L’effetto della sentenza 192/2024 nel volume “Corte costituzionale e regionalismo: questioni e prospettive”

Il volume Corte costituzionale e regionalismo: questioni e prospettive, curato da Nicola Antonetti, Floriana Cerniglia e Alessandro Pajno (Rubbettino, 2025), si pone come uno strumento imprescindibile per decodificare la complessa evoluzione dell’autonomia differenziata in Italia. L’opera offre un’analisi sistematica di quello che Ugo De Siervo definisce l’effetto “demolitore” prodotto dalle sentenze n. 192/2024 e n. 10/2025 sulla legge n. 86/2024 (cosiddetta legge Calderoli).

I saggi contenuti nel libro evidenziano come la Consulta, attraverso quattordici dichiarazioni di illegittimità, non si sia limitata a una censura parziale, ma abbia operato una vera e propria riscrittura del testo legislativo. L’obiettivo dei giudici è stato ricondurre la riforma entro i binari di una visione unitaria e cooperativa del regionalismo. Il punto di rottura fondamentale individuato dagli autori risiede nel passaggio dal trasferimento indiscriminato di intere “materie” a quello di specifiche “funzioni amministrative”.

Secondo la Corte, infatti, l’autonomia non può tradursi in una frammentazione della sovranità o nella creazione di “popoli regionali”: l’unità della nazione è un bene non frazionabile. Questa distinzione impone un’istruttoria rigorosa basata sul principio di sussidiarietà, impedendo che il regionalismo asimmetrico diventi un regime privilegiato capace di scardinare la par condicio tra le Regioni e la solidarietà nazionale.

Un pilastro della critica contenuta nel volume riguarda il perdurante accantonamento del federalismo fiscale (Art. 119 Cost.), descritto da Franco Gallo come un preoccupante percorso di «ritrattazione» delle riforme dell’ultimo ventennio. Gli autori denunciano con forza il paradosso di una legge che promette i Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) senza garantirne il finanziamento immediato. Il rischio, evidenziato dai contributi di Ignazio Visco e Floriana Cerniglia, è che i LEP vengano declassati a “diritti a esecuzione futura” o a mere aspettative di fatto.

L’autonomia differenziata ‒ si legge nel volume ‒ non può funzionare se prima non viene sciolto il nodo della perequazione interregionale. Senza un fondo capace di colmare il divario tra capacità fiscale e fabbisogno standard, il Paese rischia di scivolare verso un «regionalismo competitivo» che aggrava la frattura tra Nord e Sud, minando la coesione sociale sancita dalla Costituzione. Infine, il volume recupera una dimensione etica e storica fondamentale: Nicola Antonetti e Alessandro Pajno ricollegano il dibattito attuale alla figura di Luigi Sturzo.

Il fondatore del Partito Popolare vedeva nell’autonomia e nel municipalismo i mezzi per una reale unificazione sociale del Paese, non per la sua separazione. Gli autori ricordano come Sturzo, già nel 1949, avvertisse il rischio che le Regioni diventassero semplici “strumenti dell’amministrazione indiretta dello Stato”, svuotate di una reale fisionomia politica. Utilizzando questa eredità intellettuale, il libro denuncia l’uso spesso “strumentale e leaderistico” dell’autonomia emerso negli ultimi anni.

In questa prospettiva, l’opera conclude che l’autonomia differenziata deve essere interpretata non come un atto di separazione, ma come parte di un ordinamento comune in cui ogni livello di governo, pur nelle sue specificità, concorre al bene supremo della Repubblica. Il volume si configura quindi non solo come un commentario giuridico, ma anche come un accorato appello a salvaguardare l’equilibrio tra libertà locali e unità nazionale.

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