L’Emeroteca-Biblioteca Tucci di Napoli, una istituzione che per storia e prestigio merita la più alta attenzione delle nostre istituzioni

Pubblichiamo di seguito il testo del l’intervento del prof. Marcello Andria, docente di Bibliografia all’Università di Salerno tenuto presso la sede dell’Emeroteca-Biblioteca Tucci di Napoli, nel corso della presentazione del libro di Lino Zaccaria “La memoria di Carta” (edito da Giannini) dedicato all’Emeroteca Tucci. Nell’intervento il prof. Andria ricostruisce la storia della prestigiosa istituzione napoletana ed auspica che, a ben 120 anni dalla sua fondazione, possa finalmente richiamare l’attenzione delle istituzioni  per una sua vita autonoma lontana da progetti di accorpamento con altre Biblioteche  del Paese.

 

Non appartengo al mondo della carta stampata – almeno non a rigor di termini – ma per molti aspetti la mia attività passata e presente è fortemente connessa ai temi dell’informazione, dal momento che la bibliografia ricopre un ruolo fondamentale nel circuito della comunicazione; rappresenta, anzi, un’idea concreta di informazione. La sua missione è appunto quella di individuare, selezionare, ordinare e registrare le risorse – verbali o scritte, fisiche o virtuali, analogiche o digitali – necessarie ad accrescere le conoscenze in ogni ambito del sapere. E nel mondo contemporaneo, come sappiamo tutti, l’informazione è sempre più una risorsa strategica che condiziona l’efficienza dei sistemi, i fattori di sviluppo sociale ed economico, così come quelli di crescita culturale. Nell’era del web dinamico e dei social media, si può dire anzi, ha assunto centralità e peso determinante.

Faccio questa premessa non già per giustificare in qualche modo la mia presenza qui, ma per chiarire la prospettiva da cui ho letto il bel contributo di Lino Zaccaria e la stimolante intervista al presidente Salvatore Maffei.

Dall’epoca dei primi fogli a stampa editi con cadenza regolare – in Italia la celebre Gazzetta di Mantova (testata nata nel 1664 e tuttora attiva) –, dal cruciale momento in cui con il Journal des savants la ricognizione bibliografica, piuttosto che guardare al passato, comincia a rivolgersi ai temi correnti – da poco più di 350 anni, dunque –  giornali e riviste, bollettini e gazzette (si sa, ma di tanto in tanto lo si dimentica) sono fonti primarie per ricostruire il contesto politico-culturale e socio-economico, ma anche il costume e la mentalità di un’epoca: contengono una vera e propria ‘prima bozza della storia’, come ha detto qualcuno. Affiancano la documentazione pubblica e privata, la integrano in quanto luogo centrale del dibattito dove si è formata la pubblica opinione, sono specchio immediato e diretto della circolazione delle idee, dei valori e del linguaggio di una società, dei comportamenti individuali e delle reazioni collettive. Le storie delle comunità – talvolta anche quelle personali, le microstorie – testimoniate dalla stampa (in particolare da quella periferica) di rado, si sa, trovano spazio nelle analisi, per quanto attente, e nelle ampie trattazioni e disamine generali; eppure sono essenziali per la ricostruzione e per la comprensione di ciò che ci ha preceduto. 

Una relazione strettissima, dunque, naturalmente biunivoca: è altrettanto inconfutabile che eventi storici e culture politiche abbiano fortemente condizionato, talvolta plasmato, le linee editoriali.

I giornali raccontano la storia mentre accade, ma sono essi stessi documenti storici da analizzare per comprendere un’epoca.

Può apparire scontato quanto vado dicendo. Ma vale sempre la pena di ribadirlo in un Paese, come il nostro, in cui ruolo e funzione di biblioteche ed emeroteche, di queste dimore fisiche e concettuali dei documenti, sono talvolta sviliti, marginalizzati anche rispetto ai flussi in grande ascesa del turismo culturale, come Zaccaria opportunamente evidenzia nelle pagine introduttive. Undicimila collezioni di testate periodiche italiane e straniere costituiscono un autentico patrimonio, solo in parte esplorato, di inestimabile significato per la conservazione, lo studio e la divulgazione delle tracce di civiltà e di memoria collettiva di Napoli e del regno che per secoli la ebbe capitale. Un patrimonio che deve essere valorizzato – o meglio, che si avrebbe l’obbligo di valorizzare – accanto a quello meraviglioso dei musei, delle aree archeologiche, dei palazzi, delle chiese. 

Ma biblioteche, archivi, emeroteche sono istituti ad accesso libero e gratuito, non producono reddito, non ‘fanno immagine’ con code di visitatori alle biglietterie; finiscono per essere – questo in particolare nel nostro Meridione, bisogna ammetterlo – poco o nulla considerati, anche e soprattutto nelle tabelle dei finanziamenti, nei processi e negli itinerari di tutela e valorizzazione. Poco importa che queste ‘piazze del sapere’ – per usare una definizione in voga – siano presìdi essenziali di democrazia, palestre dove formare e sviluppare l’esercizio critico. Eppure, l’aggiornamento delle collezioni, la conservazione e (da due o tre decenni a questa parte) la stessa digitalizzazione comportano costi per nulla esigui, che presuppongono un adeguato intervento pubblico.

Le vicende narrate in questo libro ripercorrono – anche sotto il profilo vitale dei contributi per la gestione – le fasi salienti, e accidentate, che hanno scandito la lunga vita delle raccolte del Palazzo Vaccaro. A mostrare cura e sollecitudine non ci sono più Benedetto Croce e Luigi Einaudi che nel 1951, con uno scambio epistolare, nel giro di una settimana sbloccarono la concessione di un congruo sussidio a favore dell’emeroteca. Il filosofo abruzzese, che molti anni prima ne aveva attinto a piene mani per la sua Storia d’Italia, rappresentò l’esigenza improrogabile di un sostegno economico – ne riferisce Zaccaria alle pp. 29-30 – e la risposta dell’allora Capo dello Stato non si fece attendere: «lieto di aver potuto fare cosa gradita a te» – scrive Einaudi – «e doverosa per la tua città». Le contribuzioni ministeriali e regionali fluiscono ora a corrente alternata, mettendo a repentaglio la sopravvivenza della Tucci, che sta per tagliare il ragguardevole traguardo dei 120 anni di storia. Finanche il modesto sussidio del MIC, derivante dall’inserimento nella cosiddetta ‘Tabella degli istituti culturali’ sottoposta a revisione ogni tre anni (Legge n. 534 del 1996), è stato sospeso per alcune annualità. Eppure, con le emeroteche della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e della Biblioteca del Senato della Repubblica, questa è una delle più ricche d’Italia per quantità e qualità dei materiali: oltre 300.000 i volumi di quotidiani, riviste, annuari e almanacchi italiani e stranieri — con molti titoli rari o unici. 

E non meno delicato è il nodo della carenza di personale professionalizzato, in grado di gestire tecnicamente il materiale documentario e di assolvere le continue richieste di consultazione che da ogni parte del mondo vanno ad aggiungersi al normale flusso dei fruitori locali. È questo, un problema comune alle biblioteche statali, agli istituti culturali e di conservazione disseminati sul territorio nazionale, a cui, per improvvide decisioni politico-amministrative, è stato fatto mancare il regolare turn over, che da sempre consente il trasferimento delle competenze da una generazione all’altra, il passaggio dei cosiddetti ‘ferri del mestiere’: un tema, quest’ultimo, su cui il Comitato ministeriale per le biblioteche e gli istituti culturali, di cui dal 2022 faccio parte, ha più volte sollevato l’attenzione. Pare, ora, che qualche cosa finalmente si stia muovendo.

 

Ma la Tucci non conserva solo periodici e quotidiani; è anche, a pieno titolo, una biblioteca, ricca di pezzi rari, se non, in qualche caso, unici. Una documentazione preziosa, per sintetizzare, di oltre cinque secoli di stampa.

È quanto emerge dall’intervista che l’autore rivolge nella seconda parte del libro allo storico leader della struttura, Salvatore Maffei, che dall’aprile del 1970 ne regge ininterrottamente le sorti. Si riepiloga qui l’instancabile opera di ricostruzione svolta nel corso di lunghi decenni di attività e di dedizione: il recupero di numerose e rilevanti opere d’arte; il poderoso incremento delle raccolte di giornali e riviste, ma anche di titoli monografici. Giusto a titolo di esempio Maffei menziona qui l’unico esemplare conservato a Napoli dell’edizione da Ponte del De architectura di Vitruvio (Como 1521); le due serie complete del Politecnico, repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e coltura sociale di Carlo Cattaneo (1839-1844 e 1859-1869, se non erro); i libri di Filippo Tommaso Marinetti e la cospicua collezione di manifesti futuristi italiani e stranieri; per non parlare, ça va sans dire, di testate periodiche, non solo meridionali e non solo italiane, di estrema rarità. Mi colpisce, tra i tanti, il caso del rarissimo, forse unico, I morti giudici dei vivi, anonima pubblicazione settimanale toscana di fine Settecento, in cui si immaginava che defunti illustri scendessero su licenza sulla Terra per valutare persone e fatti e poi riferirne all’Assemblea degli Elisi.

Non proseguo in una inutile elencazione; chi ne avrà curiosità potrà consultare il volume, che, peraltro, si legge piacevolmente grazie allo stile spigliato di Zaccaria. 

Prima di concludere almeno un cenno va fatto all’intensa attività editoriale della Tucci, inaugurata nel 1996 e proseguita fino ad oggi con la pubblicazione di non poche brochures monotematiche: una piccola, ma ricercata biblioteca, che di volta in volta posa l’attenzione su temi specifici, eventi e personaggi della nostra storia e della nostra cultura.

Non voglio trattenervi oltre con le mie riflessioni erratiche. Posso solo auspicare la soluzione più rapida e razionale degli annosi problemi che ormai da anni gravano su questo insigne istituto e sulle sue collezioni. Quali che siano le vie di uscita, oggi possiamo solo augurare lunga vita all’Emeroteca Tucci; ma, sia ben inteso, una vita autonoma e ‘napoletana’, lontana da progetti di accorpamento! Che per la ricorrenza del suo 120° anniversario possa trovare stabilità, richiamando l’attenzione che per storia e prestigio di diritto le compete.