Monica Florio – “Adolescenti in cerca di futuro”

L’adolescenza contemporanea può essere letta come un vero e proprio “spazio di frontiera” esistenziale, sospeso tra fragilità e desiderio di definizione del sé, tra incertezza del futuro e bisogno di appartenenza. Nel suo ultimo saggio Adolescenti in cerca di futuro. Dai Millennials ai Centennials: modelli di comunicazione, disagi sociali e prodotti culturali ‒ pubblicato da Giannini Editore, incluso nella collana “Sorsi” ‒ la scrittrice Monica Florio offre una lettura acuta di questo laboratorio di soggettività, analizzando come Millennials e Centennials si confrontino con le tensioni della modernità liquida ‒ per citare Bauman ‒ e con le strutture di potere e norma che, come suggerirebbe Foucault, plasmano invisibilmente la costruzione dell’identità. Tra attrazione per l’ignoto, fascinazione per l’horror e mediazioni culturali attraverso idoli e prodotti simbolici, l’adolescente di oggi costruisce strumenti per abitare la vulnerabilità e le differenze, trovando in queste esperienze spazi di autodeterminazione e riconoscimento. In questa intervista, Florio riflette su come la cultura e i media possano non offrire certezze, ma strumenti di consapevolezza e resistenza, mostrando l’adolescenza come fase cruciale di negoziazione tra il sé e il mondo. Monica Florio è una pubblicista napoletana che opera nel campo dell’editing, dedicandosi alla correzione e alla valutazione di manoscritti. Collabora con Avantionline e con il periodico di cultura napoletana Il Rievocatore. Esordisce nel 2004 con il saggio Il guappo – nella storia, nell’arte, nel costume (Kairòs), unico studio finora esistente su questa figura. Nel 2020 approfondisce due personaggi emblematici del vicolo in Storie di guappi e femminielli (Guida), mentre nel 2025 pubblica Il mondo del vicolo. Identità e rappresentazione, sempre per Guida. Ha inoltre dato alle stampe numerosi romanzi per adulti e ragazzi, tra cui Acque torbide (Cento Autori, 2017).

Nel suo ultimo saggio l’adolescenza appare come uno spazio esistenziale dominato dall’ignoto, più che come una semplice fase di passaggio. In che modo questa dimensione dell’incertezza ridefinisce oggi il concetto stesso di crescita e di progetto di vita?

L’adolescenza è oggi strettamente correlata alla dimensione dell’incertezza. In questa fase centrale dello sviluppo, i ragazzi avvertono un forte disagio derivante dalla sensazione di non essere in grado di controllare il corso degli eventi che, però, è comune a tutti, in quanto viviamo in un contesto reso precario dall’instabilità economica e climatica, nonché dai continui mutamenti in ambito tecnologico. La dimensione dell’incertezza investe il presente quanto il futuro di un ragazzo, consapevole che dovrà lottare per inserirsi in un mondo come quello del lavoro all’insegna della flessibilità, potendo difficilmente intraprendere un’attività in linea con il percorso di studi o con il mestiere dei genitori. L’incertezza genera in lui un senso di impotenza che potrà superare solo concentrandosi sul presente, impegnandosi nello studio e nel costruire delle relazioni solide da cui trarre fiducia e sicurezza.           

Lei individua nella paura del futuro e nella vergogna della fragilità due nuclei emotivi centrali dell’esperienza adolescenziale contemporanea. Quanto questi sentimenti sono il prodotto di una crisi individuale e quanto, invece, riflettono una frattura strutturale del mondo adulto?

L’estrema vulnerabilità degli attuali adolescenti riflette di certo una frattura strutturale del mondo adulto. D’altra parte, l’adulto “frammentato” e insicuro non può costituire un punto di riferimento per un giovane e aiutarlo a superare la fase critica dell’adolescenza. Non è un caso che i ragazzi trovino nei nonni dei referenti più autorevoli in quanto cresciuti in un periodo caratterizzato da cambiamenti più lenti che non richiedevano una continua capacità di adattamento. La difficoltà da parte degli adulti a confrontarsi con la sofferenza, personale e altrui, impedisce che si instauri un dialogo efficace con i figli ma, nel momento in cui sono i genitori ad ammettere la loro fragilità, si innesca un meccanismo tale da consentire ai ragazzi di sentirsi capiti senza essere giudicati.

L’attrazione per l’horror sembra configurarsi non come fuga, bensì come strumento simbolico di elaborazione del disagio. Possiamo leggere questo rapporto come una sorta di “pedagogia dell’ombra”, attraverso la quale l’adolescente impara a confrontarsi con il limite, la paura e l’alterità?

Il rapporto dei giovani con l’horror è molto profondo, quasi intimo, perché questo genere, di per sé estremo e trasgressivo, interpreta ed esorcizza le paure dei ragazzi in una fase delicata, in cui la loro personalità è ancora in costruzione. Infatti, l’horror rende visibile, attraverso la figura del mostro, un disagio spesso latente e mette in scena la mutazione del corpo e il manifestarsi della sessualità che emerge proprio in questi anni. Ecco perché le narrazioni orrorifiche (cinematografiche, letterarie, televisive) costituiscono una fonte di turbamento nell’adolescenza, quando si è emotivamente fragili e facilmente influenzabili, ma sono, al tempo stesso, indispensabili alla crescita e alla maturazione della persona che si definisce proprio attraverso il confronto con ciò da cui viene spesso allontanata per prudenza dalla famiglia, per conformismo dalla scuola e per ipocrisia dalla Chiesa.       

Nel suo lavoro emerge una forte attenzione ai modelli di identificazione. In un’epoca in cui gli idoli sono spesso effimeri e mediaticamente costruiti, quale narrazione del sé viene offerta agli adolescenti e quali rischi comporta l’esposizione continua a identità performative?

Il bombardamento mediatico a cui i ragazzi sono costantemente esposti è accompagnato dall’affermarsi di mode passeggere e di personaggi destinati a una breve notorietà. La mancanza di punti di riferimento stabili rende difficile l’identificazione con un’immagine esterna da parte di un giovane, alimentando l’insofferenza nei confronti del corpo, percepito come goffo e differente rispetto ai canoni estetici correnti, irraggiungibili perché le fotografie dei suoi idoli, pubblicate sulle riviste di moda e sui social, sono spesso ritoccate al computer. Sono in particolare le ragazze a correre i rischi maggiori non solo perché dalle donne si è sempre preteso che fossero belle e femminili ma in quanto inconsapevoli di come il loro immaginario poggi su basi ingannevoli.

Nella sua opera si avverte una tensione costante tra desiderio di appartenenza e bisogno di differenziarsi. Come si articola oggi questo conflitto negli adolescenti, soprattutto in una società che, paradossalmente, esalta l’individualità ma fatica ad accogliere la fragilità?

Nell’epoca attuale i giovanissimi sono attratti da quei tipi originali e a volte apparentemente anticonformisti che si impongono creando un proprio stile o una nuova moda. La ricerca ossessiva di novità li porta a scegliere dei personaggi famosi che sfidano quelle regole che i ragazzi comuni finiscono, spesso malvolentieri, per accettare. Gli adolescenti non mostrano, invece, alcuna sensibilità nei confronti dei coetanei in difficoltà perché non hanno ancora sviluppato l’empatia necessaria per rapportarsi alla dimensione del dolore e comprendere le emozioni altrui.

Monica Florio

Nel saggio emerge come le differenze ‒ legate a disabilità, orientamento sessuale e appartenenza etnica ‒ siano oggi più visibili e meno stigmatizzate nei media. A Suo avviso, questa crescente visibilità aiuta davvero gli adolescenti a sentirsi riconosciuti e liberi di definirsi, oppure rischia di trasformare la differenza in un modello prestabilito, più che in uno spazio di autentica espressione personale?

La maggiore visibilità ottenuta dalle minoranze attraverso i media e i social si compie spesso a scapito della loro immagine perché ogni forma di comunicazione, in particolare quella televisiva, tende a edulcorare e ad appiattire la realtà. Questa superficialità nell’approccio è evidente nei reality, a cui hanno partecipato come concorrenti alcuni membri della comunità LGBTQIA+, proposti in modo da aderire a uno stereotipo. Benché tale generalizzazione sia sempre preferibile all’invisibilità, uno sguardo più aperto nei confronti delle minoranze aiuterebbe gli adolescenti a definirsi proprio perché la loro identità si sta plasmando e non è in grado di riconoscere i pregiudizi e i falsi miti. Purtroppo, la tendenza a omologarsi è così forte da ridurre gli spazi di libertà per cui un giovane sceglie di aderire a un modello prestabilito per evitare di essere emarginato anche dallo stesso gruppo minoritario a cui appartiene.       

Millennials e Centennials sembrano ereditare un mondo privo di promesse credibili. In che misura l’assenza di un orizzonte simbolico condiviso incide sulla loro capacità di immaginare il futuro, prima ancora di progettarlo?

L’incapacità di immaginare il futuro determina negli adolescenti un’apatia che può tradursi nella clausura dell’hikikomori, che desidera inconsapevolmente un ritorno all’infanzia, oppure in azioni di resa come il suicidio. In entrambi i casi, la concezione dello scorrere del tempo ha perso senso perché non ci sono progetti e aspirazioni da realizzare nel presente né la capacità di proiettarsi nel futuro. Ed è la paura di sbagliare, ingigantita dalle inevitabili aspettative genitoriali e dalle pressioni sociali, a causare questo disagio che, aggravato dal periodo di isolamento vissuto durante la pandemia, ha attecchito profondamente su una parte dei giovani che vivono in un continuo presente, trovando nel godimento dell’effimero, negli oggetti e nelle esperienze transitorie, un modo per colmare il vuoto e la noia.   

Il suo percorso di ricerca ha spesso indagato figure marginali e identità di confine. Esiste una continuità metodologica e tematica tra lo studio del “vicolo” e l’analisi dell’universo adolescenziale come spazio di confine?

La continuità tra il mio studio sul vicolo e quello sull’universo adolescenziale è data dalla centralità di quelle realtà considerate marginali che, in virtù dello scarso potere, hanno dovuto lottare per conquistare una maggiore visibilità.  La mia produzione letteraria vuole, infatti, trasmettere un messaggio di libertà, intesa come libertà di essere sé stessi, data per scontata anche se non lo è affatto in un mondo dominato dall’intolleranza. Tra le figure del vicolo da me analizzate è il femminiello a incarnare questo bisogno e a sovvertire il binarismo di genere con il suo sentirsi donna in un corpo maschile. Tale anelito di libertà è espresso oggi da quei giovani che appartengono alle minoranze e sono vittime della violenza dei bulli che, mossi da esibizionismo o da un senso di inadeguatezza, li molestano perché non ne riconoscono la dignità.

“Adolescenti in cerca di futuro” adotta un linguaggio accessibile senza rinunciare alla complessità. Ritiene che oggi la divulgazione critica rappresenti una responsabilità etica dello studioso, soprattutto quando si affrontano temi legati ai giovani e al disagio sociale?

La divulgazione critica comporta sempre una responsabilità morale da parte dello studioso per l’impatto sociale della scrittura nell’influenzare il pensiero di chi legge. L’utilizzo di un linguaggio comprensibile diviene una necessità quando si trattano questioni spinose e di estremo interesse come quella giovanile. Premetto che non condivido l’eccessivo allarmismo con cui psicologi e sociologi ritraggono gli attuali adolescenti. La loro visione fortemente critica delinea uno scenario pessimistico che coglie, a mio avviso, solo una parte, quella più autodistruttiva, della nuova generazione. In virtù delle tante problematiche giovanili (bullismo, disturbi alimentari, isolamento sociale) che non vanno taciute e sono affrontate anche nel mio saggio, si finisce per generalizzare la condizione adolescenziale, a scapito della speranza e della fiducia nella capacità dei ragazzi di affrancarsi dagli adulti e costruirsi un’identità propria. 

Se l’adolescenza contemporanea è segnata dallo smarrimento e dalla paura dell’ignoto, quale ruolo possono ancora svolgere la cultura e i prodotti simbolici non nel fornire risposte, ma nel dare ai giovani strumenti per abitare consapevolmente l’incertezza?

Abitare l’incertezza implica da parte dei giovani imparare a vivere in un contesto mutevole, alimentando la speranza nel futuro che è ancora tutto da costruire. In tal senso, la cultura può svolgere un ruolo decisivo nello stimolare l’immaginazione e la creatività di un adolescente, valorizzandone le potenzialità e aiutandolo a riconoscere i limiti dell’educazione ricevuta e così a distaccarsene. Altrettanto importanti sono i prodotti simbolici, che incarnano valori come la libertà e la spiritualità, rafforzano il senso di appartenenza a una comunità e consentono di adottare un punto di vista differente da quello consumistico. Attraverso di essi, i ragazzi possono imparare a stabilire un altro tipo di rapporto con le cose, intese non più come beni di cui appropriarsi ma da condividere con gli altri affinché ognuno possa goderne.    

Lorena Coppola

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