Alessandro Busci ‒ Parthenogenesis: “riproduzione virginale”: Al Blu di Prussia di Napoli la mostra dell’artista milanese

È stata prorogata fino al 27 febbraio 2026, alla galleria Al Blu di Prussia di Napoli la mostra di Alessandro Busci intitolata Parthenogenesis, inaugurata lo scorso 16 ottobre, promossa dalla Fondazione Mannajuolo. Si tratta della quarta personale di Busci a Napoli, che propone una visione intensa e radicale della città, lontana da ogni stereotipo. Busci non concede scorci rassicuranti o immagini da cartolina: il suo sguardo diretto, senza mediazioni, indaga la complessità di Napoli in tutta la sua forza ancestrale.

Nel percorso espositivo, che comprende oltre 20 lavori inediti, l’osservatore viene condotto in un mondo sospeso tra rovina e germinazione, in cui ogni elemento racconta storie di fragilità e forza rigenerativa, catturando la tensione sottile tra decadimento e rinascita. Le creazioni di Busci oscillano costantemente tra astrazione e figurazione: superfici che sembrano respirare e vibrare, plasmate con materiali eterogenei come acciaio corten, smalti e carte trattate, che conferiscono alle opere profondità e dinamismo.

L’artista manipola direttamente acqua, acidi e pigmenti, intervenendo sulla materia in modo quasi alchemico, generando texture che evocano elementi naturali, paesaggi sospesi e ambientazioni urbane. In questi spazi visivi, città, natura e immaginazione si intrecciano con delicatezza e forza, creando un dialogo continuo tra ciò che è reale e ciò che è possibile. Il risultato è un universo tattile e sensoriale, in cui la materia diventa portatrice di emozioni e di memoria e in cui ogni dettaglio, segno e sfumatura cromatica allude alla costante trasformazione della realtà, invitando lo spettatore a esplorare un mondo in cui bellezza e imperfezione coesistono.

Ogni opera, accompagnata dal testo critico di Angelo Crespi, rivela la maturità stilistica di Busci e la sua capacità di rivoluzionare la materia: un linguaggio visivo che alterna magia e cruda realtà, evocando l’energia tellurica della città.  Forme sottili emergono da trame cromatiche che suggeriscono elementi naturali e urbani: rocce, acqua, strutture architettoniche frammentate, un paesaggio urbano, potentemente simbolo di rigenerazione. Ogni segno, ogni sfumatura di colore rimanda alla trasformazione continua della realtà. In una dimensione che fonde materia, colore e tensione emotiva, in questo spazio liminale tra dissoluzione e origine, Parthenogenesis si rivela un’esperienza sensoriale e concettuale di rara intensità.

Il titolo stesso, Parthenogenesis  – “riproduzione virginale” – profondamente evocativo, diventa chiave poetica, alludendo in modo estremamente lirico alla capacità di generare vita senza interazioni esterne: un concetto che Busci traduce in linguaggio visivo, in cui la creatività nasce dall’autonomia dell’arte stessa.  Con questa serie, Alessandro Busci consolida la sua capacità di intrecciare materia, gesto e concetto, dando forma a un linguaggio in cui dimensione simbolica e concretezza dialogano in equilibrio dinamico. Ne scaturisce un’esperienza che va oltre l’estetica e invita a riconoscere nella resilienza una manifestazione autentica e intrinseca di bellezza.

Niccolò Dumont ‒ responsabile dello spazio espositivo ‒ spiega: Alessandro Busci è specializzato nel portare il supporto al centro dell’opera, ciò che per altri è qualcosa su cui si depone semplicemente il proprio pensiero per lui diventa parte fondamentale e centrale della sua produzione, ad esempio la sperimentazione classica di Busci riguarda acidi, ossidando anche con smalti queste lastre ferrose in corten che poi, tramite ossidazioni quasi alchemiche arrivano a un risultato che non è mai predefinito, il lavoro non segue binari prestabiliti, perché è impossibile prevedere con esattezza quali gradazioni cromatiche nasceranno dall’incontro tra materia e acido. L’artista affronta anche soggetti urbani ed extraurbani. La sua produzione prende avvio dalle fabbriche e dai paesaggi milanesi ‒ dalla Torre Velasca ai grandi classici dell’architettura ‒ per poi orientarsi progressivamente verso scenari più naturali. In questa mostra emerge, ad esempio, la suggestiva giustapposizione tra fuoco e ghiaccio: da un lato gli iceberg, giganti silenziosi destinati a scomparire; dall’altro la materia napoletana, fatta di eruzioni e paesaggi urbani, che l’artista ha scelto di catturare e reinterpretare. La mostra è curata da Angelo Crespi, Direttore Generale della Grande Brera. I soggetti glaciali saranno inoltre ripresi in una futura esposizione, curata sempre da lui.

Dal 2008 la Fondazione Mannajuolo, sotto la guida del gallerista Mario Pellegrino, porta avanti, in modo continuativo, un importante progetto continuativo per la città, ospitando artisti già inseriti in un percorso di storicizzazione e sviluppando cicli curatoriali coerenti e riconoscibili ‒ continua Dumont ‒  Particolare attenzione è rivolta alla valorizzazione di Napoli e degli artisti napoletani: prima di questa mostra, lo spazio ha accolto l’esposizione del fotografo Ciro Battirolo e ha reso omaggio, a dieci anni dalla scomparsa, a Oreste Zevola. La Fondazione nasce con l’obiettivo di offrire alla città un messaggio culturale forte e condiviso, dando spazio anche ad artisti che nutrono un legame profondo con Napoli. Tra questi, appunto, Alessandro Busci, che si innamorò della città leggendo “Fuoco su Napoli” di Ruggero Cappuccio e da allora ne ha restituito il fascino in numerosi paesaggi, contribuendo a promuoverne la bellezza attraverso la propria ricerca artistica.

La Fondazione Mannajuolo è un’istituzione culturale con sede a Napoli, impegnata nella promozione dell’arte moderna e contemporanea. Istituita dalla famiglia Mannajuolo – storicamente legata al collezionismo e all’attività espositiva – con l’obiettivo di promuovere l’arte moderna e contemporanea, la Fondazione sostiene mostre, progetti curatoriali e iniziative volte a valorizzare artisti italiani e internazionali. Opera in stretta sinergia con la Galleria Al Blu di Prussia, storico spazio espositivo partenopeo fondato nel 1990, contribuendo a consolidare Napoli come centro vitale per la ricerca artistica contemporanea.

Le attività della Fondazione si distinguono per l’attenzione alla qualità curatoriale, al dialogo tra generazioni di artisti e alla costruzione di percorsi espositivi che coniughino rigore critico e apertura sperimentale. In particolare, Giuseppe Mannajuolo, attraverso la sua attività curatoriale e imprenditoriale, ha contribuito alla promozione di artisti italiani e internazionali, sostenendo progetti espositivi di rilievo e consolidando il dialogo tra la scena napoletana e il contesto nazionale.

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