
Da Caltagirone a Capizzi
Storie di memorie, scoperte, incontri, amicizie, comunità
24-30 marzo 2025
Ai custodi del cammino di San Giacomo
Ed a tutti i pellegrini, viandanti e camminatori
Foto di Salvatore Immordino
Prefazione
Leggere questo racconto è stato, per me, come camminare di nuovo su quelle strade che conosco bene, ma vederle con occhi nuovi.
Antonio Corvino ha saputo raccontare il Cammino di San Giacomo in Sicilia con uno sguardo profondo, colto, ma mai distante.
Le sue parole hanno il passo del pellegrino e l’anima dell’uomo che cerca.
In ogni pagina si sente il respiro della nostra terra: la fatica e la bellezza dei tratturi fangosi, l’accoglienza disarmante dei volti semplici, il peso della storia e la leggerezza della grazia. Antonio è riuscito a cogliere tutto questo, e a restituirlo con delicatezza e verità.
Ha incontrato i nostri paesi, le nostre genti, le nostre tradizioni, e le ha raccontate con rispetto e amore. Ha dato voce a chi spesso non ne ha. Ha riconosciuto la sacralità delle piccole cose: un maglione donato, un pane cunzato condiviso, una parola sussurrata da un pastore. In tutto questo ha visto – e ci ha fatto vedere – il senso più profondo del camminare.
Come ideatore e coordinatore del Cammino di San Giacomo in Sicilia, non posso che dirgli grazie.
Grazie per aver raccontato non solo un percorso fisico, ma anche un’anima collettiva.
Grazie per aver compreso che questo cammino non è fatto solo di chilometri, ma di incontri, memoria, identità e rinascita.
E grazie, infine, per aver camminato con noi, anche quando sembrava che fossimo noi ad accompagnare te.
Questo testo è un dono prezioso per tutti i camminatori e per la nostra Sicilia più autentica.
E io, con il cuore pieno di gratitudine, lo accarezzo come si accarezza un amico che ha saputo capire davvero.
Totò Trumino
Custode del Cammino di San Giacomo in Sicilia
Piazza Armerina, aprile 2025
Totò Trumino, nato a Piazza Armerina il 2 giugno 1961, è scrittore, pellegrino, hospitalero e promotore culturale. Ha percorso più volte il Cammino di Santiago in Spagna, vivendo l’esperienza del pellegrinaggio con profonda dedizione e servizio. Dopo una lunga carriera come insegnante e dipendente regionale, oggi è pensionato e si dedica alla valorizzazione dei cammini in Sicilia. È fondatore e coordinatore del Cammino di San Giacomo in Sicilia e di Cammini & Sentieri di Sicilia, una rete che unisce oltre 5.000 km di percorsi. Vive con il suo cane Thiago e continua a camminare per ispirare cambiamento, incontro e bellezza.
PRIMA PARTE
Il cammino di San Giacomo in Sicilia. L’antefatto
San Giacomo, l’apostolo che in Spagna fu assunto a vessillo della “Reconquista” cristiana contro i “Mori” che sarebbero stati ricacciati oltre Gibilterra in direzione di Jebel Musa, verso Tangeri dopo secoli e secoli di lotte, divenne il paladino della cristianità per l’Europa intera.
A Compostela, in Galizia a nord-ovest della Penisola iberica affacciata sull’Oceano, gli dedicarono la Cattedrale e pure la città, che divenne Santiago de Compostela e da tutta la Spagna, e non solo, cominciarono i pellegrinaggi.
Non era cosa da poco che l’irruente apostolo di Cristo Signore, giunto da quelle parti ad opera dei suoi discepoli che ne trafugarono il corpo dopo il martirio infertogli da Erode Agrippa, vi fosse rimasto nascosto sino all’epoca dell’avvio della reconquista all’inizio del nono secolo, allorché apparve in sogno ai re cristiani nel momento più critico dell’avvio della guerra con i Saraceni, con spada sguainata ed in groppa ad un focoso destriero, proprio come si conviene ad un comandante che incita alla vittoria.
Fu così che San Giacomo divenuto Santiago de Compostela venne riconosciuto come il Matamoros spingendo, in quanto tale, i litigiosi re iberici a schierare al suo comando spirituale le loro armate contro gli eserciti della Sublime Porta coinvolgendo pure Carlo Magno, imperatore dei Franchi e i suoi paladini mentre il Cid Campeador avrebbe combattuto pure lui, anche da morto, alla reconquista che sarebbe durata ben sette secoli e che, nel tempo, avrebbe coinvolto l’intera Europa.
Non era affatto cosa da poco.
I sovrani Berberi provenienti dal Sahara e dall’antico regno del Marocco, non solo avevano conquistato Spagna e Portogallo, ma li avevano resi grandi. Altroché se li avevano resi grandi.
Splendide città erano state dovunque fondate e quelle esistenti erano state trasformate facendole crescere come non mai.
La scienza e la matematica trionfavano.
La filosofia era tornata agli splendori greci.
Averroè addirittura la salvò dall’oblio sempiterno per tramandarla ai posteri e lo stesso Dante e gli umanisti europei furono a lui debitori per questo.
L’architettura ed i giardini scanditi da fontane zampillanti e ricolmi di alberi esotici quanto leggiadri nonché disegnati da prati multicolori che rimandavano direttamente all’idea del Paradiso, erano assurti a metafora della bellezza e della gloria di Dio.
Ebrei e cristiani si erano ben integrati con l’Islam e lungi dal combattersi andavano d’accordo e presero a creare bellezza su bellezza …
Ma proprio questo era il problema: la grandezza che, di conseguenza, poteva far diventare i Saraceni padroni assoluti di quella parte d’Europa e da lì spingerli a conquistare il resto del continente che quanto a cultura e conoscenza non se la passava proprio bene, a quel tempo, se si escludevano le abbazie monacali…
Re e regine, conti e duchi, soldati e cavalieri pensarono bene di mettere un limite, di arginare il fenomeno mentre Carlo Magno, notoriamente analfabeta, aveva dato la sveglia imponendo a funzionari e nobili di istruirsi, creando per questo le prime scuole dopo il buio seguito al crollo dell’impero romano.
Il Papa di Roma soffiava sul fuoco pure lui e bisognava trovare il modo di rimandare i Berberi o Mori o Saraceni che fossero da dove erano venuti.
E chi meglio dell’apostolo Giacomo in persona, prediletto da Gesù Cristo che lo chiamava figlio del tuono, poteva guidare una così grande impresa e soprattutto convincere i litigiosi regni delle Asturie, di Leon, di Castiglia, Navarra, del Portogallo, di Aragona e della Catalonia che non facevano altro che combattersi tra loro, dandola vinta ai Mori?
… Ma in Sicilia?
Che ci faceva in Sicilia l’Apostolo Giacomo?
Perché l’apostolo Giacomo era approdato pure nell’isola di Trinacria.
L’isola era stata amata dai Greci e dai Cartaginesi prima che Roma ci arrivasse rendendola definitivamente e totalmente sua fedele provincia.
Nei secoli successivi alla caduta di Roma, nel guazzabuglio che ne era seguito con invasioni di ogni genere e con i barbari calati da nord a sud e Bisanzio che piano piano aveva preso a disinteressarsene preferendo concentrare la sua attenzione sulla terra ferma, da Bari a Ravenna, oltre che in Oriente, i Mori o Saraceni della Sublime Porta avevano messo gli occhi sull’isola e promettevano di conquistare il Mediterraneo intero oltre alla Sicilia che, del Mediterraneo, era la perla più preziosa.
E la conquistarono tutta, ma proprio tutta. Da Palermo a Catania, da Enna a Caltanissetta, a Messina, Agrigento e così via.
E, cosa straordinaria, presero a percorrerla in lungo ed in largo, sulle coste e su per i monti e le valli che tutta la riempivano e che facevano corona o contro canto all’Etna superba.
E i Mori-Saraceni la resero ancor più preziosa con i loro palazzi, i loro giardini, le città pure qui costruite di sana pianta, come dimostrano ancora oggi i nomi di molte di esse oltre che i cognomi delle genti, i fonemi della lingua e i piatti della cucina, inclusi i dolci.
A quell’epoca l’Islam era divenuto il centro gravitazionale della civiltà e della cultura mediterranea e teneva insieme potenza e leggiadria, conoscenza e dominio…
Quando il gran conte Ruggero il Normanno arrivò nell’isola sapeva quel che avrebbe trovato e sapeva quel che voleva: diventare re di Sicilia e rispedire pure lui i Saraceni a casa, tenendosi i loro tesori, la loro grandezza e la loro sapienza.
E pensò bene di affidarsi a San Giacomo Maggiore, oltre che alla Vergine che già proteggeva il suo esercito con l’effigie che campeggia nel grande drappo che oggi orna, in tutta la sua sfolgorante grandiosità, la zona presbiterale del duomo di Piazza Armerina.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1090, prima della battaglia con i Saraceni che avrebbe avuto luogo il mattino dopo alle porte di Caltagirone, l’Apostolo gli era apparso in sogno nelle sembianze del Matamoros, trionfatore dei mori in quel di Spagna e venerato in terra celtica dove il suo corpo ormai riposava ben custodito nella cattedrale di Compostela.

Ruggero uscì trionfatore nella battaglia con i Mori e per ringraziare l’apostolo che lo aveva guidato, fece costruire a Caltagirone, città da lui prediletta, una chiesa dove a distanza di qualche secolo, a metà del mille e quattrocento esattamente, grazie all’opera del vescovo Burgio che sedeva sul seggio episcopale di Manfredonia e Siponto ma che era originario di qua, arrivò, con la benedizione del Papa Callisto terzo, la preziosa reliquia appartenuta al braccio vincitore dell’apostolo Santiago, il Matamoros, che è tuttora custodita nel santuario Jacopeo, elevato nel frattempo al rango di basilica minore, all’interno di una preziosa arca argentea che a sua volta contiene il braccio reliquiario realizzato in oro e platino a protezione del sacro frammento osseo.
Così all’alba del secondo millennio dopo Cristo, in piena reconquista delle terre di Spagna e Portogallo, anche la Sicilia venne riconquistata.
Niente a che vedere tuttavia con quanto era successo da quelle parti.
In Sicilia Ruggero si prese l’Isola, ovviamente a modo suo, ossia senza cacciare nessuno o comunque solo quanti bastava a far capire le sue intenzioni e avviando una tradizione che con Federico, lo Stupor Mundi, figlio di sua nipote Costanza d’Altavilla, avrebbe raggiunto il punto più alto e glorioso.
Intanto, dopo la vittoria di Ruggero, il culto dell’Apostolo si diffuse ovunque nell’isola ed i Siciliani che ne popolavano il centro continentale tra i Monti Erei ed i Nebrodi si legarono a lui e lo assunsero a loro protettore.
Lo fece Caltagirone sulla scia della vittoria di Ruggero, onorando l’apostolo nella chiesa da lui voluta.
Lo fece Capizzi che per la verità, dicono alcuni, ci aveva pensato già nei secoli seguiti alla fine dell’impero di Roma, all’epoca della massiccia diffusione del culto cristiano, ad assumerlo come proprio protettore.
Fu proprio in nome dell’apostolo Giacomo, il cui carattere focoso ed irruento si addiceva alle imprese difficili, che venne propiziata la massiccia conversione dei pagani giunti da nord alla fede in Dio ed in Gesù Cristo suo figlio abbattendo i muri che si ostinavano a nascondere il culto antico.

Anche a Capizzi fu, comunque, con l’arrivo dei Normanni che il culto di San Giacomo divenne fondante per la comunità locale impegnata con il resto della Sicilia alla reconquista, al pari della lontana Spagna.
Ruggero vi fece costruire un Eremo in onore del Santo Apostolo e nel milleduecento, dicono le cronache, con l’arrivo degli aragonesi dalla Spagna il culto di San Giacomo venne riaffermato e definitivamente consacrato sulla scia di Santiago de Compostela.
Un grande santuario venne costruito anche qui, come a Caltagirone, in sostituzione del vecchio eremo e nel 1427 un nobile cavaliere aragonese, Sancio de Heredia, vi depositò una preziosa reliquia: la giuntura di un dito della mano, che dopo alterne vicende, ha trovato qui la sua definitiva dimora.
A Capizzi quindi è conservata, dicono, la più antica reliquia dell’Apostolo in Sicilia, ed essa è, da sempre, destinataria di una sentita devozione il cui epicentro è il Santuario posto al termine del cammino che prende avvio dal sagrato della Basilica di Caltagirone.
Nel santuario che domina l’attuale piazza e che, a partire dal quindicesimo secolo si è arricchito di importanti opere d’arte, dipinti, statue ed affreschi che celebrano la gloria di Dio, dei Santi e della Vergine in uno con quella dell’Apostolo, è custodita la preziosa vara, una sorta di carro con trono in oro zecchino su cui la statua di San Giacomo é assisa, in atteggiamento trionfante e avvolta in splendide vesti anch’esse dorate.

Il 26 luglio di ogni anno il Santo Apostolo viene portato in processione su una vara meno preziosa ma assai robusta e pesante le cui aste di sostegno che poggiano sulle spalle dei portatori nella lunga e faticosa processione che coinvolge l’intero paese, sono usate come ariete per sfondare il muro eretto in piazza a ricordo, secondo le diverse leggende sopravvissute, della battaglia vinta dai cristiani contro i saraceni o in memoria della distruzione dell’ultimo tempio pagano o di una vecchia sinagoga o ancora della casa del nobile spagnolo che, dopo aver portato a Capizzi la preziosa reliquia ne perpetrò la temporanea sottrazione spostandola a Messina …
Così tra Caltagirone amata da Ruggero e Capizzi da sempre orgogliosa della sua devozione nacque il Cammino di San Giacomo frequentato dai pellegrini in cerca di indulgenze e di perdono sulla via delle crociate e delle battaglie per affermare la supremazia della Cristianità contro i Mori.
Quella tradizione è stata riportata alla luce grazie al gemellaggio del cammino siciliano con il cammino di Compostela ed ora mi accingo anch’io a percorrerlo insieme a Salvatore, grande conoscitore dei Cammini siciliani e frequentatore di quelli spagnoli in particolare.

Egli ha messo insieme un manipolo di viandanti, camminatori o pellegrini come a ciascuno più aggrada di nominarsi, con la volontà di percorrerlo al momento dello sbocciare della primavera.
Da queste parti, nei pressi di Enna, sul lago di Pergusa, secondo il mito antico, allo scoccare dell’equinozio di marzo, Persefone-Proserpina lascia l’Ade ogni anno e torna dalla madre Demetra-Cerere dea della fertilità della terra per dare il via alla bella stagione. Una metafora della rinascita dell’umanità celebrata con l’avvento di Cristo anche dal cristianesimo che ha ereditato molti riti e credenze dal paganesimo consacrandoli tutti a Dio sempiterno.
A Caltagirone.
Salvatore, il mio amico di Caltanissetta, mi aveva annunciato che appunto allo scoccare della primavera sarebbe partito con un gruppo di amici ed amiche per il Cammino di San Giacomo in Sicilia. E tanto era stato sufficiente per accendere la mia curiosità oltre che la mia fantasia.
Io ho da sempre amato la Sicilia.
Avevo buoni motivi per farlo.
Ancora ragazzo e fresco di studi classici ero stato a Taormina.
L’incanto di tanta bellezza mi aveva commosso.

La città era meravigliosamente disposta in cima ad un colle sui Monti Peloritani che precipitavano a mare con delle falesie incantate. L’azzurro del cielo si fondeva con l’azzurro del mare. La luce inebriante faceva il resto. Ne erano rimasti abbagliati anche Paul Klee e Vasilij Kandinskij oltre ad Herman Hesse che in altri tempi eran partiti dalla Germania in cerca della luce mediterranea e prima di approdare in Africa si erano fermati proprio da queste parti. Figurarsi io che vi ero giunto, senza una lira in tasca e con mezzi di fortuna, con altri miei coetanei tutti presi dal sacro fuoco di aggiustare il mondo, o salvarlo, se più vi piace.
Me ne andai in giro da solo entrando ed uscendo tra le porte maestose, fermandomi nelle viuzze ad ammirare i palazzi e ad osservare i grand hotel dove sin dal mille e settecento aristocratici e ricchi borghesi venivano a passare i mesi invernali. Il teatro greco era poco più in là ed Eschilo, Euripide, Sofocle mi risuonavano nella testa. Ma alla fine decisi di dedicarmi allo studio dell’economia e di abbandonare la poesia… questa, pensavo allora, non avrebbe salvato il mondo.
A distanza di più di qualche decennio, vi tornai questa volta in compagnia di uomini fatti, professori ed economisti, avvocati e politici sicuri di avere ciascuno la ricetta giusta per salvare il Sud, questa volta, e magari la Sicilia. Ma io ero ormai consapevole che il mondo aveva bisogno di poesia e così abbandonai la compagnia e mi misi a cercare quel ragazzo che qui aveva tradito la poesia e, trovatolo ancora incantato in giro per le viuzze, lo presi sottobraccio e me ne andai con lui a cercare la bellezza che di certo può salvare il mondo come sosteneva quel meraviglioso idiota del principe Myškin, se al mondo importasse qualcosa della bellezza.
Ma vi era anche un altro motivo che aveva scatenato la mia curiosità.
Nell’autunno di due anni addietro, con la pandemia da covid in ritirata ma ancora ferocemente in agguato tra la folla, me ne andai con lui ed un gruppo di suoi amici siciliani in Galizia per fare il Cammino di Santiago detto degli Inglesi.
Salvatore aveva sullo zaino insegne di almeno quattro dei molti cammini per Santiago. Anche il resto della compagnia esibiva le insegne delle nobili esperienze lì maturate. Io ero al primo cammino jacopeo e, dopo le prime tappe, fui vittima del Covid.
Una tragedia.
E fu proprio il ricordo di quella tragedia che mi ha spinto a chiedere ospitalità in Sicilia.

Avevo un debito aperto con Santiago oltre a nutrire la curiosità di scoprire il mistero di un San Giacomo siciliano insieme a quello dell’altra faccia della Sicilia, quella continentale, tutta valli, monti, borghi e città antiche abbandonate o semi dimenticate, comunque sconosciute ai più.
Così mi misi in treno da Napoli dove mi trovavo, come spesso mi succede, da quando ho ritrovato il mio interesse per la poesia e la letteratura, e sono arrivato a Caltanissetta.
“Mi raccomando” aveva insistito il mio amico “devi scendere a Caltanissetta Xirbi. La stazione ferroviaria Xirbi che è un nome arabo… pietre, significa pietre.” Ed in effetti la stazione Xirbi sembrava proprio un posto di frontiera, deserta ed abbandonata. Vi giunsi con un pullman sostitutivo del servizio ferroviario dato che la ferrovia come la stazione é ancora in costruzione, dopo undici ore di viaggio complessive e due e mezza da Catania. Ma lì c’era Salvatore ad attendermi e tutto era perfetto. La generosità dei siciliani é proverbiale e commovente e Salvatore era diventato il mio angelo custode sul cammino degli inglesi in Spagna allorché come un cavaliere d’altri tempi rimasto senza cavallo venni appiedato dal Covid.
Della compagnia avrebbero fatto parte, mi aveva informato Salvatore, sia Gaspare che Salvo ed Ausilia che avevano partecipato alla spedizione spagnola invero sfortunata per me. Sarebbe stato bello riprendere le fila di Santiago seppure in Sicilia.
Così partiamo per Caltagirone lunedì 24 marzo a bordo di un’auto guidata da Ugo, anch’egli custode del Cammino dell’apostolo Giacomo in Sicilia a capire bene questa storia visto che San Giacomo è il patrono della città e che da qui prende il via il Cammino siciliano di San Giacomo gemellato con Compostela che termina a Capizzi dove si trova l’altro santuario dedicato all’apostolo.
E dunque eccoci a Caltagirone.
Salvatore, capo spedizione ed ermeneuta dei segreti del Cammino, Gaspare, ex maratoneta, gran camminatore e pellegrino sui sentieri d’Europa, Ausilia e Salvo reduci da Compostela. Completano il gruppo Aldo, Valeria e Maurilio, del tutto nuovi per me.
É sul sagrato della cattedrale di San Giacomo che il gruppo si ritrova.
Ad attenderci Massimo, esponente della confraternita dell’Apostolo che ci accoglie con le credenziali: ha un gran desiderio di raccontarci gli splendori di Caltagirone. Don Luigi Sturzo, il profeta dell’impegno politico dei cattolici chiamati a rendere giusta e riscattare l’Italia ed il Sud con essa. Un vero faro per tutti, non troppo amato dal Vaticano per la sua visione laica della politica ma in compenso apprezzato nel Paese all’indomani della fine della seconda guerra mondiale con l’italia distrutta e ridotta, fuor di metafora, ai piedi Cristo.
E poi le ceramiche. Caltagirone é la capitale delle ceramiche sin dai tempi moreschi. Negozi e laboratori si susseguono gli uni agli altri per la maggior gloria della città.
Ma su tutto c’è Ruggero. Ruggero il Normanno. Il Gran Conte che scese dalle terre di Francia, incoraggiato, anzi spinto dal Papa di Roma a riconquistare la Sicilia. Cosa non facile, si badi bene. In Sicilia si erano insediati già da qualche secolo i Saraceni che consideravano l’isola come una specie di patria ormai. Tante erano le città nobilitate e rese grandi dai rispettivi Visir.

Il palazzo della Zisa a Palermo ne era una straordinaria testimonianza.
Ma i Saraceni non si erano limitati a sviluppare bellezza e conoscenza nelle metropoli costiere. Si erano addentrati sui monti e le valli dell’interno. Un vero paradiso.
Avevano costruito intere nuove città come Caltanissetta, la città delle donne a stare all’etimologia araba del nome. Vi avevano costruito un castello a ridosso delle serre geologiche emerse dal mare chissà quando, sicuramente allorquando il resto della Sicilia non esisteva ancora ed intorno al castello era nato il borgo. Poi erano giunti i Normanni ed avevano preso possesso del castello e della città e vi avevano costruito chiese e conventi secondo una architettura essenziale e armoniosa con reminiscenze normanne che arricchivano il quartiere di Santa Maria degli angeli .
Massimo ci racconta della diatriba tra storici e cultori della tradizione e della memoria locale sulla battaglia che Ruggero avrebbe ingaggiato e vinto contro i Saraceni proprio alle porte di Caltagirone il 25 luglio del 1090, rimasta da allora nella memoria collettiva come il giorno della vittoria e della festa dell’Apostolo San Giacomo che l’aveva propiziata.
Ma al di là della veridicità storica rimane il profondo legame della città con il gran Conte Ruggero che qui portò il culto dell’Apostolo facendolo diventare, pur senza reliquie, un riferimento per tutti i devoti e cultori di Santiago.
Caltagirone con Ruggero non smise la sua gloria saracena anzi la aumentò.
Le sue strade ed i suoi palazzi, come la vecchia Senatoria già sede municipale ed il carcere Borbonico, oggi sede del museo civico, lo testimoniano, oltre alle sue chiese.

É bella Caltagirone. Giampiero, un signore elegante, non più giovane ma dalla figura eretta e asciutta, un viso aperto e gioviale, due gran baffi ed una chioma più che brizzolata ma abbondante e ondeggiante al vento, da me interpellato sulle scale della Senatoria, sul meraviglioso palazzo anticipato da una scalinata che consente di intravedere le volte affrescate dell’interno, mi intrattiene sulle meraviglie del palazzo e sulla città amata da Ruggero. Mostra di avere dentro l’impeto di un fiume in piena, tante sono le cose che vuole raccontarmi, le notizie, le curiosità. “Se si ferma, le racconterò tutto su Caltagirone” mi dice. Poi osservando il mio timore di perdere il contatto con i compagni avviati a cercare il nostro alloggio, mi congeda “ma si ricordi, se ha tempo ripassi. Io sono un commerciante. Il mio negozio è proprio dietro l’angolo oltre la Senatoria, non può sbagliare.” Non ci sono ripassato. Il buio incombeva. Ma l’entusiasmo e la passione di Giampiero mi han conquistato e mi hanno rivelato l’amore dei Calatini o Cattagirunisi per la loro città. Meriterebbe più attenzione e rispetto, tuttavia, mi sorprendo a pensare mentre, allontanandomi, mi imbatto in troppe auto parcheggiate o in circolazione ovunque ed in più di una fioriera che attende un po’ di cura e magari un bel travaso di piante e fiori primaverili…Come tutta la Sicilia ed il Mezzogiorno che custodiscono in sé il ricordo ancestrale della cultura e della civiltà del Mediterraneo troppo spesso nel disinteresse generale o almeno di più di qualcuno.
Una notte tormentata finita bene
La giornata era passata tranquilla.
A Caltagirone avevamo ritirato le credenziali del Cammino, Ugo si era accomiatato ed il gruppo aveva reso omaggio a San Giacomo nella basilica a lui dedicata.
Anche Massimo era andato via e noi, in attesa di cena, avevamo gironzolato per il borgo del centro… il palazzo della Senatoria, il Carcere Borbonico, i nobili palazzi aristocratici, la cattedrale, le viuzze lastricate che lasciavano intravedere in fondo il cielo e la campagna…

Con l’incombere della sera si erano accesi, discreti, i lampioni che avevano regalato alla città un’aria ancor più suggestiva e misteriosa, se possibile.
La luce blu, tanto amata e ricercata da Bergman nei suoi film, quella luce elettrica color cobalto che si spande per l’aria per qualche minuto a ridosso dell’imbrunire, prima che cali definitivamente la sera, conferiva alle stradine ed ai palazzi, alle chiese ed ai monumenti un tocco di magia…
Tutto sembrava perfetto.
Nei pressi del Carcere Borbonico il gruppo al completo si era fermato a contemplare la città prima di guadagnare il ristorante.
All’uscita dal bar nei pressi della piazza antistante il palazzo, eravamo stati raggiunti da un signore calorosamente abbracciato da Salvatore.
Era un suo ex collega.
Salvatore che in Sicilia, oltre che in molte altre parti della Penisola, aveva retto le sorti di un importante istituto di credito, aveva lasciato dappertutto solidi e profondi ricordi e adesso raccoglieva i frutti dell’affetto dato e ricevuto.
Il signore ormai non più giovane ed anzi con più di qualche ruga in viso, aveva un fisico snello, un volto sorridente, occhi guizzanti e biondi capelli fluenti ad incorniciare un volto dall’aria sbarazzina sia pure fuori tempo massimo. Era felice di incontrare Salvatore e conoscere i suoi amici. L’occasione era ghiotta anche per rivivere qualche momento passato.
Bruno, questo il nome del nuovo arrivato, presentava una vaga somiglianza con Giancarlo Giannini e Salvatore evocava il fascino che la cosa produceva sulle signore sapendo di sollecitare l’amor proprio di Bruno che con fare disincantato, a nascondere una profonda e mal celata soddisfazione, si lasciava andare a galanti affermazioni. Nel contempo evocava pezzi della sua vita che da ultimo aveva preso una svolta piuttosto complicata che lo aveva impegnato in una lotta senza quartiere tuttora in corso contro un cancro che minacciava di sopraffarlo ed a cui egli rispondeva come un cavaliere senza macchia e senza paura, felice di poter rubare ancora qualche sguardo di ammirazione al pubblico femminile e di ricevere di tanto in tanto anche delle telefonate tuttora affettuose da qualche vecchia conoscenza che si preoccupava della sua salute lasciandogli amorevolmente credere che ne stesse ancora cercando lo sguardo fiero e pieno di fascino.

Almeno questa fu l’idea che ebbi modo di maturare ascoltando un paio di telefonate giunte sul suo cellulare ed a cui con evidente piacere aveva risposto.
Salvatore discorreva con Bruno e questi sembrava proprio felice di chiacchierare come un tempo con il suo amico-collega-superione e con le persone che a lui si accompagnavano. Sapeva che tra costoro vi era uno scrittore e fu felice quando gli venni presentato. Per parte mia quell’uomo un pò guascone e tanto siciliano mi era proprio simpatico. Mi piaceva il modo in cui esorcizzava la paura con la spensierata esibizione del suo cancro e la sottolineatura della sua lotta senza quartiere contro di esso e questo faceva si che gli perdonassi anche il persistente spirito da dongiovanni disarmato che me lo faceva tanto somigliare al Don Giovanni in Sicilia raccontato da Viltaliano Brancati nel suo meraviglioso, malinconico e disincantato romanzo.
Mi era proprio simpatico Bruno e volentieri avrei continuato a chiacchierare con lui ma egli, dopo aver prelevato con tranquilla disinvoltura da una scatoletta conservata nella tasca del cappotto cammellato una pillola, si era accomiatato con uno sguardo tra il complice ed il rammaricato ed aveva preso la via di casa.
Buona fortuna Bruno e ricordati che sei un erede normanno. Un epigono biondo e non più giovane ma pieno di bei ricordi che puntualmente salgono in superficie ad ogni telefonata galante o semplicemente compassionevole.
…
Il tempo era corso via veloce ed io non ebbi il tempo di raggiungere Giampiero.
Era ormai tempo di cena e bisognava affrettarsi per andare a dormire.
L’indomani la partenza era fissata di prima mattina.
Bisognava raggiungere San Michele Ganzaria e quindi Mirabella Imbaccari, due centri che già al nome evocavano radici arabe e suscitavano più di qualche curiosità che arricchivano l’attesa di Piazza Armerina posta al termine della tappa successiva e che mi attraeva come un magnete. Ma al momento era soprattutto la previsione di mal tempo a suggerire di andare a dormire per guadagnare riposo ed immagazzinare energie.
…
La cena fu piacevole seppur veloce.
Tuttavia, con mia grande sorpresa, stizza e preoccupazione dovetti raggiungere, inutilmente, il bagno più di una volta.
L’incontro con Bruno mi aveva riportato in superficie lotte ormai lontane a contrastare derive degenerative di più di qualche cellula del mio corpo. Ma vi era qualche avvisaglia in esso che indicava la necessità di un qualche ulteriore corpo a corpo. Niente di particolarmente grave ed assolutamente lontano dal corpo a corpo di Bruno.
I medici la chiamano ipertrofia prostatica.
Ne soffre gran parte del genere maschile ed io pure, a quanto pare.
Quella sera la mia ipertrofia mi condusse in ospedale. Era ormai sera inoltrata. Eravamo in camera. La notte cominciava ad avanzare.
Salvatore chiamò il 118 che venne a prelevarmi e, da lui accompagnato, venni condotto all’ospedale di Caltagirone.
Non é che io avessi la presenza di spirito di mettere a confronto la mia disavventura qui al cammino di San Giacomo di Sicilia con l’altra disavventura vissuta nel cammino di Santiago de Compostela, ma le due cose sembrava proprio che avessero la parvenza di procedere specularmente. Me ne resi conto a disavventura finita fortunatamente bene questa volta a somiglianza dell’altra, sia pure con riferimento alla sola conclusione del malanno.
Un segno della protezione dell’Apostolo per un miscredente senza requie o piuttosto un avvertimento per quel miscredente che si ostinava a rifiutare la misericordia divina preferendo la fragilità e la compassione umana.
Di sicuro entrambe le disavventure mi avevano messo a contatto con strutture sanitarie, personale amministrativo, medico, infermieristico, paramedico di prim’ordine. E se questo è scontato per la Spagna non è detto che lo sia per l’Italia ed il Sud nello specifico.
In Galizia mi ero messo alle spalle le prime tre tappe del Cammino Inglese.
La notte della quarta crollai. Nel vero senso della parola. Scottavo e tremavo di freddo.
Avevo la febbre ed ero terrorizzato che il Covid mi avesse ghermito.
Dormivo nel letto superiore del castello della stanzetta in cui avevo alloggiato con i miei compagni a Hospital de Bruma. Provai a scendere ma persi il piolo della scala e precipitai sul pavimento. Mi trascinai senza esito al bagno comune e tornai a tentoni nel mio giaciglio. L’indomani i miei compagni partirono ed io rimasi nel letto a castello a meditare sul da farsi in attesa dell’ora dello sfratto. Mi chiamarono un taxi. A Sigueiro il tassista si rese conto del mio stato e mi portò al centro medico. Così entrai in contatto con il sistema sanitario spagnolo che mi sembrò efficiente e professionalmente ben attrezzato ma anche pieno di umana compassione.

Adesso per puro caso o per ironia della sorte mi trovavo ad essere entrato in contatto con il sistema sanitario italiano e siciliano in particolare. Ovvio fossi preoccupato. La pancia mi doleva, la mia vescica prometteva di esplodere ed io viaggiavo in un’ambulanza del 118 che mi portava all’ospedale. Che Dio me la mandi buona, pensai, e che San Giacomo mi sia amico. E amico mi fu.
O semplicemente mi sono imbattuto in una struttura che quella notte funzionava. Altro che se funzionò.
Il pronto soccorso era ordinato e lindo, illuminato e pronto. Una consolazione per me. Il personale amministrativo garbato e rapido, quello paramedico sollecito e attento, il medico di turno disponibile e competente. Non credevo ai miei occhi. In un paio d’ore, tre, mi han rimesso in sesto e rispedito sul cammino come un soldato al fronte. Non potevo crederci.
Che il San Giacomo di Sicilia abbia voluto emulare il Santiago de Compostela? Possibile. D’altronde, sono gemellati i due cammini jacopei e l’uno non può sfigurare di fronte all’altro. Certo medici, infermieri, paramedici e personale amministrativo hanno i loro meriti indiscussi ed indiscutibili.
Sono le due di notte quando mi dimettono, pronto a iniziare il mio cammino.
Cerchiamo un taxi, io e Salvatore, ma è pretendere troppo, oggettivamente. Decidiamo così di tornare a piedi. L’Ospedale é dentro la cinta urbana. Si può fare. E, allegro e alleggerito di un peso che sembrava potesse schiacciarmi, inizio a camminare sotto la guida di Salvatore che si aiuta con google map. Siamo arrivati al Carcere Borbonico. Qui dietro vi è il nostro alloggio. Ci facciamo un autoritratto insieme, un selfie come si dice nel nuovo esperanto, in cui usciamo belli sorridenti e andiamo a dormire. Domani si parte, destinazione Mirabella Imbaccari dopo aver attraversato San Michele Ganzaria. Post domani ci attende Piazza Armerina e poi via via tutti gli altri paesi, borghi e città sino al santuario di Capizzi.
Che il cammino di San Giacomo in Sicilia cominci, dunque, e sia emulo oltre che gemello di quello di Compostela.
SECONDA PARTE
Da Caltagirone a Mirabella Imbaccari con la testa a Piazza Armerina
Da Caltagirone, di buona mattina, siamo partiti per Mirabella Imbaccari da dove il giorno seguente avremmo raggiunto Piazza Armerina.
Il tempo è scuro.
Piove e tira vento.
Usciamo da Caltagirone dopo aver fatto colazione nel bar in fondo alla piazza.
Il tempo di dare ancora uno sguardo alla basilica di San Giacomo, al Carcere Borbonico, al palazzo della Senatoria e ci muoviamo.
Fuori città, tra i boschi di eucalyptus e pini, circondati da prati e pascoli, dobbiamo fare subito i conti con il fango oltre che con la pioggia. Vi sono rigagnoli dappertutto, d’altronde piove da molti giorni ed il terreno è ovunque molle.
I torrenti sono ingrossati e i fiumi gorgogliano gonfi.
In discesa ed in salita sentieri e tratturi spesso assumono l’aspetto di acquitrini, ovunque si annidano delle trappole fangose e noi dobbiamo scegliere i margini esterni coperti di macchia per limitare i danni.
Diventa difficile guardarsi intorno, infagottati come siamo e tuttavia, seppure solo sbirciati, i paesaggi appaiono affascinanti.
Le nuvole spesse e basse confondono la vista e chiudono l’orizzonte ma l’aria è frizzante ed il verde brillante della primavera accompagna i nostri passi contrassegnati dal ritmico ticchettio della pioggia, che talora si trasforma in veri e propri scrosci, e dalle folate del vento che sembrano voler evocare altrettante sinfonie della natura.

È faticoso procedere in queste condizioni ma la difficoltà rende ancor più suggestivo ed affascinante il susseguirsi di colli e di valli davanti a noi. La fatica apre i pori dell’anima, costringe a dilatare le pupille ed esalta la curiosità. Così ogni immagine catturata si imprime come un fotogramma indelebile nella memoria.
Siamo a circa due terzi del percorso quando attraversiamo San Michele Ganzaria, un piccolo centro anch’esso depositario della memoria moresca conservata nel toponimo Ganzaria, Jhamzariah in arabo, ad indicare la natura acquitrinosa del luogo. Qui la presenza cristiana testimoniata dal culto dell’Arcangelo Michele che diede il nome al paese risale ai primi secoli dell’era volgare, ma l’origine del borgo è ben più antica. Nei paraggi vi sono testimonianze di insediamenti che risalgono all’età del rame e del bronzo. Qui si son fermate anche delle comunità bizantine e sono state portate alla luce delle torri di avvistamento del periodo angioino-aragonese a testimonianza dell’importanza strategica del luogo. Vi è anche un museo che illustra storia e tradizioni della Ganzaria, ci dicono i radi paesani incontrati che ci chiedono da dove veniamo, ma è tardi per andarlo a visitare.
Pur essendo il tracciato del percorso sufficientemente agevole senza grandi salite o discese, dispiegandosi su degli altipiani disposti intorno ai quattrocento-cinquecento metri di altitudine, i tempi si sono allungati. Gli scarponi ci rallentano per la zavorra di fango che raccolgono lungo la strada, il maltempo fa il resto.
Dunque dopo una breve pausa, puntiamo su Mirabella Imbaccari.
La distanza residua non è eccessiva ma le condizioni dei tratturi e del territorio che attraversiamo sono diventate addirittura proibitive e prevale la premura di giungere a destinazione prima di sera per rifocillarci e provare a rimettere in sesto scarponi inzaccherati di fango e vestiario anch’esso inzaccherato oltre che bagnato completamente.
La speranza è di trovare gli alloggi caldi e possibilmente dotati di lavatrice ed asciugatrice per rimediare ai guasti del maltempo. Ma appunto per questo dobbiamo fare in fretta.
Nell’ultimo tratto in direzione di Mirabella Imbaccari l’asprezza delle condizioni meteorologiche è tale che ci costringe ad avanzare molto guardinghi, chiusi nei poncho o nelle giacche a vento, fermandoci più di una volta al riparo di qualche rudere abbandonato e sotto la tettoia di un cantiere per la costruzione di una nuova strada tra i boschi ed i monti.
Stiamo attraversando un territorio pieno di memoria.
Qui gli arabi, prima dell’arrivo dei Normanni avevano dato nomi evocativi alle città…
Mirabellla non fa eccezione.
Imbaccari rimanda all’etimologia araba “Ambakarih” uno dei casali del “ Villaggio di Abramo” che occupava l’intero territorio tra Mirabella e Piazza Armerina. C’è di che lasciarsi andare con la fantasia ad inseguire i patriarchi biblici divenuti patrimonio del Corano e magari riscoprire le tracce di Abramo in questa terra abitata dai Saraceni, ma il pensiero di Piazza Armerina ormai monopolizza la mia fantasia. Non ci sono mai arrivato prima d’ora pur conoscendone la bellezza che risale ai tempi di Roma. Arrivarci a piedi peraltro, attraversando i Monti Erei, la rende ancor più affascinante. Vederne il profilo che cresce man mano e scoprirne la cattedrale che la domina in cima al colle, mentre avanziamo tra i sentieri tortuosi, tra la foschia delle nuvole basse e tra gli spiragli della pioggia che funziona come un sipario da scostare in continuazione, diventa pura magia.

Piazza Armerina attrae come un magnete che tutto azzera e cattura la nostra attenzione.
A Mirabella Imbaccari che pure ha sollecitato la mia curiosità per la civiltà araba e moresca che lì si è dispiegata arriviamo a pomeriggio inoltrato fradici di pioggia e tutti protesi a rimettere ordine nel nostro zaino oltre che a fare una doccia calda, pulire gli scarponi, lavare ed asciugare tutto quello che abbiamo indosso. Non c’è tempo per guardarsi intorno ma per quanto mi riguarda basta a farmi viaggiare la suggestione della memoria custodita nel nome Imbaccari che rimanda al villaggio di Abramo.
Piazza Armerina.
La sinfonia dei popoli Sicani e delle genti Mediterranee tra monti Erei e monti Nebrodi
È grande Piazza Armerina.
Ci siamo giunti, dopo aver lasciato Mirabella Imbaccari, da Aidone, il cui nome rimanda al mito di Ade, di Proserpina e Demetra che, a sua volta, riporta alla fertilità della terra che qui è davvero generosa e ricca di produzioni mediterranee, dal grano all’olivo, alla vite, agli agrumi, oltre che scandita dalle lunghe teorie di greggi in movimento e da masserie ricche di allevamenti bovini.
Siamo a due passi dal lago di Pergusa sacro proprio a Proserpina ed a Demetra.
Qui Ade-Plutone, scorta la vergine Proserpina intenta a passeggiare tra i prati ricoperti di fiori, se ne innamorò perdutamente e la rapì portandola con sé nel mondo degli inferi, in Averno, dove le offrì in pasto i chicchi di una melagrana che per sempre l’avrebbero legata al suo regno. Demetra si infuriò e scatenò una terribile carestia sulla terra. Zeus, impose così ad Ade di restituire Proserpina a sua madre per sei mesi all’anno, quanti erano stati i chicchi di melagrana che Proserpina affamata, dicono alcuni, intrigata dal gesto di Ade e da quel mondo plumbeo dove non sorgeva mai il sole, dicono altri, aveva mangiato. Così da quel tempo la terra si chiuse nella tristezza di Demetra nei mesi invernali per aprirsi alla gioia della primavera ed alla generosità dell’estate, con il ritorno di Proserpina.

Il territorio intorno a noi brulica di testimonianze antiche, greche e romane, pagane e cristiane, saracene e normanne, bizantine e angioine lasciate dai molti popoli che qui si sono susseguiti.
Nei paraggi vi è anche la villa del Casale. Essa custodisce lo splendore dei grandi pavimenti musivi romani, ritrovati integri e straordinariamente ricchi e suggestivi.
Il grande quadro della corsa delle quadrighe nel circo Massimo e le fatiche di Eracle esaltano i mosaici che ricoprono, in un trionfo di tessere policrome e con figure mitologiche, continui e sfarzosi elementi decorativi, scene intime e leggiadre, i tremilacinquecento metri quadrati di pavimento della grandiosa villa romana.
È qui, in uno dei cubicoli nella parte orientale della villa, che è custodita la composizione delle giovani donne in bikini che, quindi, non ai sarti contemporanei ed alla metafora esplosiva dell’atollo delle Isole Marshall in cui la Francia praticava i test nucleari, deve la sua nascita ed il suo significato, ma alla fantasia delle donne romane, antesignane, con le loro coeve donne greche, di tutte le libertà assurte, nei tempi moderni, a segno di trasgressione e liberazione.
…
Piazza Armerina, dal canto suo, è segnata da una vocazione ad essere capitale che risale ai tempi in cui il territorio contava, tutto intero, e non vi era separazione tra metropoli e contado, tra fasce costiere e aree interne, tra pianura e montagna, valli e colline e tutto pulsava all’unisono per volontà divina e predisposizione umana.
D’altronde le terre che stiamo attraversando, segnate dai Monti Erei e, più in là in direzione di Capizzi, dai Monti Nebrodi hanno tutte, indistintamente, una storia lunga che si perde nella notte dei tempi.
Esse sono state tra le prime ad emergere, allorquando la grande isola non esisteva ancora nella conformazione che conosciamo, mi racconta Salvatore mentre lungo il cammino mi mostra i fossili di conchiglie che impreziosiscono le rocce, il terreno, le serre e le pietre sparse in ogni dove.
Tutto testimonia l’avventura delle genti che qui cercavano rifugio nelle grotte, sostentamento nella terra e protezione sui poggi più alti e che, allorquando divennero consapevoli di sé, presero a dare confini al mondo con la benedizione degli dei che abitavano l’universo intorno a loro e crearono villaggi e città e le riconobbero come loro patria avendo imparato a onorare i morti, custodendone la memoria.

Sin da allora Piazza Armerina e Aidone, San Michele Ganzaria e Mirabella Imbaccari, Assoro e Valguarnera, Nissoria e Nicosia, Caltagirone e Capizzi e tutti i centri ovunque disseminati tra valli e monti di questa parte della Sicilia portano con sé i segni di un territorio che ha attraversato storia e preistoria scandendone i passaggi epocali.
I Sicani furono i primi a riconoscersi come popolo da queste parti. Poi arrivarono le altre genti del Mediterraneo, provenienti dalle terre di tre continenti che lo attorniano e che, tuttora, si somigliano.
Cretesi e Fenici disseminarono colonie ovunque e portarono la certezza di un mondo grande da scoprire solcando le acque con navi veloci quanto potenti.
E giunsero i Greci. Dall’Attica e dal Peloponneso, dai Dardanelli e dall’Eubea.
La Sicilia era grande come un continente.
L’Etna dominava, affascinava e spaventava, percossa nell’anima, dalla forgia e dal fuoco di Efesto.
Poseidone prese ad abitare da queste parti e Ade nel lago di Pergusa a due passi da Enna rapì Persefone bella come la primavera.
Dopo i Greci si affacciarono i Cartaginesi e i Troiani condotti da Enea lontano dall’incendio di Ilio e tutti fondarono le loro città in guerra ed in pace.
I Sicani si fusero con quanti arrivarono riconoscendo la grande isola come la terra del Sole e del mare, della luce e dei colori, del latte e del miele, del vino e del grano. E vi costruirono ovunque le loro città. Sulle coste, lungo gli approdi, sui monti, tra le valli e i colli. E il territorio respirava all’unisono come un corpo unico, bello e forte, rigoglioso ed orgoglioso.
E dopo i Cartaginesi giunsero i Romani e quindi Bisanzio prima che scendessero da nord i Normanni i quali vi trovarono insediati i Saraceni che avevano ormai da qualche secolo eletto la Sicilia a loro patria. Ai Normanni seguirono gli Svevi e quindi gli Angioini e gli Spagnoli e gli Inglesi.
…
Ecco, se vi mettete in cammino lungo i sentieri del Cammino di San Giacomo vi imbatterete in tutto questo e scoprirete il respiro profondo della Sicilia in ogni borgo, in ogni città e scoprirete che la vita non finisce sulle coste ma pulsa ovunque, sin negli angoli più riposti dove si nasconde, custodita da quanti vi abitano, la storia passata ed anche quella presente e futura. Perché presente e futuro non potranno fare a meno del cielo azzurro e della notte stellata, del vento e della pioggia, delle valli profonde in cui scorrono fiumi e torrenti e ondeggiano i mari verdi di grano né dei monti dove pascolano greggi e vagano mandrie e svettano cime e prendono forma le pietre ed i boschi, a loro volta, le circondano come preziosi diademi e paesi e borghi, città e villaggi si susseguono come grani di un rosario che tiene unita storia e memoria, passato e presente.

Qui finalmente incontrerete il clima severo ed accogliente delle alture che si stacca dal caldo asfissiante delle coste e vi convincerete che si, da queste parti hanno abitato gli dei dell’Olimpo ed il Dio delle scritture declinato da Roma e Bisanzio e lo stesso Dio coranico ha lasciato le sue tracce.
Oriente ed Occidente si sono incrociati. Ed il nuovo mondo, intanto organizzatosi nel continente americano, ha ritrovato qui più di qualche solida radice.
…
Piazza Armerina ed il territorio circostante è tutto questo.
Ci senti l’ansimare dei primi uomini che qui si organizzarono in comunità e la sapienza dei Greci e la gloria dei Romani, la grandiosità di Bisanzio e la magnificenza della Sublime Porta, il sogno di Ruggero e la generosità dei Normanni, la grandezza di Federico e l’epopea di quanti si sono succeduti come conquistatori o visitatori, profughi o migranti da ogni parte del mondo che abitava il Mediterraneo.
E soprattutto scopri che la bellezza, come la storia e la cultura e la civiltà, non sono appannaggio delle grandi metropoli costiere ma abitano qui con sfaccettature intriganti di un’umanità altrove ormai sconosciuta, essendo stata rimossa dalla contemporanea civiltà.
Piazza Armerina è stata da sempre un luogo eletto.
Incrocio di strade e di genti, di commerci e di culture, di civiltà e di popoli in cammino anch’essi. Posta sulla cima di un poggio che domina incontrastato il territorio, essa ha unito in sé forza e bellezza.
Piazza d’armi con Roma e capitale del regno con Ruggero il Normanno che proprio qui fissò l’epicentro del suo potere, Piazza Armerina continua ad esercitare tutto intero il suo fascino ancora oggi, solo che si abbia la voglia di scoprirlo mettendosi alle spalle stereotipi e conformistiche visioni del viaggio e della stessa interpretazione della vita.
Il Cammino di San Giacomo attraversa il tempo con lo spazio, alla ricerca dei suoi misteri ed anche dei suoi miracoli.
…
Provenendo da Mirabella Imbaccari attraverso boschi, colli, valli, tratturi lungo i quali si alternano prati e pascoli, macchia e distese di grano ormai alto e lussureggiante, Piazza Armerina si annuncia, con la cattedrale che svetta con la cupola superba e la fabbrica imponente. Cattura lo sguardo e ti costringe a fermarti per guardarla , ammirarla, sentire che potresti amarla, prima ancora di intraprendere il cammino faticoso che ad essa ti condurrà dopo aver coperto la distanza che la separa, immersa in una natura maestosa e accogliente seppur faticosa, da Mirabella Imbaccari dopo aver lasciato San Michele Ganzaria.
…
Ci siamo giunti a pomeriggio ormai inoltrato a Piazza Armerina. Quasi sera. La distanza e la difficoltà di procedere sui tratturi fangosi ha reso faticoso il nostro andare e ritardato il nostro arrivo.
Alloggiamo nella grande camera comune di una casa vacanze che offre lo spettacolo del borgo e della cattedrale come meglio non si poteva.
Il proprietario ci accoglie orgoglioso e con un sorriso grande così. Con noi è arrivata una coppia americana ed egli come prima credenziale della sua ospitalità indica dalle vetrate del salone delle colazioni il miracolo di tutta quella bellezza.
Bisognerà smaltire in fretta la stanchezza accumulata tra Caltagirone, San Michele Ganzaria, Mirabella Imbaccari e anche quella che si è aggiunta da Mirabella ad Aidone e sin qui per recarsi in ordine, come si conviene per un appuntamento importante, pieni di meraviglia, al suo cospetto.
TERZA PARTE
Verso Valguarnera, Assoro, Nicosia.
La Sicilia che non ti aspetti e che ti sorprende
Valguarnera, nostra destinazione oltre Piazza Armerina , è un paesino sui monti Erei che ha un secondo nome. Caropepe. In arabo “il villaggio del mio amato”.
Valguarnera Caropepe, come il resto dell’intero territorio siciliano attraversato dal cammino di San Giacomo, e non solo ovviamente, reca i segni profondi della presenza araba sull’isola. Segni che evocano l’idea della bellezza, della grandezza e dell’intimo sentire delle genti.
Si tratta di caratteristiche che segnano tuttora le comunità che qui vivono.
Non è un dato folkloristico.
Qui é subito affetto, sia che entri in un bar a far colazione a prima mattina, sia che tu entri in una “putia” a chiedere un panino.

A Nissoria, sulla via che da Assoro, dopo aver lasciato Valguarnera Caropepe, ci condurrà a Nicosia, Mariella, la titolare subentrata alla mamma nella cinquantenaria gestione della “putia” il piccolo emporio dove trovi di tutto, proprio di tutto, anche quello che non penseresti di trovare, ci preparerà un panino speciale.
Sono stati alcuni paesani a cui ci siamo rivolti ad indicarci la “putia”di Mariella.
Non cercavamo un panino qualsiasi ma “lu pane cunzatu” ossia un pezzo di pane casereccio di farina di grano coltivato da queste parti, magari ancora caldo di forno, irrorato di profumato olio di casa e condito con origano, scaglie di pecorino, e qualche filetto di acciuga a profumarlo tutto oltre che ad insaporirlo come non mai.
Io, inconsapevole testimone di tanta bontà, osservo, con il resto dei Pellegrini e Camminatori, le abili mani di Mariella ed il suo volto attraversato da un’espressione di intensa felicità.
Intanto entrano alcune signore e, contagiate dalla novità di quei pellegrini con tanto di zaino sulle spalle, partecipano al rito con lo sguardo, i commenti, le domande e la simpatia. Tutti conoscono qui il cammino di San Giacomo e si sentono parte della fatica dei camminatori e protagonisti della loro beatitudine, ed è subito comunità.
Salvatore si improvvisa aiutante di Mariella e ad un suo cenno, avendo ella le mani impegnate, risponde al telefono che squilla sul bancone, per tenere a bada le richieste da remoto di amiche, sorelle, clienti che reagiscono gioviali ed incuriosite da quella voce maschile che le intrattiene a nome della titolare, prendendo i loro ordini e rassicurandole che va tutto bene… “sono un pellegrino” le tranquillizza “e Mariella è impegnata a fare “lu pane cunzato” ai miei compagni”. Dall’altro capo del cellulare si intuisce una risata liberatoria e piena di soddisfazione.
Valeria assume il compito di commessa.
Salvo e Ausilia sostano, curiosi e divertiti, fuori, sulla strada. La”Putia” è proprio piccola e non conterrebbe tutti.

Maurilio pendola tra l’impiantito di lava e l’uscio, a sbirciare.
Gaspare decanta la bontà del pane “cunzatu” cui tuttavia rinuncia per non appesantire ulteriormente il carico di carboidrati e Aldo racconta con abbondanza di particolari le peculiarità di quel pane…
“Caldo e appena sfornato é qualcosa di ineguagliabile ma anche così è buonissimo” mi dice.
Io faccio cenno di si. Conosco quel pane. Gli racconto di essere stato a Serra di Falco, nei dintorni di Caltanissetta il giorno del mio arrivo, con Salvatore e Gabriella, sua moglie, una signora gentile, amante anch’ella dei monti e del mare e dei cammini naturalmente. Mi condussero a Serra di Falco, salendo su per i Monti Erei, tra le terre Nissene e Sicane, dove volano i falchi e approdammo al forno di Cettina. Sara sua figlia e Sabrina che non lo é ma é come se lo fosse, ci fecero gustare dei piatti per me sconosciuti e sontuosi profumati al finocchietto selvatico e fragranti come può essere solo il grano di casa. E, a mio beneficio, ci prepararono, in sovrappiù, il pane caldo “cunzatu”. “Lo devi assaggiare” mi dissero all’unisono Sara e Sabrina mentre Salvatore e Gabriella mi incoraggiavano con lo sguardo.
…
Qui, se chiedi a qualcuno di darti una dritta, son pronti a raccontarti la storia del posto e suggerirti tutte le soluzioni per meglio raggiungere la tua meta.
E con la pioggia incessante, i torrenti ingrossati che irrompono dappertutto rivelando una ricchezza d’acqua che stride con lo stereotipo della Sicilia sitibonda, i tratturi trasformati in fiumare provvisorie, il fango che invade i bordi laterali degli stessi tratturi e rende problematici gli spostamenti, vi assicuro che ve n’è bisogno… eccome.
Abbiamo camminato per sei chilometri per raggiungere il punto giusto per guadare il fiume che ci avrebbe consentito di proseguire da Piazza Armerina in direzione di Valguarnera Caropepe e giuntivi abbiamo dovuto arrestarci prima che le sponde fangose ci ingoiassero come un esercito finito nelle sabbie mobili.
Salvatore si guarda intorno, consulta le tracce, discorre con Gaspare, fa qualche telefonata… cerca tra le sue memorie un punto possibile per guadare, poi scuote la testa, mentre il gruppo dei camminatori, come soldati fiduciosi, é in attesa, e torna sui suoi passi.
Significa invertire la marcia e rifare quei chilometri inutili, bellissimi tuttavia, per imboccare un nuovo tratturo più a monte che consenta di evitare il fiume, salendo, salendo e lasciandosi il serpentone limaccioso giù nella vallata. Non piove più per fortuna e questo aiuta.
C’è un pastore sul bordo del tratturo, in alto, ai margini del bosco che anticipa i grandi pascoli su per i declivi. Il gregge di candide pecore è dietro di lui. Intorno una muta di cani pronti ai suoi ordini. Badano al gregge ma non perdono di vista il padrone e quel gruppo di curiosi camminatori.

Il Pastore, un giovane uomo, inconsapevolmente elegante nella figura agile e slanciata, abbigliamento informale ma non trasandato, con un lungo bordone tra le mani ed un bel scalda collo a proteggerlo dal vento freddo, sembrava uscito dalla mente di Pan… forse era proprio il dio Pan manifestatosi a beneficio dei viandanti. O un suo messaggero.
Aveva provato a metterli in guardia mentre quelli avanzavano nel loro primo andare, poi avendoli visti tornare si fa avanti sul bordo del tratturo e scuote la testa.
Interloquisce con Salvatore, gli racconta la morfologia del terreno su cui ci muoviamo, zittisce i cani impazienti, solleva il suo bastone e punta l’aria. “Devi seguire il tuo occhio” dice come una sibilla o un dio travestito da pastore. “ Vedi il monte? E il casale lì in cima? Allunga il tuo sguardo e seguilo” poi regala, con dovizia di particolari, le indicazioni per imboccare il sentiero giusto.
“Lascia perdere le tracce disegnate dal gps” continua “ non servono sui monti, soprattutto quando piove ed il fango invade ogni sentiero. Affidati al tuo sguardo”.
Già, proprio come devi affidarti al tuo cuore, al tuo intuito, al tuo oscuro sentire, quando devi prendere una decisione difficile… É la sapienza cosiddetta esperienzale, quella che non si apprende sui libri ma per strada, tra la gente e anche a contatto della natura, ogni giorno da quando sei piccolo, nella fatica di vivere e di addomesticare lo spazio ed il tempo davanti ai tuoi passi, a beneficio delle tue decisioni.
…
Mentre il messaggero di Pan ci illumina e ci mostra l’orizzonte, sale in superficie nella mia memoria la figura di un’altra messaggera degli dei altrettanto generosa e impastata, anch’ella, di sapienza esperenziale.
Sonia ci era apparsa a Mirabella Imbaccari, provenienti da Caltagirone a pomeriggio inoltrato con la sera che ormai incombeva.
Eravamo inzaccherati di fango e fradici di pioggia.

Il ricordo delle scudisciate del vento ancora sul viso, i segni delle scivolate e cadute nel fango ovunque presenti, gli scarponi pesanti come piombo. Stanchi e tuttavia entusiasti…
Le immagini di una natura primigenia facevano ancora premio sulla fatica, la sorpresa di una Sicilia sconosciuta e bellissima fatta di monti e valli, borghi e paesi in altura, cattedrali e castelli in cima ai colli era una novità assoluta, soprattutto per me abituato all’idea di una Sicilia piatta, calda, al limite dell’afa del vicino deserto africano.
Il freddo intenso che mi costringeva a chiudermi nella giacca a vento tra i monti che, in alto, si disponevano da ogni parte come una corona intorno a noi, mi induceva ad alzare la fascia scalda collo sino al naso e ad indossare una pesante felpa con cappuccio al di sotto della giacca a vento.
Era un’avventura nuova per me, sicuramente faticosa anche per i miei compagni. Tutti anelavamo i nostri alloggi immaginandoli ben caldi allorché fummo sorpresi dalla inattesa, calorosa accoglienza di Sonia.
Era piena di compassione Sonia e ci accudì come fossimo la sua famiglia.
Pensai, anche allora, che gli dei antichi, magari Demetra, la cui presenza puoi avvertirla ovunque da queste parti, ci avessero inviata in soccorso la loro messaggera; o, forse, era stata la provvidenza divina ormai sostituitasi, o sovrappostasi, a quelli da tempo immemore.
Miracoli dei cammini e storie di Sicilia che si fondono e si confondono.
La mattina dopo, rifocillati e rimessi a nuovo con gli indumenti asciutti e puliti, scarponi compresi, avevo riconsegnato a Sonia gli abiti di suo figlio che mi aveva portato la sera prima per poter uscire, essendo i miei ancora bagnati ed in fase di asciugatura. Fra questi un caldo maglione di lana alla dolce vita, blu scuro, il colore da me preferito.
Avevo pregato la mia salvatrice di accettare una piccola somma per il disturbo.
Aveva acconsentito con evidente imbarazzo e solo per non contraddire la mia riconoscenza.
Prima di ripartire mi aveva restituito il maglione blu…”Lo tenga. A mio figlio non va più, é troppo piccolo per lui e a lei potrebbe essere utile. Qui fa freddo la sera” mi aveva quasi pregato, raccontandomi una scusa evidentemente piena di rispetto per me oltre che di dignità per sé.
Suo figlio è Francesco Danny Martines ed è un cantante che prova ad uscire dall’anonimato sostenuto dalla sua mamma che ci ha accolto come fossimo gente di casa.
“Signora” le avevo detto, più che chiederle, “ lei non è siciliana !?…” lei mi guarda e sorride riempiendo di dolcezza il suo viso ancor giovane avvolto da una chioma che mi pare andasse sul castano con venature color rame, poi mi dice con un accento ibrido a nobilitare un italiano troppo perfetto “si, certo che sono siciliana. Non lo é pure lei?” Ha ragione Sonia. Certo che lo sono. Qui tutti son siciliani. Da sempre. Stranieri inclusi.
…
Nei giorni successivi saremmo saliti e ridiscesi lungo i declivi dei Monti Erei, avremmo attraversato la valle che si distende tra di essi e saremmo risaliti per le impervie e ripide vie verso Assoro, Nissoria e Nicosia in direzione di Capizzi.
La figura del pastore ed il nome di Sonia, la loro lezione di sapienza e compassione mi avrebbe accompagnato con la dolcezza di un ricordo amico.
Nelle terre che stiamo attraversando le persone sono genuine e conoscono la compassione che è alla base di ogni umana, ancestrale, comprensione. Come le città ed i borghi che evocano grandezze inusitate e fama consolidata dal tempo.
Capizzi era nota a Cicerone ed Assoro é più antica di Roma, mi dicono i miei compagni.
Quella sera a Mirabella Imbaccari dormimmo bene, al caldo dei termosifoni e recuperammo per intero le energie necessarie a salire, salire ancora come nessun forestiero penserebbe possibile in Sicilia e il giorno dopo sulla strada di Valguarnera Caropepe il pastore ci aveva indirizzato per la giusta via.
Non so se Proserpina e Demetra ci stessero seguendo, se il dio Pan, San Giacomo o la Provvidenza ci stessero proteggendo, certo Sonia ed il Pastore erano circondati da un’aura amica addirittura di sapore divino.
Le donne danzanti e altri racconti della Sicilia che non immagini sui Monti Erei
É piena di monti la Sicilia.
Monti e valli si inseguono per tutto il suo territorio e questo è punteggiato qua e là da nude rocce protese come una processione di anime oranti verso il cielo, tanto il tempo le ha scavate. Sono le serre, come qui chiamano le escrescenze calcaree giunte direttamente dalle lontane ere geologiche allorquando gli oceani ricoprivano per intero il manto terrestre e lasciavano emergere solo piccoli atolli. Le punte dei Monti Erei dovevano essere sicuramente tra quelli.
Non hanno la maestosa altezza dell’Etna…I Monti Erei si arrampicano intorno ai mille, mille trecento, mille cinquecento metri, come d’altronde le altre catene montuose che ricoprono l’Isola e che raggiungono al massimo i duemila metri.
L’Etna le domina tutte dai suoi tremila metri di altezza che peraltro si innalzano di anno in anno.
Di pianura ve ne è poca in Sicilia, checché ne pensino turisti e viaggiatori che frequentano coste e metropoli affacciate sul mare.
Anche sul clima e le temperature bisogna fare i necessari distinguo.
La vulgata vuole che in Sicilia ci sia un caldo assai simile o almeno prossimo a quello delle belle contrade nordafricane.
E di certo è così sulla fascia direttamente a contatto con il Mediterraneo oltre che nelle aree ad essa addossate dove crescono generosi, fichi, mandorli e fichi d’india, la macchia é rigogliosa e maturano i frutti di una agricoltura ricca e benedetta.
É vero per la piana di Catania, l’unica pianura, quella che anticipa e annuncia “Iddu” il grande Vulcano o meglio “La Montagna”.
Ma se ti sposti all’interno devi essere cauto con l’abbigliamento.
Me lo aveva fatto presente Salvatore allorché mi preparavo a partire con un carico leggero per non appesantire lo zaino, considerato che avrei dovuto portare con me anche l’abbigliamento normale, quello che tutti i comuni cristiani usano quando incontrano i loro simili ed io ne dovevo incontrare di miei simili in occasione delle presentazioni del mio fresco romanzo di viaggio che avrei tenuto a Napoli e quindi a Caltanissetta stessa prima di partire per il cammino di San Giacomo.
“Tieni presente che a Caltanissetta siamo in altura e sui monti Erei dove andremo a camminare sulle tracce di San Giacomo oscilleremo intorno ai novecento/mille metri ed oltre” mi aveva messo in guardia.
La sera in cui giungemmo a Mirabella Imbaccari inzuppati di pioggia ed infangati, fui felice quando Sonia mi regalò il maglione di lana con il collo alla dolce vita del suo figliuolo.
Non me lo sarei tolto più fino a Capizzi.
É il miracolo Siciliano.
Puoi farti il bagno fuori stagione certo, magari a gennaio, ma se guardi in alto verso sua maestà l’Etna la vedrai imbiancata, ad immagazzinare neve e ghiaccio che poi lascerà fluire dalle sue pendici per tutta l’isola come acqua agognata.
E se guardi verso i monti anche lì troverai le cime imbiancate e se ti addentrerai, lasciandoti la costa e le metropoli alle spalle scoprirai l’altra faccia della Sicilia.
La Sicilia dei piccoli borghi, delle antiche capitali, dei castelli arabi e normanni, delle vecchie gallerie di ferrovie dismesse, della fatica improba e maledetta dei minatori che scavavano zolfo nelle miniere ma anche degli insediamenti preistorici degli Elimi, dei Sicani, dei Siculi e soprattutto la Sicilia in cui la natura mostra il suo volto splendente in primavera in coincidenza del ritorno di Proserpina sul lago di Pergusa, ed il suo aspetto secco e arido in estate, duro, addirittura arcigno in inverno, tiepido e dipinto di caldi colori in autunno.
Insomma una Sicilia che rivela per intero la sua dimensione e che non può essere imprigionata in uno stereotipo.
Inoltrandomi lungo il cammino di San Giacomo ho intravisto tutto questo e la mia idea di Sicilia, almeno sul versante naturalistico, climatico, orografico-altimetrico ed anche idrico é andata assumendo una netta e diversa fisionomia. Non è possibile che la Sicilia soffra la sete con tutte quelle catene di monti generose di fiumi e torrenti.
Anche sul fronte antropologico e culturale, le comunità che abbiamo incontrato mi han mostrato una ricchezza dal risvolto primigenio fatto di valori ancestrali decisamente consolatori in un mondo che a livello del mare, nelle concentrazioni metropolitane dominate dal consumismo sfrenato, sembra aver smarrito.
…
Eravamo usciti da piazza Armerina a prima mattina per affrontare la seconda parte del nostro cammino. Faceva freddo e pioveva.
Abbiamo attraversato Valguarnera Caropepe e ci siamo portati verso Assoro e Nicosia.

Da Valguarnera i Monti Erei si distendono fino a formare una lunga valle per poi risalire con pendenze nuovamente dure verso Assoro.
In lontananza si vedono i Nebrodi che sovrastano il territorio oltre Capizzi.
I boschi di eucalyptus lasciano di nuovo il posto ai pascoli ed alle grandi distese di terreni seminativi.
Una lunga processione di greggi interrompe il nostro cammino verso mezzogiorno.
In testa ancora un altro pastore a guidare l’interminabile corteo.
Ci invita a farci da parte, a fermarci ai margini del tratturo onde consentire alle pecore di procedere tranquille e senza spaventarsi.
“Non parlate ai cani” si raccomanda mentre quelli si dan da fare per tenere unita la lunga teoria delle candide creature che han con sé nidiate intere di agnelli ingenui e curiosi. Le pecore spronate dai cani corrono come se noi fossimo il pericolo incombente finché l’ultima di esse chiude la scia ed il tratturo torna libero davanti ai nostri piedi.
Greggi e pastori, sono una costante di questi monti. Le mandrie sono più rare e soprattutto composte da mucche sedentarie. Non vi sono le mucche podoliche dell’Appennino continentale che tra la Calabria, la Basilicata, il Sannio, l’Irpinia ed il Gargano percorrono chilometri e chilometri di sentieri da sole o con il resto della mandria in cerca dei migliori pascoli.
Di tanto in tanto qualche mucca alza la testa ruminante, indolente e poco interessata a noi, mentre un toro rizza le orecchie e inarca le narici a fiutare l’aria.
Poi i pascoli cedono il passo alle distese di grano ormai alto che ondeggia come fosse il mare, punteggiato di fiori di campo come fossero barche e incorniciato ai margini esterni da lunghe siepi di margherite, ginestre che cominciano a fiorire e qualche papavero e infiniti cespugli di senape selvatica.
Il vento piega dolcemente la superficie compatta del grano per lasciarlo rialzare allorquando esso esaurisce la sua spinta e tornare a farlo ondeggiare alla successiva folata.
La pioggia intanto non demorde e noi procediamo rubando immagini, immagazzinando visioni e sognando storie di gente al lavoro, di comunità aggrappate alla terra, di uomini e donne intenti a vivere, di dei e dee pietosi quanto, ahimè, impotenti, e ragazzi in cerca di fortuna visto che da queste parti, come in tutto il Meridione, ve ne é poca al tempo d’oggi.
Dall’unità d’Italia la gente non fa che andar via.
In America soprattutto. É piena di Elimi, Sicani, di Nesseni, di Siculi e in fondo in fondo di Siciliani l’America. Gli Stati Uniti d’America.
Non fu certo per caso che gli Americani scelsero la Sicilia per sbarcare in forze in Italia e risalire la penisola per ricacciare gli occupanti nazisti ed i loro alleati fascisti sempre più a Nord.
Salvatore mi racconta che gli Americani nel 1943 prepararono il loro sbarco puntando sui siciliani immigrati e sulla rete dei loro contatti in patria.
Fu fondamentale la partecipazione popolare al successo degli sbarchi anche se non mancarono le derive negative… molti di quanti si diedero da fare furono imposti dagli alleati come commissari comunali e prefettizi badando ai servizi resi piuttosto che alla integrità di chi li aveva resi e soprattutto alle aspettative della gente che si vide spesso ridotta ad uno stato di minorità o di dipendenza … la mafia trovò in quella fase storica più di qualche occasione per radicarsi e soprattutto ramificarsi. Ma questa è un’altra storia.
…
Davanti a noi si stende la lunga valle. É solcata da una strada ampia e assai trafficata. La attraversiamo e ne percorriamo un tratto per giungere alla stazione ferroviaria per le merci del fiume Ditaino lontano da centri abitati. Di lì riprenderemo a salire in direzione di Assoro.
Lungo l’arteria che collega Catania con Enna si susseguono stabilimenti industriali e centri logistici.
Lunghe code di Tir sono incolonnati per caricare o scaricare.
Li sopravanziamo.
C’è un mondo di umanità che si nasconde nelle cabine di quei mastodonti.
Caricheranno e forse partiranno per il continente.
Arriveranno a Messina ed entreranno nella pancia dei traghetti per discenderne a Villa San Giovanni e risalire la penisola…
Osservo quanti sono alla guida.
C’è chi compulsa un telefonino, chi si distrae con un cruciverba, chi reclina il capo sonnacchioso e chi guarda davanti a sé pensieroso. Quante storie in quegli sguardi…quante speranze, quante frustrazioni e quante domande in quelle attese.
Su tutto mi sorprende il pensiero dei ferry boat, come li chiama Stefano D’Arrigo nel suo Horcynus Orca, che ingoieranno come fuscelli quei giganteschi camion…
Per la verità erano le “femminote” che nel suo romanzo epocale chiamavano i traghetti ferry boat, perché così li avevano sentiti nominare dagli americani e dagli inglesi che li avevano requisiti per esigenze di guerra, come tutto il resto. Lì sopra ci mettevano i mezzi militari a cominciare dai carri armati e le donne, che facevano il contrabbando di sale da una costa all’altra, avevano il loro bel daffare per eludere la sorveglianza.
Conoscevano ogni anfratto dei ferry boat fin nella stiva dove ansimava la sala macchine con i motori caldi che sbuffavano senza mai fermarsi e gli operai in canottiera o a petto nudo pieni di fuliggine che sapevano di carbone e di benzina. Lì dentro esse si sentivano al sicuro. Confidavano nella complicità dei ferry boat che esse chiamavano con nomi sconosciuti come fossero loro amanti segreti e ad essi affidavano il successo della loro corsa su e giù per lo stretto, acquattate nei nascondigli più improbabili dove finalmente si lasciavano andare come in un sensuale amplesso in attesa di tornare a terra con il carico nascosto sotto le vesti per la sopravvivenza di quel che era rimasto delle loro famiglie.

Chissà se qualcuno di quei camionisti conosce questa storia… magari attendono il grande ponte per risalire la penisola più comodamente, un giorno, e chi se ne frega di Scilla e Cariddi, di Odisseo che ci rimise l’intera flotta e di ‘Ndria Cambria che per attraversare quel braccio di mare dovette affidarsi ad una femminota di nome Ciccina Circè, l’unica che era riuscita a salvare una “lancidda” senza farsela requisire dagli alleati.
É proprio vero la terra di Sicilia é piena di magie… autentiche stregonerie prendono forma ad ogni passo.
…
Prima di giungere a valle nei pressi della grande arteria che da una parte conduce ad Enna e dall’altra a Catania, ci siamo ritrovati tra i declivi del monte, oltre il bosco, su una radura popolata da grandi pietre antropomorfe.
Sono impressionanti e non ci vuol molta fantasia per riconoscervi sembianze umane. Sono disposte in cerchio. Uno più interno ed uno più defilato. Si direbbe che attendano di riprendere a danzare.
É straordinario questo luogo.
La notte di Valpurga di certo non sarebbe stata estranea qui.
Ed anche le danze delle Janare, le sacerdotesse di Iside trasformate in streghe in quel di Benevento a seguito del trionfo del culto cristiano che le aveva estromesse dai santuari pagani.
In terra messapica si raccontano storie che han per protagoniste le donne stulare che somigliano tanto alle Janare ed a queste pietre.
Nei tempi passati e fino a non molto tempo addietro, sul far della sera, in estate tra le campagne messapiche, stormi di uccelli notturni si alzavano in volo e strani gruppi di animali selvatici si mettevano in moto per raggiungere luoghi impervi ed isolati dominati da grandi carrubi. Qui planavano o si fermavano e, per magia, riprendevano le loro sembianze umane per danzare sino all’alba.
Maurilio mi racconta di una leggenda locale che vorrebbe prigioniere in quelle pietre della radura davanti a noi altrettante donne sorprese a danzare e per questo punite… anche le donne stulare rischiavano, se sorprese dopo l’alba, di restare per sempre prigioniere delle loro fattezze animalesche o di essere pietrificate e le Janare, dal canto loro, se scoperte, venivano condotte al rogo…È la storia dell’umanità che ha trasformato in miti e leggende i sogni segreti delle donne che, sopraffatte da violenze ed angherie di ogni tipo sin dentro le mura di casa, han cercato in ogni modo il loro riscatto e la loro liberazione. Un dramma che, ahimè, continua e che si ripete ancora in una società che, purtroppo non sa più immaginare, né inventare miti, ma non ha smesso di essere violenta. Ancor più violenta
….
Lungo la statale, dopo aver lasciato le donne pietrificate alle loro danze sempiterne, Valeria mi si affianca e mi racconta un’altra storia, vera questa volta.
Una storia di cugini fratelli, come a Sud si definiscono i figli di altrettanti fratelli dallo stesso cognome. Han vissuto vite contrapposte di onestà senza compromessi e di malaffare senza redenzione.
“Ero in gita con la scuola. A Taormina in un bar dove ci eravamo recate per ristorarci, un signore maturo seduto da solo ad un tavolino in disparte, osserva. Sente il mio cognome; a scuola ci si chiama così, quello inarca le sopracciglia. Il barista mi dice che vuole conoscermi, quel cognome lo conosce bene: è il suo. Mi accosto con un po’ di timore. Mi chiede di mio padre. Io mi spavento, quello sorride e mi rassicura. Sono suo cugino fratello, dice. Non ci vediamo da tanto tempo. Sono appena tornato da New York. Sono stanco e non voglio avere più niente a che fare con l’America. Voglio vivere nella mia isola e qui morire, facendo un po’ di bene e riappacificandomi anche con lui magari”. E comincia pagando il conto per tutti. Tornata a casa racconto a mio padre quanto successomi. Lui mi guarda con gli occhi che sono diventati strette fessure. “Scordati quell’uomo” mi fa duro, severo. Al mio perché mi risponde che non è più suo cugino da quando scelse di vivere mischiandosi ai mafiosi in America e mi fa il nome di Lucky Luciano. Per poco non svengo al pensiero che ero stata a un palmo da lui. Mio padre ha vissuto praticando il difficile sentiero dell’onestà ed anche quando ebbe bisogno per un improvviso, quanto opinato rovesciamento del corso della sua vita, non si è mai rivolto a suo cugino che sarebbe stato felicissimo di aiutarlo e nemmeno ad altri. Ha sempre e soltanto lavorato, onestamente fino a risalire la china con le sue braccia e la sua fatica”. E mentre pronunciava queste parole il volto di Valeria si illumina ed i suoi occhi si riempivano di orgoglio. “In quel momento ho sentito di amare come non mai mio padre che si era guardato bene dal rivelare a sua figlia quel segreto e mi sono sentita fiera e felice. La mia vita non è stata tutta rose e fiori ma l’ho vissuta come mio padre, secondo i valori che mi ha trasmesso e tanto mi basta.” E il cugino paterno?” Faccio. “Mai più visto né sentito” mi risponde. “Il barista di Taormina mi raccontò una volta di un signore che voleva costruire un grande albergo in cima al colle che domina la falesia ed il mare. Ci volevano molti soldi ma quello non li aveva. Gli suggerì di rivolgersi al vecchio signore che amava fermarsi tutto solo nel bar. Era timoroso e tuttavia si presentò con la sua richiesta. Lui gli tese la mano, egli gliela strinse. “Non ti farò nulla di male” gli disse “sono vecchio e voglio solo fare un po’ di bene a qualcuno e visto che tu sei l’unico a chiedermelo lo farò a te”.
L’albergo nacque e prosperò.
Il cugino del padre di Valeria rispettò l’impegno e non si fece mai vedere in quell’albergo né mai cercò il fortunato proprietario e nemmeno suo cugino.
La sicilia è terra di molte storie, alcune inventate, altre reali, alcune ormai passate altre ancora in pieno svolgimento. Son tutte espressioni di un estremo sentire passionale in cui buio e luce, giorno e notte, bene e male, odio e amore, onestà e malaffare, freddo e caldo si esprimono con toni da tragedia e rimanendo sempre indissolubilmente intrecciate.
Vi piaccia o no é anche questa la Sicilia profonda che, ahimè, contrasta con l’indifferenza, addirittura l’infingardaggine farisea che sembra aver pervaso fin nel midollo la sua classe politica.
QUARTA PARTE
Assoro.
La magia del cammino dove il Passato bussa al presente in attesa del futuro
Assoro, vanta una storia antica.
I Siculi furono i primi a darle forma e nel tempo il carattere forte e fedele dei suoi cittadini ebbe modo di manifestarsi più volte.
Città stato dotata di sue leggi e addirittura di suoi culti autonomi incentrati sul dio Chrisas, corse in aiuto di Siracusa quando questa venne attaccata dai Cartaginesi, divenne civitas romana e proprio contro il governatore di Roma i suoi cittadini fecero valere i loro diritti impedendo a costui di depredare i loro templi e meritandosi per questo l’appellativo di “viri fortes et fideles”.
Certo la gloria passata non si riflette nelle fortune contemporanee… il paese è ormai un piccolo centro. Come il resto dei paesi dell’entroterra disseminati tra le montagne e le valli. La sua popolazione diminuisce a vista d’occhio, i giovani soprattutto, ragazzi e ragazze, prendono la strada del continente, che non è l’Italia, o almeno non solo e talora non è nemmeno l’Europa, o almeno, anche in questo caso, non solo.
Stride dappertutto il contrasto tra la grandezza del passato e la decadenza del presente.
Lungo il Cammino, Caltagirone, San Michele Ganzaria, Mirabella Imbaccari, Aidone, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe, Assoro, Nissoria, Nicosia, Capizzi, si rincorrono segnando la gloria del tempo andato. Roma e Bisanzio, Normanni, Saraceni, Svevi, Angioini, le celebrarono come loro roccaforti e le riempirono di grandi opere per non parlare del tempo in cui Elimi, Sicani e Siculi le consacravano come loro patria ed i Greci le ricoprivano della loro sapienza e le proteggevano con la loro potenza.
Ancora oggi i segni della grandezza sono lì…un monumento al passato che bussa ai tempi presenti per inventare un futuro che non può essere prigioniero delle derive iper consumistiche che hanno cancellato l’antico senso del limite e della misura ereditate dalla civiltà del Mediterraneo per concentrare la vita ed il progresso lungo le coste e nelle metropoli e megalopoli abbandonando il resto del territorio ad un destino di desertificazione magari da trasformare in selve di pale eoliche ed in sterminate distese di specchi fotovoltaici, come mi è capitato di vedere ovunque nelle terre di mezzo del Mezzogiorno continentale. Bisognerà ripartire da lì invece, per rimettere in piedi un futuro che rischia di deragliare.
Assoro, come Nissoria e Nicosia e la stessa Capizzi, puoi raggiungerle attraverso le strade statali. Sono ad un tiro di schioppo dall’arteria Enna-Catania che attraversa la valle dei monti Erei. Oppure le puoi raggiungere a piedi seguendo i sentieri ed i tratturi del Cammino di San Giacomo.
Non ti imbatterai soltanto in una natura generosa e traboccante di bellezza, non ti incanterai soltanto ad ammirare i colli e le valli che scandiscono i Monti Erei e che intravedi più in là tra i Monti Nebrodi, non avrai solo l’occasione di farti sorprendere dall’Etna che oltre le nuvole compone un bouquet straordinario di bianchi pennacchi di fumo e gas, potrai altresì ripercorrere piano i passi, la vita, le fatiche, le speranze e le frustrazioni, le gioie della gente che qui ha vissuto e magari potrai immaginare un percorso di riscatto di quella gente per un futuro che parta proprio da qui. Perché no?
Ad Assoro, dicono le cronache, vi erano ottanta pozzi di zolfo.
La gente ogni mattina che dio mandava con la luce del sole o con la pioggia ed il freddo, il vento o la nebbia, era lì che si recava per scavare e portare su i massi e le pietre di zolfo. Per dare un senso alla propria esistenza e magari una speranza ai propri figli.
Più in là contadini e pastori facevano la loro parte.
…

Lasciataci in basso la valle con la grande arteria ricca di stabilimenti produttivi e centri logistici, con le lunghe file dei Tir in attesa, con la stazione ferroviaria anche quella in attesa, abbiamo ripreso a salire…salire… Assoro, Nissoria e Nicosia oltre alla stessa Capizzi sono in alto. Dobbiamo superare un dislivello di cinquecento-sei cento metri per raggiungere i novecento metri di Assoro e infine i mille di Capizzi.
Così abbiamo fatto il percorso dei minatori, per raggiungere Assoro, e quello dei contadini e delle lavandaie… si anche delle lavandaie che scendevano a valle ad intercettare le fonti e i fiumi.
I sentieri si inerpicano tra paesaggi di straordinaria suggestione. Qui vi erano i possedimenti di principi e baroni, quei possedimenti che Garibaldi aveva promesso di distribuire ai contadini, dimenticandosene, ahimè… ma in grande misura sta proprio in quelle dimenticanze la radice del sottosviluppo attuale. E bisognerà ripartire proprio da quelle dimenticanze, dalla loro rimozione, per restituire dignità e futuro a questi territori. E non si tratta di fare un favore a quanti ancora qui vivono. Il favore infatti va fatto a tutta intera la società ed, allargando lo sguardo, a tutta intera l’Umanità, che potrà uscire dalle secche in cui si è impantanata, restituendo ai territori, tutti i territori, compresi quelli delle terre di mezzo, delle valli e dei monti, la loro funzione e l’importanza che da sempre ad essi é stata riconosciuta.
Un sistema di produzione e consumo centrato sulle grandi aggregazioni urbane e costiere, come quello attuale, é destinato inesorabilmente a implodere. Se non altro perché mina alla base la dimensione comunitaria che è il cemento di una società. Basta guardarsi intorno, ovunque, per avere la riprova.
Ragiono tra me e me su questi temi mentre affrontiamo i tratturi che salgono…
Stiamo percorrendo in realtà il sedime di una vecchia ferrovia a scartamento ridotto che da Assoro scendeva verso Valguarnera e Leonforte ad intercettare il fiume Ditaino e la vecchia stazione merci lì costruita.
Non è rimasto nulla…
Non vi sono traversine e tanto meno binari.
Quel che è rimasto, con il tracciato ormai invaso dalla macchia ma comunque ancora visibile, sono le gallerie. Le gallerie, la stazione di Valguarnera ridotta ad un malinconico rudere e i viadotti che evidenziamo un tracciato di grande impatto, bello e suggestivo, oltre che di inusitato pregio ingegneristico ed architettonico.
In alcune gallerie abbiamo bisogno di accendere i fari fissati sulla fronte, come i minatori di una volta, per procedere, tanto son lunghe.
La meraviglia, lo stupore, l’ammirazione sono negli occhi di tutti noi.
Sono autentiche opere d’arte. La pietra è protagonista di questi straordinari manufatti mentre la tecnica é quella romana degli archi e delle volte.
Siamo passati nel nostro incedere verso la montagna sotto un moderno viadotto in cemento armato che sostiene la superstrada a scorrimento veloce. Erano evidenti i segni di ammaloramento con i ferri scoperti ed il cemento scrostato.
È inevitabile che si apra una appassionata discussione sulle antiche tecniche di costruzione e sulle moderne.
Salvatore e Gaspare, disquisiscono, con amaro sarcasmo e ironico divertimento, sulle tecniche romane che non conoscevano il cemento armato ma usavano un tipo di malta che rendeva la pietra ed i mattoni indistruttibili… tutti noi assistiamo alla disquisizione mentre Valeria registra simulando una master class come di dice adesso, lezione magistrale in italiano. Altro che il cemento armato contemporaneo.
La bellezza dei ponti e delle gallerie della dismessa ferrovia a scartamento ridotto che stiamo percorrendo rimanda al lascito della grande ingegneria romana, ma anche ai pregevoli interventi del passato recente. I manufatti risalgono a poco più di un secolo addietro.
La pietra brilla meravigliosamente nel suo colore giallo paglierino mentre l’impianto dei contrafforti e delle muraglie è perfetto.
Fu un cittadino di Assoro, ministro del regno d’Italia, Edoardo Pantano, ad aver voluto all’inizio del secolo ventesimo quella ferrovia.
Egli, che era stato un mazziniano fervente e che conosceva le fatiche della sua gente ma anche i tortuosi percorsi dello sviluppo, sostenne fermamente il progetto di quella ferrovia. Essa avrebbe portato al lavoro i minatori e le lavandaie e magari anche i braccianti. Non solo, la ferrovia avrebbe trasportato anche lo zolfo giù a valle in direzione del fiume Ditaino e dell’omonima stazione.
La fatica sarebbe scemata e la produttività aumentata e di conseguenza la ricchezza di tutti si sarebbe accresciuta. Era questa la ricetta dello sviluppo e del progresso: innovazione, trasporti, logistica e lavoro. Lo é anche oggi… chissà perché non funziona. É la speculazione da un lato, l’avidità di pochi che vogliono appropriarsi delle ricchezze di tutti e la cattiva politica dall’altro che creano il cortocircuito, mi dico. Ed il cortocircuito attuale si produsse anche un secolo fa allorquando la meravigliosa ferrovia a scartamento ridotto allora all’avanguardia venne dismessa piuttosto che adeguarla ai nuovi standard ed alle nuove esigenze.
…
Siamo giunti ad Assoro.
Ci siamo fermati in un bar a rifocillarci prima di raggiungere i nostri alloggi. Qualcuno beve della birra, qualche altro mangia un’arancina, tutti continuiamo la discussione sul destino dell’antica ferrovia. Il barista ascolta e fa cenno di si con la testa, quindi interviene e ci dice che proprio la sera prima il Consiglio comunale si è riunito per discutere su come valorizzarla.
É musica per le nostre orecchie… da quanto tempo non mi capitava di sentire che il Consiglio Comunale, in teoria la massima espressione di rappresentanza di una comunità, si riuniva per discutere sul proprio destino… perché il passato contiene il destino dell’umanità. Lunga vita alla ferrovia dismessa e lunga vita alle comunità che non rinunciano al loro futuro mi dico tra me non volendo eccedere con l’enfasi.
Finalmente ci avviamo verso i nostri alloggi. La stanchezza è tanta.

Sulla via che conduce verso il centro si apre una lunghissima e ripida scalinata. Reca dei nomi ad ogni gradino… la percorriamo e leggiamo. Sono i nomi delle donne uccise dai loro uomini…l’elenco dei femminicidi. La scalinata reca dei gradini vuoti tanto é lunga e ci auguriamo che possano restare tali per sempre. Speranza vana, ahimè. Troppa, e troppo frequente, è ancora la violenza sulle donne.
E tuttavia c’è speranza per il futuro dell’umanità se in un paesino ricco di storia ma costretto a districarsi nelle sabbie mobili del sottosviluppo imposto dal mondo presente, la gente vuole riappropriarsi del suo passato e si schiera con le vittime di una società violenta che ha perso il senso del limite e della misura.
Si, c’è speranza, se un cammino come quello di San Giacomo in Sicilia accende più di un faro sui territori che attraversa.
Da Assoro a Nicosia
in cerca dell’antico splendore
Siamo arrivati a Nicosia praticamente all’imbrunire.
Otto ore, anzi nove, di marcia con partenza alle sette di mattina.
Questa era la tappa più lunga: trentadue chilometri che in realtà sono diventati trentaquattro/trentacinque per via del tragitto cittadino necessario a raggiungere i nostri alloggi e che si snodava, anche questo in salita, per gran parte del borgo e sino alla piazza.
É stata dura.
A causa delle piogge invernali e quelle primaverili che erano continuate a cadere abbondanti anche negli ultimi giorni, abbiamo dovuto abbandonare i sentieri ed i tratturi dopo dieci chilometri di cammino.
Il fiume Salso correva in fondo alla valle davanti a noi con il fragore di uno squadrone di cavalleria. Galoppava gonfio tra gli argini.
Impossibile guatarlo.
La decisione di abbandonare il percorso tra boschi, pascoli, distese di grano, su per le pendici dei monti che ci avrebbero condotto a Nicosia era obbligata. Ed obbligata a quel punto era anche la scelta di aggirare il fiume e il monte prendendo per la piccola carreggiata statale che ci avrebbe portato in cima alla nobile città di Nicosia. Ventidue chilometri di asfalto ci attendevano. Ma il nostro spirito era particolarmente euforico e andava bene anche così. Non pioveva e questa era un’ottima notizia, inoltre dopo i primi sei chilometri eravamo giunti a Nissoria, il piccolo paese che ci aveva catapultato nello spazio primordiale della “putia” di Mariella che aveva preparato per tutti noi il pane “Cunzato”. E questo aveva ulteriormente esaltato il nostro buon umore.
La salita era dolce, senza strappi.
Lasciato Assoro, bisognava risalire sul colle in cima al quale ci attendeva Nicosia.
Il dislivello calcolabile in alcune centinaia di metri si diluiva nel lungo tragitto senza particolari asperità. Era l’asfalto il nostro nemico.
Il nemico di tutti i camminatori.
I piedi erano costretti a frizionare sul bitume surriscaldandosi per ore ed ore.
Le piante subivano una pressione che con il passare dei chilometri diventava sempre più fastidiosa, lacerante. Il rischio di bolle e vesciche era alto. Io sentivo la pelle sfregarsi sul plantare. Il sangue pulsava. Bisognava fermarsi a prendere fiato e far respirare i piedi. Avevamo programmato una sosta ogni quattro-cinque chilometri, ma, paradossalmente, la sosta era diventata per me un cruccio, seppur necessario per rifiatare. I piedi nascondevano una sofferenza che cresceva chilometro dopo chilometro e riprendere a camminare era davvero faticoso.
Bisognava lasciare il tempo alle articolazioni di ritrovare ritmo ed elasticità e questo avveniva man mano che esse si scaldavano.

Fortunatamente per una volta ero stato previdente e la sera prima avevo acquistato nella farmacia di Assoro dei cerotti per proteggere le piante dei piedi ed attutire l’impatto degli stessi sull’asfalto. Il massaggio serale con l’olio d’iperico, mio autentico toccasana sin dai tempi della solitaria traversata agostana della Via Micaelica tra i monti Dauni, il Tavoliere delle Puglie ed il Gargano, aveva fatto il resto.
Aldo stava soffrendo più di tutti. Nemmeno il pensiero del nipotino che sempre lo accompagnava poteva aiutarlo ormai.
Non era apparso al cento per cento sin dal mattino. Il suo stomaco è le sue viscere avevano preso a fare le bizze e moltiplicavano la sofferenza.
Giunti sull’asfalto aveva dovuto arrendersi e gettare la spugna, proprio come su un ring.
Salvatore era rimasto con lui, mentre gli altri avanzavano, per cercare un passaggio che fortunatamente arrivò presto liberandolo da uno sforzo ormai non sostenibile.
Così, l’abitato di Nicosia allorquando ci apparve all’orizzonte dopo l’ultima curva, fu davvero il benvenuto.
Era bella Nicosia e noi ci fermammo per ammirarla prima dell’ultimo balzo.
Era distesa sul fianco del monte che l’abbracciava da una parte e dall’altra. Dava l’idea di essere divisa in due borghi perché al centro essa si assottigliava scendendo a formare una specie di sella per svilupparsi armoniosamente nelle due direzioni opposte.
La mole compatta e leggiadra di molte chiese la dominavano mentre in cima al colle faceva capolino il castello.
“Benvenuti a Nicosia città dei ventiquattro baroni” recitava il cartello d’ingresso.
Era stata città autonoma demaniale con Palermo, Catania e Messina, Nicosia nei tempi andati.
Fondata da Bisanzio al tempo del suo massimo splendore, nei secoli immediatamente successivi alla caduta di Roma, si era affermata come città greco-bizantina, un enclave ortodosso dell’impero di Bisanzio in Sicilia, poi giunsero i Normanni di Ruggero a presidiarla contro le incursioni dei Saraceni. E i greco bizantini convissero con i longobardo-normanni giunti da nord e le due componenti si rinchiusero nei rispettivi quartieri divisi da quella specie di sella che mi aveva colpito mentre la osservavo da lontano.
Ciascuno si eresse i suoi templi e tutti gareggiarono per rendere grande la loro città.
Oltre ottanta chiese e numerosi conventi la popolavano mentre i palazzi nobiliari in numero di ben duecentocinquanta si allineavano lungo le antiche vie.

Il duomo romanico con influssi normanno-gotici e la chiesa di San Nicola di chiara ispirazione bizantina sono entrambe davvero un colpo d’occhio incantevole.
Ammiro l’uno e l’altra mentre mi trascino, letteralmente, lungo le stradine del borgo che si inerpicano fino a raggiungere la piazza.
Mi fermo a guardarla anche se ha preso a piovere ancora una volta.
Ma è talmente suggestiva da incantarmi.
Il corpo del duomo si incunea nella piazza con le pareti posteriori, possenti e senza fronzoli, di sapore romanico, esattamente come dev’essere un’architettura romanica. La facciata laterale domina la via che la costeggia ed al termine di essa si innalza la torre campanaria, massiccia, a base quadrata, tre piani armoniosamente disposti a proteggere il loggiato che annuncia la facciata principale dominata da un portale ibrido dove il linguaggio romanico si fonde con quello normanno ed entrambi sono arricchiti da fregi, altorilievi, statue aggettanti di straordinaria raffinatezza. É davvero un inno alla bellezza quel duomo e quella piazza.
La circondano palazzi altrettanto leggiadri. É davvero preziosa e nobile Nicosia. L’eco orientale e il carattere normanno sono ancora evidenti e lungi dal creare dissonanza la rendono ancor più leggiadra ed attraente…
Finalmente mi decido a salire in camera.
Salvatore e Gaspare sono già in stanza a ritemprare le forze. Io ritrovo Aldo che ha ormai recuperato per intero le sue energie. Mi lascio andare sul letto. Sono esausto ed i miei piedi chiedono pietà.
Li libero dagli scarponi e dalle calze. La pelle fortunatamente è integra.
Non si é lacerata.
I cerotti e l’olio d’iperico han funzionato ma ho bisogno di farli riposare.

Salvatore, Aldo e Gaspare escono.
Si incontreranno con Salvo e Ausilia, Maurilio e Valeria che alloggiano in una struttura vicina.
Andranno in duomo per far timbrare le credenziali. Io li raggiungerò tra un po’.
Una gran doccia calda é quel che ci vuole e poi un lungo massaggio con l’olio al fiore d’iperico a ristorare e restaurare i miei piedi. Giusto il tempo per lasciar decantare ancora un po’ la fatica e la sofferenza dei piedi ed esco anch’io.
Il fascino di questa piazza, del duomo, del campanile, dei palazzi tutto intorno mi cattura di nuovo. Tanto da non accorgermi che i miei compagni mi stanno chiamando.
…E tuttavia c’è qualcosa che mi disturba in tanta bellezza. Finalmente metto a fuoco il motivo del disagio.
La piazza, il duomo, il Campanile, i nobili palazzi sono assediati, violentati dalle auto.
Parcheggiate o in circolazione, ovunque.
É assurdo non proteggere tanta grazia, giunta dalla storia antica, confido a Salvatore che mi ha raggiunto per portarmi nel bar, anche questo bellissimo e ricavato in un palazzo storico dove attendiamo gli altri per recarci a cena prima di ritirarci e attendere che la notte restituisca forza ed energia al nostro corpo per l’ultima tappa quella che ci porterà a Capizzi dove ritroveremo l’apostolo San Giacomo.
E mentre mi addormento torno con la mente a Caltagirone… anche lì mi rattristò lo stridore tra la sublime bellezza giunta dal passato e l’indifferenza contemporanea che impedisce di coglierne il miracolo. Mi rammarico per non aver potuto raccontare questa mia tristezza a Giampiero il signore che avevo incontrato sulla scalinata del palazzo della Senatoria e che mi aveva colpito per il suo entusiastico amore per Caltagirone.
L’indifferenza e la violenza verso il passato sono le stigmate del nostro presente mi dico mentre finalmente mi addormento.
IL FINALE
L’arrivo a Capizzi, l’incontro con l’apostolo Giacomo e la scoperta della compassione.
“Iddu”, sua maestà la “Montagna”, fuori dalla Sicilia più nota come l’Etna, si mostra tra le nuvole mentre saliamo verso Capizzi.
Salvatore deve mostrarmelo con insistenza alzando il braccio oltre la linea dell’orizzonte per correggere il mio sguardo che cerca tra le cime dei Nebrodi e degli Erei senza intercettarlo. Una cortina di nubi spesse chiudeva il cielo intorno rendendolo uniforme… “In alto”quasi mi urla il capo spedizione per costringermi a correggere il tiro, “devi cercarlo in alto, Iddu è a tremila metri” e finalmente lo scopro.
É una visione sorprendente.
Sorprendente ed inattesa.
Sconosciuta.
Mi fermo e per un attimo smetto di respirare.
Gli Erei, i Nebrodi, ogni cima sopra i mille metri é interamente avvolta dalle nuvole. Solo l’Etna svetta nitida e maestosa, superba un paio di chilometri più su mentre i suoi fianchi sono, quelli pure, nascosti dalle nuvole.
Dal cratere si innalzano, come un bouquet di bianca bambagia, tre…quattro…cinque, addirittura, grossi pennacchi di fumo e gas che invadono densi, alti, minacciosi e rassicuranti nello stesso tempo, il cielo che si mostra finalmente sereno a quell’altezza.
Sono pieno di stupore davanti a tanto spettacolo, inusuale per me che appartengo alla pianura.
Un sentimento di profondo timore reverenziale mi pervade.
Di sicuro scenderà anche qualche rivolo di lava infuocata… peccato non riuscire a vederla , mi sorprendo a pensare.
Quando sono arrivato da Napoli, or é ormai più di una settimana, nel mio viaggio in pullman da Catania verso Caltanissetta per incontrare Salvatore ed unirmi al gruppo dei Pellegrini-camminatori, l’Etna mi ha tenuto compagnia per tutto il tempo ed io sono rimasto inchiodato al finestrino sino a che non é arrivato il buio.
Si stagliava contro il cielo trasparente e si innalzava bianca in cima, in tutta la sua stupefacente maestà ma senza pennacchi di sorta, allora, sulla piana catanese. Ora invece mi si presenta in una visione surreale, onirica, piena di poesia. Si vede solo la vetta oltre le nuvole che, dal canto loro, ingoiano il resto tutto intorno.
…
La vetta dell’Etna e gli alti pennacchi di fumo ci hanno seguito a lungo sino a che una coltre spessa di nebbia non ha chiuso l’orizzonte mentre noi scendevamo a valle allontanandoci da Nicosia.
Con Nicosia ci siamo lasciati alle spalle anche i monti Erei.
Stiamo salendo lungo le pendici dei Nebrodi in direzione di Capizzi che si trova a oltre mille cento metri di altitudine.
Si tratta del tetto del nostro cammino.
Fa freddo.
Non piove ma il cielo si è nuovamente chiuso, plumbeo sopra di noi.
Qualcuno ha rimesso la sacca impermeabile intorno allo zaino… io procedo senza. Mi piace andare incontro al fresco ed alla possibile pioggia con un pizzico di temerarietà. D’altronde che vita sarebbe senza qualche fremito…
I piedi intanto rispondono bene. Ne ho saggiato la resistenza stressandoli per qualche attimo contro il terreno. L’olio al fiore d’iperico e la notte han fatto il loro dovere o, se più vi piace, il miracolo. Ancora una volta.
Questa notte ho dormito profondamente, come il principe di Condé prima della battaglia.
D’altronde con i piedi malconci, nove ore di marcia, trentacinque chilometri di cammino, venticinque dei quali sull’asfalto, non puoi sottrarti alla stanchezza. Solo il fascino del duomo di Nicosia mi ha spinto in strada ieri sera… poi il sonno ristoratore ha preso il sopravvento.
Eravamo tutti tranquilli e rilassati alla partenza. Quella era l’ultima tappa e rispetto alla penultima era assai più breve. Non superava i venti chilometri. Una passeggiata, insomma.
Il cartello segnaletico della tappa all’uscita di Nicosia la classificava addirittura come facile.
Di sicuro niente asfalto, solo tratturi e sentieri tra boschi di eucalyptus, querce e pini, pascoli, prati e campi di grano tra greggi, mandrie e superbi cavalli in libertà.
Nella macchia che costeggiava i tratturi, cespugli di ginestre cominciavano a fiorire al di sopra delle debordanti margherite, dei radi papaveri e dei bellissimi cardi mariano i cui fiori fucsia contrastavano meravigliosamente, insieme alle infiorescenze della “mula” o erba medica, il giallo ovunque dominante.
Era davvero uno spettacolo quella mattina la natura e noi avanzavamo grati e felici.
Anche il fiume fu generoso con noi una volta giunti in fondo alla valle.
Un terrapieno di cemento lo sovrastava con dei grandi fori che ne incanalavano l’acqua lasciandola quindi precipitare creando una sequenza di cascate assai suggestive tutto intorno.
Nonostante fosse ingrossato al punto da sopravanzare il terrapieno, potemmo attraversarlo agevolmente e passare sull’altra sponda da dove avremmo iniziato a salire attaccando le prime pendici dei Nebrodi lungo il monte che ci avrebbe condotto in compagnia dell’Etna verso Capizzi.
In fondo alla valle un interminabile nastro bianco sinuoso come un lungo serpente segnava il percorso.
I piedi resistevano e la certezza di aver domato ogni asperità del terreno avendo addomesticato ogni sforzo ed ansia faceva premio sulla fatica dell’ultima tappa che in verità si andava rivelando assai ostica e per nulla facile.
La salita era lunga e la pendenza ripida… per molti tratti si impennava in maniera forsennata. Insomma c’era da soffrire sino alla fine.
Ma l’Etna ci confortava con i suoi bianchi pennacchi in lontananza, visibili o meno, e gli scenari naturali che si dipanavano intorno a noi non erano da meno. D’altronde era l’ultima tappa.
Capizzi ci appare infine sullo sfondo, sonnacchiosa e deserta.
È domenica e la gente probabilmente si attarda nel rito del pranzo di famiglia, godendosi il tepore di casa in questa primavera che sa ancora di inverno.
Alla fine è ripreso a piovere.
All’ingresso del paese vi è una stazione di servizio e dietro questa un’abitazione.
Gaspare che ha fatto l’andatura insieme a Maurilio punta dritto in quella direzione.
Anche Salvatore e Salvo e Aldo, tornato a camminare regolarmente, Ausilia e Valeria, tutti insomma si dirigono lì.
É il punto di ristoro finale, mi spiegano.
Qui ci si rifocilla, prima di salire al santuario, presentarsi al cospetto dell’apostolo San Giacomo e ricevere dalle mani del rettore nonché custode delle reliquie dell’apostolo il testimonium e per quanti lo vogliano l’indulgenza plenaria per i propri peccati in attesa della grazia di Dio.
Linguaggio ostico da comprendere per me e tuttavia pieno di fascino comunitario… la salvezza degli uomini, almeno la speranza di un pò di pace se non proprio di felicità, é legata alla loro capacità di dar vita alla social catena diceva Leopardi che, tradotto, significa riconoscersi nella dimensione comunitaria che apre le porte alla compassione reciproca.
Un insegnamento laico, prima che religioso, ormai dismesso, cancellato da un mondo sempre più violento che non riconosce nell’umanità i suoi simili ma solo nemici da combattere e abbattere. Restano i puri di cuore e tra essi i camminatori, i viandanti, i pellegrini a conservare il pensiero della compassione e solidarietà…
Alla fine delle guerre, di tutte le guerre e le sopraffazioni bisognerà ricominciare da lì.
Che dio conservi i puri di cuore allora e che per essi risparmi Sodoma e Gomorra come non fece con Abramo che , ahimè, non fu in grado di trovare un solo giusto per scongiurare l’ira divina.
…
É bello sentirsi aspettati.
C’è una giovane donna, Annalisa, nella casa dietro la stazione di servizio.
É vestita di nero, come ancora si usa dove resiste la dimensione primordiale e, ci dice con una punta di emozione, continua l’opera iniziata dalla madre che se n’è appena andata, Dio l’abbia in gloria.
Ci accoglie con un sorriso e con un bicchiere d’acqua fresca, una bevanda, un succo di frutta , una spremuta d’arancia ed una conchiglia fragrante di pasta di mandorla che reca disegnata sull’involucro di glassa bianca la spada rossa dell’Apostolo, San Giacomo per Capizzi, Santiago per Compostela.
Il nostro cammino termina qui.
Non resta che salire al santuario e presentarci al cospetto dell’Apostolo assiso in un trono dorato splendente di luce come si addice a chi ha vinto la sua battaglia.
Lo faremo dopo una sosta rigenerante da “Antichi Sapori” dove ci hanno raggiunto Diego e Libero che ci riporteranno a Caltanissetta ed a San Cataldo da dove sono arrivati alcuni di noi. Per quanto mi riguarda, domani, guadagnerò la Messapia dove é ancorata la casa dei miei ritorni .
Deporremo zaino e scarponi e torneremo nel mondo in attesa di un nuovo cammino e di una fiammata di pace e buon senso anche. Magari.
I nostri zaini lanciati all’unisono in aria sul sagrato del santuario di San Giacomo sono una promessa. Per me vale doppio. A Santiago non mi fu concesso il lancio liberatorio…


Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Già Direttore Generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, ha organizzato, in tale veste, dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, con il concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso. Ha ricoperto in passato diversi incarichi dirigenziali nel sistema confindustriale. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni” Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi. Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio su cui è stato da ultimo pubblicato il Racconto “Faust? Lo salveranno le studentesse di Fes e il mondo lo raddrizzeranno gli Africani” legato all’esperienza maturata in Marocco nel giugno 2023.