Intervista a Monica Florio – “Il mondo del vicolo. Identità e rappresentazione”

Con il suo nuovo saggio Il mondo del vicolo. Identità e rappresentazione, edito da Guida, Monica Florio torna a indagare uno degli scenari più simbolici e complessi della cultura napoletana. Inserito nella collana “Lente d’ingrandimento” e arricchito dalle fotografie di Giuseppe Noviello e dalla prefazione di Sergio Zazzera, il volume propone un vero e proprio viaggio nell’immaginario dei vicoli: microcosmi urbani in cui si intrecciano storia, ritualità quotidiane, mestieri scomparsi, dinamiche familiari e tensioni sociali che raccontano Napoli molto più di qualunque itinerario turistico. Giornalista, pubblicista ed editor, studiosa delle figure popolari partenopee, Florio prosegue un percorso di ricerca inaugurato con Il guappo – nella storia, nell’arte, nel costume (2004) e poi con Storie di guappi e femminielli (2020). Forte di una lunga esperienza nell’analisi dei codici culturali della città, l’autrice restituisce ora una lettura ampia e stratificata del vicolo come luogo di identità e trasformazione, un ambiente che ha saputo autogestirsi per secoli attraverso un’economia di sussistenza e che oggi, sospinto dal boom turistico, rinasce come spazio di memoria e orgoglio 1)

Nel suo nuovo saggio il vicolo emerge come un microcosmo epistemico, nonché come un dispositivo narrativo attraverso cui Napoli elabora e rinnova la propria identità. Quali elementi concreti lo rendono ancora oggi un luogo capace di produrre appartenenza, nonostante la pressione omologante della modernità?

Il segno dell’appartenenza al vicolo è dato da quell’intimità che si instaura tra la gente ed è prodotta dalla condivisione di spazi come la strada e dalla vicinanza di finestre e balconi da cui ci si affaccia per chiacchierare.  Questo clima di familiarità influenza lo stesso linguaggio che riflette il rapporto diretto esistente tra gli abitanti attraverso appellativi come ‘o nonno, ‘o zio, ‘o frato.  Solo nei quartieri popolari esiste tuttora la consuetudine di indicare le persone con dei soprannomi e i defunti negli avvisi mortuari con dei nomignoli – attribuiti in base alla professione e a caratteristiche fisiche o comportamentali – che compaiono accanto alle generalità dello scomparso e definiscono il modo in cui quest’ultimo era percepito dalla gente del posto.

Dalle condizioni economiche precarie scaturisce la solidarietà esistente tra gli abitanti delle zone popolari, uniti dal rispetto delle tradizioni e dalla parlata napoletana, che rappresentano gli elementi basilari di quell’eredità culturale custodita dai vicoli e trasmessa alle nuove generazioni.

Nel suo impianto narrativo, Lei ricostruisce la lunga parabola storica del vicolo: quali sono, a suo avviso, le trasformazioni più significative che ne hanno ridefinito forma, funzioni e immaginario collettivo nel corso del tempo?

Nell’immaginario collettivo il vicolo appare come la voce della libertà e il luogo dell’accoglienza. Le emozioni sono manifestate in modo autentico e non ci si scandalizza più di tanto perché non c’è l’ossessione per la rispettabilità tipica delle zone borghesi.   Significativo è stato il passaggio dal contrabbando di sigarette alla vendita di stupefacenti che ha accentuato il potere della camorra nell’economia illegale e la debolezza sociale del vicolo perché i giovani dei quartieri popolari, attratti dalla prospettiva di un guadagno facile, sono confluiti nei clan camorristici. È stato in seguito al terremoto dell’Ottanta che il vicolo ha mutato fisionomia e tessuto sociale: l’immagine della vecchina che, infagottata nello scialle, osserva al balcone la gente in strada, è solo un ricordo sbiadito in quanto oggi sono i nuovi residenti, spesso extracomunitari, ad affacciarsi. Il rilancio del turismo ha determinato nei vicoli una migliore qualità di vita perché i bassi, prima umidi e sporchi, sono stati ristrutturati. Il fenomeno su scala nazionale della “gentrificazione” ha alterato l’immagine dei vicoli del Rione Sanità e nei Quartieri Spagnoli in quanto queste aree urbane sono state sfruttate in chiave turistica, con il conseguente proliferare dei b&b e il potenziamento del settore della ristorazione a scapito delle tradizionali attività artigianali. 

Il vicolo ha una sua grammatica: spazi stretti, relazioni ravvicinate, rituali condivisi. In che modo questa “micro-geografia” influisce sulla costruzione dell’identità individuale e collettiva?

Gli spazi ristretti creano una vicinanza tra gli abitanti da cui può scaturire un clima confidenziale se è il singolo a gradirlo. Infatti, il senso di appartenenza è sentito soprattutto da chi, privo di una rete di sostegno, trova nel vicolo una sorta di “famiglia estesa” in grado di fornire calore umano e sicurezza. L’empatia da parte della gente del vicolo comporta, però, una parziale rinuncia alla riservatezza perché le vicende personali sono patrimonio di tutti più per partecipazione che per una sorta di inclinazione al pettegolezzo. L’assenza di privacy era, ovviamente, maggiore in passato, quando ogni attività, eccetto il dormire, si svolgeva all’aperto. La condivisione di momenti della propria esistenza garantisce una vicinanza che libera l’individuo dal peso di affrontare da solo il dolore, come avviene nel caso di un lutto che, inteso come un fatto privato nel mondo borghese, diviene una questione collettiva nel vicolo.     

Il vicolo sembra configurarsi come uno spazio liminale, in bilico tra marginalità e centralità. Ritiene che questa condizione di soglia sia ancora una chiave interpretativa utile per leggere le dinamiche sociali contemporanee o sia diventata solo un residuo simbolico?

Tale condizione di liminalità rappresenta, a mio avviso, solo un residuo simbolico perché il vicolo ha smarrito nel tempo la sua identità in quanto è cambiato il tessuto sociale che lo caratterizzava in precedenza. In seguito al terremoto dell’Ottanta, con l’abbandono dei palazzi fatiscenti da parte dei vecchi residenti, i bassi sono stati occupati dagli extracomunitari, estranei culturalmente e linguisticamente al mondo del vicolo, sebbene nei Quartieri Spagnoli vi sia allo stato attuale una convivenza pacifica tra autoctoni e immigrati.  

Nel suo lavoro emerge con forza la figura della donna come perno simbolico e operativo della comunità del vicolo. Quali dimensioni di questa centralità ritiene siano state maggiormente oscurate o semplificate dalla storiografia ufficiale?

Credo che sia stato trascurato il coraggio delle tante donne dei quartieri popolari, il loro eroismo quotidiano e la capacità di sopportazione messa duramente alla prova dalla povertà. Tuttavia, la saggistica più recente ha in parte colmato questa lacuna. Nel bel libro sui Quartieri Spagnoli di Pietro Treccagnoli è citata l’intrepida Filomena ‘a buttigliera, figlia di un venditore di bottiglie e, a sua volta, commerciante di fiaschi, una delle tante a cui si deve la sopravvivenza delle famiglie nel periodo di guerra.    Nella storiografia ufficiale si è dato spazio prevalentemente alle donne che, emulando i comportamenti maschili, si sono affermate uniformandosi alla legge della violenza come la “Sangiovannara”, ovvero Marianna De Crescenzo, la cugina del malavitoso “Tore ‘e Crescienzo”. Sono finite nell’ombra, invece, le donne comuni che hanno spesso sacrificato le loro esigenze all’uomo, rivestendo un ruolo centrale solo in ambito familiare.  

Le figure marginali – guappi, femminielli, artigiani, ambulanti – ricorrono come simboli narrativi della città. In che modo la loro rappresentazione contribuisce oggi a definire l’immaginario di Napoli?

Sono figure evocative che richiamano le atmosfere del vicolo e, sebbene marginali, hanno costituito un punto di riferimento per un mondo di estrazione popolare. Ancora oggi, guappi e femminielli incarnano il bisogno di libertà connaturato nell’animo partenopeo, a dispetto della mentalità tradizionalista, rispettosa dei rapporti di potere e dei ruoli sociali. Questi personaggi rappresentano la Napoli antica, accogliente e benevola, in cui ogni aspetto della realtà del vicolo, dal commercio basato sulla “vendita a credito” ai giochi come il lotto e la riffa, si saldava a un discorso di tipo assistenziale che si traduceva in un aiuto concreto alle famiglie in difficoltà e agli orfani. Gli ambulanti e gli artigiani rimandano, nel loro attivismo, a quell’arte di arrangiarsi che, stimolando la creatività, era alla base degli antichi mestieri, scomparsi con l’avvento della tecnologia negli anni Settanta.

Nei suoi studi emerge la tensione costante tra mito e realtà: come si può raccontare il vicolo evitando la retorica pittoresca senza però smarrirne la forza evocativa?

Non è facile trasmettere il fascino del mondo del vicolo senza scivolare nella sterile nostalgia del passato o ricadere nell’aneddoto. In “San Gennaro non dice mai no” di Giuseppe Marotta mi ha colpito per la sua modernità la vicenda singolare della trentenne del rione San Ferdinando e del lungo sfregio sulla guancia che le cambiò la vita. E sebbene quest’usanza barbara fosse radicata in un’epoca in cui lo sfregio era mostrato con orgoglio da chi lo aveva subito in quanto prova della bellezza perduta, il racconto sottolinea il desiderio di attirare con ogni mezzo l’attenzione su di sé, un bisogno oggi particolarmente sentito che induce la protagonista a tagliarsi il viso con un coltellino per uscire dall’anonimato. Nel filone dell’autofiction si inserisce, invece, il recente romanzo “Memorie di una famiglia di guantai” di Antonio Caiafa (Libreria Dante & Descartes) che, ambientato nel quartiere Stella, intreccia la storia del settore della fabbricazione di guanti, in cui lavora a domicilio Rosa, con quella del Rione Sanità, un quartiere dominato dalla violenza, quella della malavita locale e della polizia.  

Le trasformazioni degli ultimi decenni rischiano di musealizzare il centro storico. Quali strategie culturali o educative potrebbero invece restituire vitalità autentica ai vicoli?

Sono meritevoli le iniziative promosse nel Rione Sanità da Davide D’Errico, Presidente di Opportunity Onlus, che ha pensato di valorizzare, attraverso l’arte, luoghi prima sporchi e degradati come il “vicolo dello spaccio” in via Montesilvano e Vico Buongiorno. In questi vicoli sono stati realizzati dei murales dedicati a personaggi cari ai napoletani come Totò, Sofia Loren e Massimo Troisi. Andrebbero citate anche le iniziative in ambito scolastico che hanno portato all’attuazione di progetti didattici tesi a riscoprire la ricchezza del patrimonio artistico-culturale partenopeo. Tutte queste attività, caratterizzate dal coinvolgimento dei giovani, hanno contribuito a sfatare l’idea che la cultura del vicolo sia quella della malavita.   

Nel suo percorso di studio, dal guappo ai femminielli, fino a questo nuovo lavoro, sembra emergere una riflessione sul potere delle periferie culturali. Cosa ci insegna il vicolo sulla capacità delle comunità marginali di reinventarsi nel tempo?

La capacità di resistere e di affrontare delle sfide è tipica dei contesti marginali perché la mancanza di opportunità stimola la creatività e induce il singolo a escogitare delle strategie di sopravvivenza. In tal senso, i mestieri del vicolo sono la dimostrazione della fantasia dei suoi abitanti e della loro capacità di arrangiarsi come nel caso del venditore di accendini. Paradossalmente, sono i luoghi in cui le possibilità mancano ad avere questa forza e a trovare nella cultura il motore del cambiamento, sperimentando forme artistiche alternative come la “street art”. I più creativi sono i giovani, coinvolti in numerose iniziative valide come quella dei “Vicoli della cultura” di Davide D’Errico. Ed è positivo perché sono proprio quelli maggiormente esposti alla violenza e al rischio di entrare nel giro della criminalità organizzata.

Alla luce delle sue ricerche e della sua osservazione del tessuto sociale partenopeo e meridionale, quale riflessione si sente di offrire sullo stato attuale della politica nel Mezzogiorno e sul modo in cui essa interpreta le esigenze reali delle comunità?

Ritengo che gli interessi del Mezzogiorno non siano stati tutelati a sufficienza dalla classe dirigente meridionale e ciò ha contribuito ad accrescere il divario tra Nord e Sud. Concordo con Isaia Sales nell’affermare che i politici meridionali non hanno saputo risolvere quei problemi – inadeguatezza del sistema sanitario e universitario, carenza di opportunità professionali – che, diventati ormai endemici, sono la causa dell’emigrazione dei nostri giovani per motivi di studio e di lavoro. Persiste l’abitudine di considerare i meridionali i responsabili di questa situazione precaria. In passato, quando prevaleva la teoria climatica, li si dipingeva come oziosi e pigri e solo alcune menti illuminate, come Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, sottolineavano quanto fossero laboriosi e attivi. La storia ci insegna come il Sud sia stato spesso strumentalizzato e abbandonato dallo Stato che non ha esitato a ridurre gli investimenti nelle regioni meridionali, dove la crisi economica, che ha avuto delle ripercussioni evidenti sull’indice demografico in netto calo, finirà inevitabilmente per rafforzare l’economia illegale. 

Lorena Coppola

Photo Credits: Alberto Del Grosso

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