parto de “L’altra faccia di Partenope”.
Mi tornava alla mente vivido e armonioso il canto del tantum ergo da me silenziosamente intonato tra i banchi della cappella del Crocifisso con cui il Santo soleva intrattenersi a colloquio.
Lo avevo recitato, quell’inno, nel ricordo di mio padre e di tutti quanti nella vecchia chiesa del paese ne storpiavano le parole latine mentre, nella novena che precedeva le celebrazioni dell’Immacolata, rinsaldavano la loro fede.
Qui il valore mistico del canto mostrava la sua radice più profonda. Ed io osservavo quella chiesa minuziosamente quasi a volerne estrarre lo spirito magari per regalarne un alito a mio padre e farmi così perdonare per l’assenza della sua fede in me.

Di Tommaso amavo soprattutto la fiducia nella ragione e nell’uomo. Egli era andato oltre ma dopo averne scandagliato per intero le potenzialità.
A me mancava l’anello di congiunzione tra ragione e fede.
Quell’anello, forse, egli lo aveva trovato nel Cristo crocifisso così come mio padre lo trovava nel canto del tantum ergo.
Si trattava di due circostanze che a me sfuggivano ma che non mi impedivano di apprezzare l’acume del supremo dottore di Santa Romana Ecclesia e di rimanere in contatto con il ricordo di mio padre.
La chiesa è costruita sopra un banco di roccia che ne enfatizza lo slancio verticale e mi sembrava che essa fosse, per questo, in perfetta coerenza con il pensiero di Tommaso che invitava la ragione a fidarsi e ad affidarsi a Dio laddove i suoi limiti di comprensione dell’eterno e del destino dell’uomo stesso, diventavano invalicabili.
Una scalinata ampia, leggiadra e invitante, conduce all’ingresso del Tempio esattamente come la ragione può condurre a Dio.
Era straordinaria, addirittura a me incomprensibile, la sequenza di pensieri che quella mattina investivano la mia mente davanti a quella chiesa… certo essa era intrisa della presenza di Tommaso.
Anche il castello, il pianoro e la rupe su cui quello era costruito ne erano permeati così come l’intero monte.
E tuttavia inconsciamente facevo risalire quei miei pensieri alle peregrinazioni che, nella ricerca dell’altra faccia di Partenope, mi avevano condotto proprio all’incontro con Tommaso nella grande basilica domenicana e nel monastero ad essa annesso in cui si trova ancora la cella del frate teologo dove mi ero recato in curioso, trepido pellegrinaggio.
Rimaneva stranamente in secondo piano il mio stupore per l’umile, intima bellezza di quel gioiello di architettura romanica che invece mi aveva sorpreso ed entusiasmato la volta precedente.
E tuttavia ero convinto che quello stile fosse esattamente quello giusto per onorare Tommaso e celebrarne il pensiero.
Un pensiero che presupponeva l’incontro tra la ragione e la fede senza alcuna sopraffazione reciproca, in un dialogo serrato in cui Dio e uomini potevano parlarsi senza alcun timore nella certezza di potersi comprendere.
È questo forse il motivo recondito per cui da sempre ho amato le chiese romaniche.
Nelle chiese gotiche, per l’arditezza delle loro architetture e la metafora degli archi a sesto acuto acuminati come la punta di una lancia, avevo la sensazione che la potenza di Dio volesse costringere l’uomo nella sua miseria così come nelle chiese barocche, sovraccariche di gloria terrena, puntasse addirittura ad annullarlo per ridurlo in suo potere.
Al contrario quella piccola chiesa romanica che osservavo con nuovo interesse era proprio la testimonianza più autentica della fede a misura d’uomo.
Era naturale per me il rimando al romanico pugliese, osservato con frequenza assai più consistente data la mia dimestichezza con le terre su cui esso aveva trovato origine. Certo è assai più maestoso rispetto alle dimensioni della chiesa dedicata a San Tommaso ma possiede comunque intatta la medesima rappresentazione della capacità umana di innalzarsi alla grandezza divina in piena autonomia e consapevolezza.
La Basilica di San Nicola e la Cattedrale di San Sabino a Bari Vecchia e tutte le cattedrali che si snodano in terra Dauna e Peuceta, da Siponto a Troia ad Altamura e sino a Matera e ad Otranto mi vengono incontro, una ad una, mentre guardo questa piccola chiesa, le pietre consunte dal tempo, il bel campanile-sentinella, la facciata protesa al cielo e la struttura radicata nel monte che la sorregge.
Mi appare come un inno all’armonia tra cielo e terra.
Un invito sereno e senza condizioni al dialogo tra Dio ed uomo.
Vi ritrovo lo stesso spirito delle grandi cattedrali pugliesi e materane e delle antiche basiliche romane e più in generale italiche.
Lì certo prevaleva la sacralità del rito, il desiderio di ringraziamento, qui invece mi pare prevalga la volontà di colloquio tra il Padre ed i figli, l’intima conversazione, la consapevolezza del limite umano che, per il tramite del pensiero, si eleva sino a Dio.
Non dico nulla ad Alessandro.
Mi limito a guardare.
La chiesa è chiusa. Ma va bene lo stesso.
Angelo mi ha raccontato che proprio l’altro ieri ha accompagnato un gruppo di pellegrini-teologi, tutti esperti tomisti, in questa chiesa. Vi hanno celebrato una messa prima di percorrere le vie e raggiungere i luoghi di Tommaso.
Eran tedeschi ed americani per lo più, aveva chiosato.
Per quanto mi riguarda, come già mi capitò nella basilica di San Domenico a Napoli, mi limito a ripetere in silenzio il tantum ergo che qui assume il senso più autentico dell’afflato umano che si affida a Dio laddove il pensiero deve fermarsi impotente…
La chiesa di Tommaso è addossata al monte e noi, dopo un ultimo sguardo che tutta la abbraccia come una promessa di un nuovo ritorno, ci avviamo in direzione della cresta che si presenta aspra, nuda ed assai frastagliata, come una serra arrivata dalle prime formazioni geologiche. D’altronde il Monte Asprano ha una nobiltà geologica assai più antica dei monti che lo circondano.

La sommità è dominata da creste che si rompono in ripetute sequenze di picchi aguzzi ed irregolari.
In cima alla rupe che precipita verso la valle del Liri, si innalza il castello. Superbo come una rocca militare e ruvido, quasi ostile, come deve essere una fortezza.
È proprio tra la chiesa ed il castello che nacque la prima cittadella.
I tuguri dei contadini, le grotte degli anacoreti, gli eremi dei monaci, i santuari cristiani punteggiano il monte. In alto la falesia costellata di grotte è uno spettacolo.
Giù, dall’altro lato ad occidente si distende la grande valle del Liri.
A nord-est, si intravede il vallone del fiume Melfa affluente di quello che scende dal Monte Camarda.
Sono, entrambe, le destinazioni mattutine della gente del contado che vi si recava a piedi o a dorso di mulo e che via via prese a trasferirsi giù abbandonando la cittadella e il crinale del monte troppo impervi.
Roccasecca nasce così sulla spinta della ricerca di una vita meno dura e faticosa.
È la storia anche di Castrocielo e di Colle San Magno entrambi nati dal nucleo di Palazzolo sul limite estremo del monte Asprano ai confini del massiccio del Monte Cairo.
Il monte Asprano perse la sua dimensione antropica rimanendo luogo di preghiera affidato agli uomini di Dio, alle chiese innalzate ai suoi santi ed alla Vergine Maria sua Madre. È divenuto luogo di pellegrinaggi dove la gente cerca le sue radici e l’eco del suo rapporto con il divino, il divino pagano ed il divino Cristiano.
Sto seguendo Alessandro praticamente calpestando i suoi passi ed ascoltando il suo racconto.
Il sentiero è stretto, la scarpata su cui è disegnato è ripida. Procediamo con attenzione, uno dietro l’altro.
Di lato scorre il fianco del monte che sprofonda tra la vegetazione intricata. Intorno a noi prevale la macchia. I rovi nascondono un groviglio tempestato di trappole e tuttavia sono assai amichevoli oltre che intriganti.
Hanno grappoli tesi verso l’alto, turgidi e scintillanti ai raggi del sole che ormai è alto.
Le more sono grosse come mappamondi in miniatura, nere e lucenti.
Niente a che vedere con i rovi cui sono abituato in pianura lungo i tratturi delle terre messapiche bruciati dal sole e tempestati di frutti piccini e disidratati, roba da far tenerezza.
Ci fermiamo a coglierne una manciata. “Potrai dire di aver mangiato le more sul Monte Asprano” fa Alessandro di buon umore mentre anch’egli ne coglie in abbondanza portandole alla bocca con gusto primordiale.
Sono dolcissime, succose e fragranti.

Intorno a noi il profumo di timo selvatico, il fruscio delle foglie di lentisco e mirtillo, le bianche campanule filamentose del caprifoglio e su tutto l’intenso afrore della mentuccia selvatica.
È inebriante il cammino.
Abbiamo raggiunto e quindi ci siamo lasciati alle spalle il rifugio del Homo Bono che annunciò a Teodora la nascita di Tommaso.
È un piccolissimo anfratto sul costone, chiuso in alto da una piccola volta a botte oggi custodita dalle radici di una quercia.
Lo osservo con stupore.
È piccolo. Davvero piccolo.
Immagino che anche distendersi per il riposo notturno fosse un problema.
L’intimo legame con la natura e con Dio potevano far premio su ogni pur essenziale esigenza di benessere corporale?
Davvero rimane un mistero la capacità di questi uomini di vivere di nulla affidandosi alla natura ed alla volontà divina.
D’altronde non fu lo stesso Gesù Cristo a dire ai suoi discepoli preoccupati del vivere quotidiano, loro che erano stati pescatori usi a strappare la vita con fatica sul lago di Tiberiade, che gli uccelli non seminano e non mietono eppure il padre che è nei cieli li provvede di tutto quanto necessita loro? (Matteo 6, 24-34)
Qui sul monte Asprano abbondano le bacche.
Il profumo della macchia è avvolgente.
La menta selvatica non ci abbandona mai e ci accompagna per tutta la salita con il suo afrore intenso, fresco, inebriante.
Su qualche radura spuntano delle piante di fichi e altri piccoli alberi da frutto. La vegetazione torna ad essere alta, fino a proteggerci dal sole.
Stiamo scendendo e tornano gli alberi ed i boschi di querce soprattutto ma non mancano conifere e ontani, carpini ed altre specie. Qua e là le tane dei tassi scavate nel terreno. Lepri, volpi, cinghiali, caprioli, lupi, popolano le zone più interne. Allodole e piccoli volatili volteggiano su di noi. Bellissime farfalle disegnano traiettorie irregolari sui fiori e le piante mentre superbi rapaci volteggiano lassù.
E intanto a terra piccole cappelle votive si susseguono come una processione ininterrotta.
Alessandro dipana a mio favore la storia di questo Monte ovunque disseminato di sacre presenze.
I santuari erano il nucleo della fede e della concentrazione antropica oltre che delle crescita della cultura antropologica, mi racconta.
Poi vi erano gli eremi ed i conventi con le comunità dei monaci ed infine, isolate, le grotte degli eremiti ed anacoreti…
È antica l’epopea del Monte Asprano.
Il suo magnetismo è straordinario ancora oggi.
Il mistero della grande energia in esso concentratasi e tuttora percepita risale alla notte dei tempi allorquando intorno ad esso probabilmente vi erano ancora le acque del mare che oggi sono bloccate dai Monti Aurunci al di là della valle del Liri dove si stende il Tirreno grande come Oceano agli occhi di Odisseo
Il monte Asprano è stato da sempre epicentro di insediamenti umani.
Qui sopra i popoli Volsci avevano le loro roccaforti sin dall’età del ferro.
Stiamo costeggiando delle mura ciclopiche.
Massi enormi e ben squadrati compongono una prima cinta e poi una seconda ed ancora più in basso una terza.
Mi fermo ad accarezzarle. Le osservo con trasporto ed attenzione.
Sono possenti. Alte e lunghe, lunghe. Si sviluppano per l’intero crinale del monte, su tre livelli.
Sono davvero fortificazioni inviolabili costruite con grande perizia e maestria a proteggere il popolo dei Volsci che qui si erano insediati.
Si fanno strada tra gli alti alberi ed il bosco che penetra ormai dappertutto.
Massi e pietre sono ricoperte di muschio.
Una enorme, triplice barriera di verde si distende tra i boschi sul fianco del monte che degrada verso la valle. Davvero qui è sepolta una grande civiltà.
Le dimensioni mi paiono analoghe alla civiltà micenea… a quella sannitica che ho incontrato tra Altilia e Terravecchia.
Certo manca l’evoluzione artistica.
Non ho intravisto sculture o altorilievi come i leoni rampanti a Micene o i braccioli scolpiti delle sedute del teatro di Pietrabbondante, ma la tecnica di costruzione, la possanza delle mura, le dimensioni dei blocchi, sono identiche o comunque molto simili.
Mi fermo di continuo ad accarezzare quelle mura…e istintivamente mi perdo a contemplare la città ed i villaggi che si innalzavano al loro riparo. La vita che ferveva… le fucine per lavorare e temprare il ferro, il faticoso procedere di un’umanità in cammino.
Anche i Sanniti, appena più in là si misuravano con il procedere della civiltà. E proprio con i Sanniti i Volsci si fusero e confusero prima di confluire, tutti, dopo epiche guerre, nel crogiolo della romanità.
Alessandro mi ragguaglia su tutto.
Davvero è sacro il suolo del Monte Asprano.
Non solo. Esso è circondato da altri monti e valli altrettanto sacre.
Qui la vita ha preso a scorrere assai presto, allorquando gli uomini cominciarono a darsi una organizzazione, ad onorare gli dei, a seppellire i morti ed a riconoscere le loro patrie. E mi auguro che queste Mura dei popoli Volsci vengano custodite, che qualcuno se ne prenda cura… che le pulisca magari per far emergere la grandiosità di una civiltà che fa parte di questa terra ma che appartiene a ciascuno di noi.
Qua e là vi sono dei cedimenti ma per la gran parte esse sono integre e in alcuni tratti addirittura impressionanti per l’altezza oltre che per la maestosa potenza.
Da queste parti vi è l’epicentro di una antica civiltà la cui storia si è evoluta conoscendo nuovi dei e creando nuovi incroci. È infine approdata al cristianesimo, ed è giunta sino a noi.
Noi siamo il risultato di quelle civiltà.
Speriamo di non essere l’ultimo tassello prima della fine.
So che Alessandro lo pensa anche lui e quindi mi tengo in silenzio questo pensiero… intanto siamo scesi praticamente a valle.
I fianchi del monte si sono allargati sino a formare un’ampia radura.
Vi sono delle case in pietra, poi il sentiero diventa tratturo ed il tratturo si trasforma in strada. Tutto in perfetta continuità e senza cesure.
Stiamo entrando in un piccolo villaggio fermo nel tempo.
Siamo in pieno medio evo.
Avanzo pieno di meraviglia.
So che Alessandro mi spia con la coda dell’occhio.
Ci sono abitazioni da una parte e dall’altra della stradina.
Sono tutte in pietra viva e tutte illustrate dall’inconfondibile impronta medievale.
Il silenzio è profondo quanto amico e se l’ascolti ti parla.
La via e le antiche abitazioni che la costeggiano han preso la fisionomia di un piccolo nucleo abitato.
Ci sono fiori nei pressi dei davanzali.
Delle cassette di legno, quelle usate dai contadini per i loro prodotti, sono piene di piante fiorite e sono fissate ai muri delle case. Rallegrano l’aria.
In fondo un arco ed una porta. Hanno dimensioni e fattura imponenti.
“Questa è la porta orientale che immetteva nella cittadella del Monte Asprano.”
Alessandro finalmente rompe il silenzio rispondendo alla meraviglia che deve erompere dai miei occhi.
“Siamo a Cantalupo” mi informa e continua “ Il nome Cantalupo non c’entra nulla con i lupi che pure qui sono stati da sempre presenti. Il nome deriva da una espressione longobarda che sta per casa-luogo del signore.”
Mi guardo intorno con grande curiosità. Alessandro saluta le poche persone che incontriamo e si intrattiene con esse a raccontarsi storie e scambiarsi informazioni. La dimensione comunitaria è profonda ed ancora connaturata al luogo ed alle presenze in esso insediate.
A poca distanza, nella valle incastonata ai piedi di Monte Cairo, appare Colle San Magno tutto raccolto intorno alla rocca che ho visto la sera in cui sono arrivato e, poco discosta la chiesa dedicata appunto a San Magno. I tetti rossi, le case basse disegnano un borgo incantevole raccolto come una chiocciola su se stesso. Ho ancora negli occhi la bellezza di Colle San Magno anch’essa giunta integra dal tempo medievale.
Mi rendo conto che abbiamo chiuso il cerchio. Siamo giunti ai limiti estremi del sacro Monte Asprano.
Ci siamo arrampicati ed abbiamo camminato su e giù per circa tre ore.
Davanti a noi si innalza adesso il massiccio del Monte Cairo.
Intanto osservo Cantalupo. É intimo e avvolgente. Ci sono pochissime anime ma non è abbandonato. Anticipa Colle San Magno, appena più in là incastonato sul Monte Cairo.
Dall’altro lato sul crinale opposto di Monte Asprano, Castrocielo.
Insomma Castrocielo e Colle San Magno sono due ceppi di un’unica radice e quella radice affonda nei luoghi e nel popolo dei Volsci.
Usciamo da Cantalupo.
Alessandro mi fa segno di seguirlo. Riprendiamo a salire sino a raggiungere un altro pianoro sul fianco del monte Asprano.
Sono solo pochi passi. Forse un centinaio di metri. Duecento al massimo.
Alessandro non mi dice niente. Lascia che sia io a scoprirlo.
In cima al pianoro una magnifico santuario, anch’esso romanico.
Ha la stessa struttura della chiesa di San Tommaso che abbiamo lasciato sul lato opposto ma è più grande, direi addirittura architettonicamente più imponente, senza tuttavia dismettere l’intima tensione ascestica che mi rendo conto essere la cifra di tutto quanto di sacro si innalza sul Monte Asprano.
Ha un vestibolo che introduce il tempio e questo si distende in maniera armoniosa proponendo una forma a croce, mi sembra. È costruito con la stessa pietra del posto ma, a differenza della chiesa di San Tommaso che è addossata e quasi incastrata nel monte, esso domina il grande pianoro e spinge lo sguardo verso l’orizzonte disegnato dai monti disposti a corona.
È bellissimo. L’espressione più pura del romanico erede dell’architettura proto Cristiana che affondava le sue radici nella tradizione pagana.
È il santuario dedicato alla Madonna Assunta in cielo.
Armonia, essenzialità, linearità e giuste proporzioni mi paiono anche qui la sintesi dell’incontro tra Dio e gli uomini, magari per il tramite di Maria Santissima.
Intorno al santuario era nato Palazzolo, il villaggio che raccoglieva le genti scese in cerca di una vita meno faticosa rispetto a quella del versante alto del Monte Asprano. La Vergine Maria vegliava su di loro. Tutti loro.
Poi la comunità cercò luoghi ancora più confortevoli per espandersi ed organizzarsi. D’altronde rientrava nelle tradizioni dei popoli Volsci e dei Sanniti quella di mandare i giovani rampolli a trovare nuove terre e fondare nuove città.
Alcuni si spostarono sul Monte Cairo e fondarono Colle San Magno, altri si spostarono sul crinale opposto del Monte Asprano verso la Valle del Liri e nacque Castrocielo.
Entrambe le due nuove comunità rivendicavano, tuttavia, la primazia su Palazzolo e la protezione della Vergine Assunta nei cieli custodita nel santuario ad ella dedicato.
Le due comunità ormai dimentiche della loro comune origine, o forse proprio per perpetuarne il ricordo, costruirono, ciascuna, la propria statua e presero a onorare, ciascuna, la propria Madonna nello stesso santuario e nel medesimo giorno.
La Vergine, come una buona madre, lasciava fare in attesa che prevalesse il buon senso. In fondo erano tutti fratelli, discendenti dallo stesso ceppo e tutti uniti dallo stesso territorio oltre che dal suo stesso culto.
Ma le due comunità presero a scontrarsi violentemente rivendicando il diritto esclusivo alla protezione oltre che ai festeggiamenti della Vergine.
I due cortei si ritrovavano insieme sul sagrato, all’ingresso del Santuario, pronti a far valere con la forza il proprio diritto esclusivo.
Il lunedì in Albis, giorno dedicato alla pace dei cristiani, divenne così tempo di guerra per Castrocielo e Colle San Magno finché non giunse l’accordo proprio nel nome della Santissima Vergine Assunta in cielo.
La tregua e poi l’armistizio e quindi la definitiva pace vennero sanciti con un’intesa che fissava la coesistenza dei riti e delle processioni disciplinandone i tempi ed i modi di esecuzione.
Le due comunità ripresero così ogni anno a incontrarsi e festeggiare sul pianoro dove sorge il santuario della Vergine Assunta il giorno del lunedì in Albis sotto lo sguardo benevolo delle due statue che si inchinavano nell’atto di reciproco riconoscimento e sul sagrato si incrociavano da presso sino a scambiarsi il bacio della pace ritrovata.
Ogni anno, il lunedì in Albis, quel rito si ripete ancora oggi per ribadire la fine delle ostilità e celebrare in allegria il bacio delle due madonne.

Tutta questa storia Alessandro non me l’ha raccontata.
Il santuario era chiuso ed io mi sono dovuto limitare ad osservarlo dall’esterno.
Egli ha lasciato che godessi dell’incanto di quel tempio romanico, umile ed armonioso, segno tangibile dell’alleanza tra gli uomini e Dio.
Una mia amica lontana, di là originaria, mi rese edotto della storia che si celava dentro quel tempio. Il resto me lo sono cercato da me, magari aggiungendo e togliendo qualcosa con l’intento tuttavia di essere fedele, per quanto possibile, alla verità storica dei fatti oltre che alla devozione delle genti.
Il bello del viaggio e del cammino che lo rende prezioso, è che esso non si compie mai per intero. Resta sempre qualcosa da scoprire. Di conseguenza ad ogni ritorno segue necessariamente una ripartenza…
È il dono della pietrosa Itaca.
La nostalgia per la casa che ti attende mischiata a quella dei luoghi che hai attraversato o attraverserai.
Mi è capitato di avvertire nostalgia per Partenope e per le terre del Sud in ogni ritorno nella mia casa in terra Messapica.
La stessa sensazione l’ho avvertita anche per Monte Asprano e Monte Cairo. Per la chiesa di San Tommaso d’Aquino, il Santuario della Vergine Assunta e la monumentale abbazia di Monte Cassino.
In ognuno di questi luoghi è rimasto molto di inesplorato.
È vero, il viaggio non finisce mai e nostalgia e desiderio saranno sempre attaccate l’una all’altra come le facce di una stessa medaglia o, se più vi piace, come il bacio delle due madonne.
Vi sono continue cesure e suture tra l’andare ed il tornare.
Come la storia dei popoli che si spezza e si riannoda senza fine.
Come il bacio delle due madonne sul Sacro Monte Asprano che si rinnova ogni anno, ogni lunedì in Albis…
