
Per decenni la cultura italiana ha guardato al Mezzogiorno attraverso la lente di un meridionalismo inteso come “questione” puramente politica, economica e sociale, finendo spesso per confinarne le voci artistiche nei recinti del folklore o di un verismo regionale quasi documentaristico. Eppure, il territorio meridionale — e la Napoli di fine Ottocento in particolare — è stato un laboratorio di modernità estetica straordinario, capace di dialogare con le correnti più inquiete dell’Europa coeva. Riscoprire oggi la complessità di questa terra significa liberarla dagli stereotipi. Va precisamente in questa direzione il percorso di Paolo Maria Rocco, studioso, saggista, poeta e traduttore, che si distingue nel panorama degli studi letterari contemporanei per un approccio intellettuale caratterizzato da rigore filologico, interdisciplinarità e apertura comparatistica. Nato a Napoli e residente nelle Marche, Rocco ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne all’Università di Urbino e successivamente un Master presso l’Università degli Studi di Firenze. In seguito ha svolto attività di docenza come professore a contratto presso l’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”. La sua produzione scientifica e letteraria comprende opere di poesia, narrativa, traduzione e saggistica, con particolare attenzione ai rapporti tra cultura italiana e area balcanica. Tale interesse lo ha portato a collaborare con l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo, partecipando a iniziative culturali di rilievo internazionale. La sua presenza nel programma “Incontri Capitali”, nell’ambito di Pesaro Capitale Italiana della Cultura, quale unico autore marchigiano selezionato, conferma il riconoscimento acquisito nell’attuale dibattito culturale. Il suo più recente progetto editoriale è dedicato alla produzione fantastica di Salvatore Di Giacomo. Attraverso un approfondito lavoro di ricerca archivistica e bibliografica condotto presso emeroteche e biblioteche italiane, lo studioso ha recuperato le redazioni originali dei racconti pubblicati a puntate sui giornali dell’epoca, contribuendo non solo all’ampliamento del corpus dell’autore, ma anche alla ridefinizione critica di una figura spesso interpretata entro coordinate esclusivamente regionalistiche o veristiche. Il volume, dal titolo Pfeifer und Pocal e altri otto racconti fantastici, è corredato da un ampio saggio che, attraverso una rilettura critica innovativa, offre nuove chiavi interpretative della modernità estetica e culturale di Di Giacomo, restituendone la complessità artistica e la sorprendente attualità nell’ambito della letteratura italiana tra Otto e Novecento.

Il Suo lavoro ha consentito il recupero delle redazioni originali, in parte inedite, dei racconti fantastici di Salvatore Di Giacomo. Quali problematiche metodologiche e filologiche ha incontrato nel reperimento e nella trascrizione dei testi pubblicati sulla stampa periodica dell’epoca?
In realtà tutti e quattordici i racconti pubblicati nel mio libro sono inediti. Infatti, confrontando questi racconti nelle loro redazioni originali ‒ nelle versioni pubblicate da altri prima che io li presentassi nel mio libro ‒ ho trovato non poche modifiche, nella punteggiatura come anche nei lemmi, a volte mancanti, a volte mutati rispetto all’originale pubblicato sui giornali dell’epoca. Anche nei sei racconti pubblicati in “Pipa e Boccale” da Bideri nel 1893 e poi ripresi da tutti gli studiosi digiacomiani, vi sono quegli stessi “interventi” non corrispondenti agli originali (“sviste” o errori di trascrizione, probabilmente). Pertanto, posso dire che i quattordici racconti fantastici pubblicati nel mio libro sono tutti inediti. Ora, prima di rispondere alla domanda, vorrei dire una cosa che non ho mai chiarito prima di adesso, in forma di mera curiosità: il mio interesse per Di Giacomo discende dalla mia lettura e dallo studio, in età giovanile, di tutto Di Giacomo, non solo perché sono io stesso nativo di Napoli (e quindi interessato alla cultura napoletana), ma perché i miei studi sulla letteratura moderna e contemporanea mi hanno portato a conoscere e analizzare dettagliatamente un ampio ventaglio di autori. Non è quindi un caso che proprio su Salvatore Di Giacomo ho presentato la mia tesi di laurea quand’era magnifico Rettore, a Urbino, il grande letterato Carlo Bo. Detto questo ‒ per far comprendere che questo mio libro su Di Giacomo non discende da una decisione occasionale ma da anni di studio ‒ il mio libro Pfeifer und Pocal nasce anche come omaggio che ho rivolto al Poeta e Narratore napoletano nel 90° della sua scomparsa. Riguardo alla mia ricerca dei testi originali di queste novelle del “fantastico”, ho ricevuto la collaborazione ‒ come sottolineo in epigrafe ‒ di alcuni cortesi e competenti operatori di alcune università e biblioteche italiane e campane (di Napoli e di Avellino, in quest’ultimo caso). La ricerca dei testi originali si è concentrata, quindi, sull’indagine nei quotidiani e giornali dal 1879 in poi, che pubblicavano a puntate questi testi come racconti d’appendice. Ho utilizzato, per questo, informazioni bibliografiche e archivi che mi hanno indirizzato al reperimento delle esatte annate, mesi e giorni di pubblicazione su quei quotidiani o periodici, a volte ostacolato da informazioni ricavate da altri studi, purtroppo errate. Alla fine, però, grazie anche a quelle collaborazioni, sono riuscito a reperire tutte le versioni originali e inedite che presento nel mio libro. E persino della redazione originale di “Finis” che si riteneva generalmente perduta per sempre, e che era conosciuta, prima che fosse pubblicata nel mio libro, solo nella redazione pubblicata da Bideri col titolo La fine di Barth. Riguardo a “problemi” filologici, non ne ho incontrati, se non, come dicevo nell’attestare che alcuni di quei racconti, già pubblicati in epoca contemporanea, non propongono la versione del tutto originale rispetto alle loro redazioni sui quotidiani dell’epoca nella prima versione dell’autore che invece io offro alla lettura. Si deve aggiungere, ed è importante sottolinearlo, che su alcuni di questi racconti fantastici Di Giacomo è ritornato più volte negli anni successivi alla loro pubblicazione: in questo senso, sebbene è noto che l’ultima versione redatta dall’autore costituisce la sua volontà riguardo alla versione finale di un testo, io ho scelto di pubblicare solo le prime originali redazioni dei racconti perché ho voluto indagare anche nella scrittura e nello stile digiacomiani nel loro momento generativo, iniziale (Di Giacomo ha pubblicato il suo primo racconto fantastico a diciannove anni di età e si può presumere quindi che la redazione possa risalire anche a un anno prima), che ritengo fondamentale nell’analisi di un narratore. Pertanto, pur avendoli naturalmente letti, non ho tenuto in considerazione i successivi ripensamenti e modifiche apportate dallo scrittore a quei racconti negli anni successivi, che possiamo immaginare discendano dalla più completa formazione culturale di Di Giacomo come anche dal suo continuo confrontarsi con l’ambiente culturale napoletano (che egli frequentava da protagonista) e nazionale, e ai mutamenti che egli ha incontrato durante la sua vita, come anche al significato del progredire della storia nel suo universo esistenziale. In questo senso, sarebbe di grande importanza, auspicabile, uno studio completo di tutte le varianti del testo di questi racconti “fantastici”.
Nel volume Lei ripristina il titolo originale tedesco “Pfeifer und Pocal” in luogo della più nota traduzione Pipa e boccale. Quali implicazioni culturali e interpretative sottendono questa scelta editoriale?
Come sa, Salvatore Di Giacomo introduce la pubblicazione, nel 1893 con Bideri, dei sei racconti di Pipa e Boccale con una lettera che egli scrive all’amico immaginario “professor Otto Zimmermann”. Quindi, il primo dato che ci viene consegnato con questa Lettera è che Di Giacomo inventa la presenza di un interlocutore per spiegare al lettore (è in funzione di quest’ultimo che Di Giacomo elabora la figura di Zimmermann) i moventi e i contenuti estetici che lo hanno portato a scrivere quei sei racconti. È, questo, il primo passo verso il “fantastico” e segnale metodologico del suo approccio al genere: un personaggio immaginario raccoglie le sue confessioni, che egli non avrebbe potuto esprimere in altro modo se non appunto dialogando con il sé stesso rappresentato da Zimmermann. Di Giacomo, quindi, invera il proprio “doppio” in quel personaggio: e siamo così già nel “fantastico”, d’emblée! Pertanto, invece che optare per una “fredda” introduzione, Di Giacomo ci coinvolge, con quella lettera, nel calore di atmosfere inconsuete e nel mistero di un personaggio e di un luogo esotico che sollecitano immediatamente curiosità e interesse. L’artificio del “doppio”, infatti, è precipuo, come sa, del genere letterario, insieme a tanti altri elementi che lo fondano. Pertanto, Di Giacomo sta chiarendo a sé stesso (con la Lettera a Zimmermann), l’origine ideale e gli scopi estetici sottesi all’adozione del “genere fantastico” (anche se poi, in generale, per gli scritti del genere della “confessione” o di certo autobiografismo, bisogna prestare attenzione ai “tranelli” postici dallo stesso autore). Inoltre, Di Giacomo, attraverso questo suo “doppio”, ci conduce in luoghi dell’Europa del Nord nei quali il lettore immagina Zimmermann leggere la lettera ricevuta dallo scrittore, luoghi anch’essi costitutivi del genere nelle sue prime esperienze letterarie. È in quella lettera che Di Giacomo indica il titolo Pfeifer und Pocal che avrebbe apposto al suo libro. Perché Di Giacomo traduce, poi, quel titolo in lingua italiana (Pipa e Boccale) quando decide di pubblicare per la prima volta in libro, nel 1893, sei dei suoi racconti fantastici? È la domanda che mi sono posto stante quell’indicazione che il Nostro invece ci offre del titolo in lingua tedesca. La risposta che mi sono dato (che chiarisco nel mio saggio critico e che presumo essere quella più prossima a una spiegazione adeguata di questa scelta) è che Di Giacomo sia stato convinto dall’editore Bideri (o che abbiano insieme convenuto) a tradurre quel titolo in lingua italiana. Bideri deve aver pensato che il più vasto pubblico/lettore medio italiano di fine ‘800, non solo quello che leggeva sui quotidiani dell’epoca racconti d’appendice a puntate, avrebbe avuto più agio nell’acquistare un libro con titolo in lingua italiana piuttosto che un libro del quale, introdotto dal titolo in lingua tedesca, non avrebbe compreso immediatamente il contenuto. Quindi, si può dire che Pipa e Boccale nasce, nel suo titolo, come scelta obbligata da esigenze editoriali e commerciali, mercantili (alle quali, pure, Di Giacomo non si sottrae per poter affermare la propria arte nell’universo delle lettere potendosi così assicurare un introito economico sicuro, stanti, purtroppo, le concrete difficoltà sue e familiari). In questo senso, Di Giacomo si “costringe” a violare una sua volontà. Si spiega così il motivo per cui, mutato con Bideri il titolo in lingua italiana, quello stesso titolo nella Lettera a Zimmermann rimane invece in lingua tedesca: perché Di Giacomo vuol restare fedele ai suoi intenti artistici e, così, conserva uno spazio, almeno nell’introduzione/lettera, che gli consenta, con il titolo in lingua tedesca, di non tradire sé stesso. Per tutte queste ragioni ho voluto rispettare la volontà originaria dell’autore, mantenendo in questo mio libro il titolo Pfeifer und Pocal, quel titolo che rappresenta la volontà di Di Giacomo. Quindi, la mia decisione riguardo al titolo originario è un mio omaggio dovuto allo scrittore e un ulteriore riconoscimento della sua geniale creatività.
La Sua ricerca individua quattordici testi riconducibili al genere fantastico, superando il canone tradizionale che ne riconosceva soltanto sei. In che misura questa ricognizione modifica l’immagine critica di Di Giacomo narratore?
Nonostante una serie di importanti lavori critici sul “fantastico” di Di Giacomo, ai quali si deve una rinnovata attenzione verso un significativo periodo letterario dello scrittore, ciò, purtroppo, non ha sollecitato a un ampliamento degli orizzonti verso la completa produzione digiacomiana in quel genere letterario. La critica si è intrattenuta essenzialmente solo su quei sei racconti già pubblicati nel 1893 con Bideri presumibilmente perché quel libro è stato accolto ‒ forse troppo frettolosamente ‒ come la “summa” del fantastico digiacomiano. Che, invece, in realtà, come ho provato, non si limita a quei soli sei racconti che non sono, da soli, rappresentativi dei più alti esiti dello scrittore nel genere da lui prescelto. Questa sorta di “dimenticanza” di altre sue novelle (che presento nel mio libro), che si possono a ragione definire “del fantastico”, può aver condizionato, quindi, anche gli studi complessivi sul Di Giacomo narratore, privandoci, così, fino ad oggi, della sua esperienza complessiva nel genere. Ora, se, com’è evidente, quella critica letteraria contemporanea non aveva certo il fine di conchiudere un’esperienza di grande significato per Di Giacomo in una circoscritta e non completa produzione, c’è da sottolineare che, però, è avvenuto proprio questo, e che, quindi, su Di Giacomo si è verificato il perdurare, che si può individuare fin dall’inizio del suo percorso nel “fantastico”, di una sorta di tentativo di diminuzione delle sue qualità artistiche. Fin da quando M. Cafiero e F. Verdinois, nel 1879, espressero pesanti dubbi (rendendoli pubblici) sul fatto che Di Giacomo fosse l’autore dei suoi primi racconti fantastici che gli stessi stavano pubblicando sul “Corriere del Mattino”. Furono smentiti entrambi immediatamente dallo stesso Di Giacomo, che continuò a scrivere racconti di quel genere e a riscuotere successo tra i lettori, tanto che il direttore del giornale e il responsabile della pagina letteraria si fecero convincere dell’autenticità e della bontà dell’arte digiacomiana e fecero pubblica ammenda per i propri infondati sospetti! Insomma, quel credito che Di Giacomo si stava faticosamente conquistando, in perfetta solitudine, nell’universo letterario dell’epoca molto accademico e poco propenso alle novità, anche scrivendo egli contemporaneamente ai racconti fantastici opere realistico/veriste, veniva compromesso da critiche malevoli o, appunto, da intenzionali disattenzioni, non certo edificanti per l’ambiente culturale complessivamente inteso ma esplicative di un “consesso” piuttosto chiuso nonostante l’attiva funzione dei quotidiani a stampa che si inserivano prepotentemente in quel contesto con tutta la loro vivacità, stante poi che, per corsi e ricorsi storici, oggi la situazione non è certo mutata, anzi… In ogni caso, poi venne Croce e per Di Giacomo fu il passaggio dalla notte al giorno (almeno in quei primi anni, perché in seguito i loro rapporti virarono sempre di più verso la reciproca insofferenza sul piano dei rispettivi esiti improntati soprattutto agli studi storici, e, alla fine, da parte di Croce, verso il brutale tradimento di un prodigo sodalizio, le cui motivazioni descrivo documentatamente nel mio libro). Sappiamo che, dopo lo scritto elogiativo di Benedetto Croce del 1903 su “La Critica”, i riflettori dell’ambiente letterario si puntarono su Di Giacomo, fortunatamente. E da lì in avanti la più quotata critica letteraria nazionale e europea varò ricerche e studi sull’arte digiacomiana in innumerevoli saggi che ne hanno favorevolmente analizzato i vari aspetti (poesia, narrativa, saggistica), fino a Pier Paolo Pasolini e oltre. Si deve dire poi che Di Giacomo era perfettamente consapevole della propria arte, e della sua importanza, affinata in anni e anni di studi giovanili e nella sua maturità, come nel suo lavoro di bibliotecario e di bibliofilo: per questo, non era certo propenso a consentire a chicchessia di metterlo a tacere; e, infatti, quando era il caso, come con Croce, non si sottraeva a ingaggiare polemiche anche aspre se veniva colpito il suo impegno nella cultura o il suo metodo di ricerca scientifica. Non si deve dimenticare che lo scrittore dedicò tutta la sua vita, fin da quando era appena diciottenne, all’innalzamento delle Lettere e della Cultura e ai loro valori, in direzione della formazione di una società civile consapevole e informata (importantissimo in questo senso anche il suo lavoro da giornalista engagé), con strumenti di grande qualità e raffinatezza, anche linguistica. Di Giacomo era un genio e, per questo, contrastato e non poche volte svalutato. Intenzionalmente. Anche perché il suo impegno, prodotto con maestria e con successo in tante diverse direzioni, generava, all’epoca, non solo prevedibili antagonismi, anche esasperati, ma invidie malcelate, persino da parte dello stesso Croce (come spiego nel libro). Ne andò di mezzo anche il suo lavoro nel “fantastico”: un lavoro di estrema importanza quando si consideri, poi, che su diverse novelle del genere egli, come ho detto, tornò sulle loro redazioni originarie per modificarle, ampliarle, fino a pochi anni prima della sua morte avvenuta nel 1934, tanto che di alcuni di questi racconti abbiamo molte diverse versioni pubblicate dall’autore. Questo ci dice innanzitutto che egli attribuiva una dignità letteraria straordinaria al “fantastico” non inferiore a quella da lui assegnata alle novelle veriste, per la possibilità che questo genere gli offriva di agire, con lo strumento letterario, non solo per la sprovincializzazione della cultura partenopea e nazionale ma anche perché il “fantastico” (più del suo “verismo sentimentale”) gli consentiva di esercitare, con gli artifici retorici propri del genere, un’ulteriore denuncia dei mali della società a lui contemporanea nell’indagine della condizione esistenziale dell’uomo nella modernità caratterizzata dalla crisi della coscienza europea. Pertanto, sì, c’è stata una “dimenticanza” verso questo versante della scrittura digiacomiana e sui suoi aspetti innovatori, anche da parte di Croce non particolarmente attratto (indisposto ad assegnare loro il valore che pretendevano) dalle novelle “fantastiche” del Napoletano. Tale “negligenza” si è tinta, purtroppo, in alcuni casi, anche dei colori opachi dell’ideologia, che ha la funzione e l’inappellabilità di una censura, frutto di un inganno interpretativo (che ha inizio fin dall’episodio della “frattura” con Benedetto Croce che descrivo analiticamente e con documenti inediti nel libro). Questi rilievi e la mia ricognizione critica nei quattordici racconti “fantastici” digiacomiani, invitano quindi anche a mutare approccio nello studio del significato della ricerca culturale di Di Giacomo: non si tratta di una “parentesi” che lo “svagato” di Giacomo (come pure oggi qualcuno, nella critica letteraria, si ostina a definirlo) ha voluto prendersi dalle sue fatiche di poeta, di studioso e di verista sentimentale, o dalle sue ‘ombrose’ problematiche esistenziali, no! Di Giacomo ha affrontato quel percorso nel “fantastico” in modo ampio e continuativo non solo per affrontare una prova stilistica importante considerati anche i “maestri” con i quali egli decide di misurarsi (Poe, Hoffman… ai quali, non per altro, dedica alcuni di questi racconti), e non solo facendo propri i contenuti del genere letterario ma apportandovi elementi di grande originalità.
Nel saggio introduttivo Lei affronta il rapporto tra Di Giacomo e Benedetto Croce, facendo riferimento a una forma di “ostracismo” nei confronti del poeta negli ultimi anni della sua vita. Quali dinamiche storico-culturali emergono da questa vicenda?
Come già dicevo nella risposta precedente, i rapporti tra Di Giacomo e Croce si fecero, di anno in anno, dopo il 1903, piuttosto complessi e contrastanti. Entrambi operavano a Napoli, entrambi uomini di cultura di saldo e riconosciuto valore, entrambi desiderosi di affermare la propria importanza e competenza negli studi specialistici storici e storiografici e, per Di Giacomo, anche, soprattutto, nella Poesia e nella Narrativa; entrambi godevano di un seguito nel pubblico che li seguiva (Di Giacomo nell’affrontare anche una agguerrita concorrenza, e Croce, naturalmente, anche in quello più esclusivo dell’ambiente degli studi filosofici internazionali); l’uno, molto benestante, viveva di rendita, l’altro, orfano di padre dal 1884, era oberato costantemente da problemi economici e dal sostentamento della sua famiglia che doveva fronteggiare con i soli scarsi proventi della sua attività di giornalista, prima, e, poi, con una raggiunta sicurezza economica da quando, dopo alterne vicende, fu finalmente inserito stabilmente nei quadri dirigenziali del sistema bibliotecario napoletano. Rapporti tra lo scrittore e il filosofo quindi caratterizzati non solo da felici collaborazioni ma anche e sempre più spesso, da ripicche, gelosie, contrasti che sfociavano in polemiche sulle pagine dei giornali. Non se le mandavano a dire e si comportavano di frequente, come, diremmo oggi, due “prime donne” sulla scena del teatro della società napoletana più importante ed “esclusiva”, “di tendenza”. Per conoscere i contenuti, le fasi altalenanti della loro reciproca “vicinanza” e poi l’episodio eclatante che diede fine a questa difficile “amicizia”, rimando alla lettura della sua storia che spiego (anche con documentazione tratta dall’Archivio del Senato italiano) dettagliatamente nel libro. Pertanto, è nell’assunzione di quella reazione di Croce contro lo scrittore (una reazione che ha contenuti spregevoli) che si deve interpretare anche il successivo esito della “fortuna” digiacomiana condizionata, appunto, dalla condanna ricevuta dal filosofo. Purtroppo, sulle tracce di Croce si è continuato, da parte di alcuni noti esegeti di Di Giacomo, in epoca contemporanea, a fornire una lettura strabica, ideologica, dell’arte digiacomiana da cui il suo ostracismo dagli ambienti… vogliamo dirlo?… del “politicamente corretto” di certa cultura nazionale. Fino a dichiarazioni, per esempio, che vorrebbero persino un Di Giacomo “che non riesce a penetrare in pieno in una realtà che l’affascina” (!), laddove quella “realtà” è Napoli, e che, detto di un intellettuale nato e vissuto per sempre a Napoli, che con la sua Arte ha innalzato la sua Città ai vertici della cultura nazionale, e che ha dedicato gran parte della sua vita alla descrizione e alla denuncia (da giornalista e da narratore e drammaturgo) delle degenerazioni di certo tessuto sociale e di certi ambienti amministrativi di Napoli dei quali ci fa conoscere il “corpo malato” con attenta cura di dettagli e di luoghi e di persone con il fine di sollecitare il rigore etico e morale dei suoi interlocutori, e secondo principi estetici e stilistici mai venuti meno… fa davvero cadere le braccia e smaschera, appunto, il fine ideologico di una condanna, “in vita” e postuma, contro Di Giacomo che pesa ancor oggi sul mancato riconoscimento delle sue altissime qualità nel più vasto ambiente culturale italiano. Insomma, da parte di taluni critici si è proceduto prima per una “diminuzione” -che avrebbe dell’umoristico se non fosse drammatico, come direbbe Flaiano- del suo raggiunto status di uomo di cultura ‘a tutto tondo’, “diminuzione” che tende, come ho detto, anche a disconoscere proditoriamente di essere lui uno dei più dotati interpreti della cultura napoletana: di più, la sua attenzione verso la storia e la cultura napoletana lo fa generalmente identificare ancora oggi con Napoli, diventando lui stesso Napoli insieme forse, nell’immaginario collettivo, soltanto a Eduardo De Filippo (per quanto ne ha saputo impareggiabilmente cantare, in tutte le forme d’arte che egli adotta ‒ dalle celebri canzoni, alle novelle, al teatro ‒ gli aspetti molteplici e variegati di capitale di una civiltà che stava per essere seppellita dall’irruzione mal governata del presente e poi dalle sue scorie); poi, in quest’opera di misconoscimento si è proceduto con la definitiva condanna ideologica per consegnare il “povero” genio letterario alla damnatio memoriae. Con il mio libro ho voluto anche indicare, quindi, che la censura ideologica applicata a uno squisito, sofisticato Maestro delle Lettere qual è Di Giacomo in realtà ricade pesantemente su quanti l’hanno sostenuta e li fa strumenti di ambienti politico-culturali che discriminano, senz’altro scopo se non quello di corrispondere alla schiavitù di un “pensiero” antistorico che mortifica la stessa funzione di chi vi si adegua. Detto tra noi, è un bene che il grande scrittore napoletano non sia stato acquisito al “politicamente corretto”: la sua non è un’Arte asservita a scopi politici e tantomeno ideologici, per nostra fortuna.
La critica ha spesso evidenziato l’influenza di Edgar Allan Poe ed E.T.A. Hoffmann sulla narrativa fantastica di Di Giacomo. Quali elementi ritiene invece specificamente “partenopei” e originali nella declinazione del fantastico e del perturbante operata dall’autore?
La sua domanda mi porta alla mia scelta di aver dedicato uno spazio particolare, proprio in conclusione del mio saggio critico, al racconto fantastico che Di Giacomo ambienta a Napoli, unico racconto a proporre questa mutazione di prospettiva rispetto ai luoghi del Nord Europa che egli invece ha scelto per ambientare tutte le sue altre novelle di questo genere. L’amico Richter, che a mio avviso è una delle più belle novelle “fantastiche” digiacomiane, mostra quindi l’incursione, per così dire, della “napoletanità” nel fantastico digiacomiano. Ma, c’è da aggiungere, non si tratta solo di “toponomastica”, essendo invece Napoli il valore aggiunto di questo racconto. In verità, lo scrittore ha sempre assegnato un ruolo di grande rilevanza al significato della conservazione della memoria del passato ed è in questa dimensione (insieme letteraria e “intima”) che emergono i luoghi napoletani dell’Amico Richter: in quanto da una parte scrigno dei contenuti di un’età d’oro di Napoli, dall’altra in quanto fonti inestinguibili di ispirazione. Così, in questo racconto, è l’anima stessa di Napoli che Di Giacomo ascolta e alimenta, la sua stessa anima in quel processo di identificazione di cui ho scritto. Pertanto, come ho anche indicato nel mio saggio, il “fantastico” non dipende da un luogo o da un altro in cui lo si ambienta, ma da un canone estetico, stilistico e retorico, e L’amico Richter mi sembra ne sia appunto la dimostrazione; allo stesso modo non vi è un perturbante “partenopeo”: vi è invece la capacità di Di Giacomo di attingere al mistero e all’incognito, come al soprannaturale e al gotico, nella narrazione, ovunque egli decida di ambientarla, assecondando da un lato, bisogna dire per meglio rispondere alla sua domanda, certa importante tradizione “magica” della cultura partenopea (di cui egli, per esempio, ci offre ‒ in Napoli: Figure e Paesi ‒ un “quadro” succulento nella sua descrizione dei laboratori dell’alchimista Raimondo di Sangro, Principe di Sansevero), dall’altro la sua curiosità di studioso e uomo di Lettere verso un genere che, per sue stesse caratteristiche, gli consentiva di mascherare (ma così anche di suggerire, per un lettore attento) il suo immedesimarsi in alcuni personaggi ritratti e nella vita che essi conducono. La sua elaborazione di uno spazio “altro” dal reale conosciuto, fenomenologico, è quanto si può, così, riconoscere anche nella scrittura dell’Amico Richter. Un’alterità (che egli evoca per alcuni vicoli e quartieri di Napoli e che si risolve, nel racconto, con un meccanismo narrativo di straordinaria potenza) il cui senso viene in parte colto anche dalla studiosa V. Fulginiti quando rileva che Di Giacomo in alcune descrizioni di ambienti o della Natura si comporta come un turista, un “visitatore europeo” che osserva un paesaggio a lui nuovo, esotico, e ne viene perdutamente ammaliato vivendolo come fosse catturato da una magia “straniante”. Accanto a queste interessanti considerazioni di Fulginiti, è doveroso rilevare anche che quello spazio “altro” non si costituisce miracolosamente ma è razionalmente elaborato da Di Giacomo con lo scopo di inverare una corrispondenza di quei paesaggi (urbani e naturali) con sé stesso, con i più interiori moti del suo animo, tanto da condurci dentro i meccanismi della sua mente e dei suoi sentimenti declinati nell’assunzione del “fantastico”. Ciò gli consente di elaborare anche da un vicolo di Napoli un contenuto soprannaturale, di un mondo “altro” e di personaggi intrisi di quel mistero, che si alimenta di contenuti incogniti, come misterioso, vuole suggerirci, è il processo profondo che presiede al formarsi e all’esplicarsi dei sensi e delle idee. E non è un caso che l’amico Richter, figura disegnata da Di Giacomo in modo sorprendente, si chiami Otto: è lo stesso nome del Professor Zimmermann, primo personaggio “fantastico”, come ho detto, che ci si presenta fin dall’inizio dell’esperienza nel genere dello Scrittore ed è, come Zimmermann, anche lui, Richter, un “professore”, come se Di Giacomo insomma volesse mostrarci l’andamento di un percorso circolare nel suo viaggio nel genere letterario, l’ “avvento” e l’ “approdo” di un itinerario, da Otto Zimmermann a Otto Richter.
Lei sottolinea come Di Giacomo dimostri una precoce padronanza del genere fantastico già in età giovanile. In che modo questa produzione si integra o si pone in tensione con il successivo approdo al Verismo?
C’è un dato che si deve ricordare: la produzione digiacomiana nel “fantastico” è contemporanea a quella verista, del suo “verismo sentimentale” ai suoi inizi. Ciò ci dice da una parte che i suoi interessi si dipanano fin da subito in molteplici e varie direzioni (fantastico, poesia, narrativa, drammaturgia) come se (ma non facciamoci ingannare!) lo scrittore non avesse ben deciso quale intraprendere di quelle strade; dall’altra che egli era attratto in egual modo da diverse esperienze di scrittura letteraria. In verità, mi sembra che Di Giacomo non si sia posto il “problema” di quale direzione dare alla sua creatività, anche se, in seguito, tralascerà la produzione del “fantastico”: ma non si tratterà di un vero e proprio abbandono, perché, come ho detto, egli ritornerà fino all’età matura su quei racconti fantastici per modificarli e pubblicarli in nuove versioni. Invece, nel mio libro, a proposito di questo aspetto, ho indicato una circostanza che mi sembra rivelatrice nella sua scelta dei sei racconti pubblicati con Bideri: tre di quei racconti insieme a contenuti labilmente “fantastici” presentano aspetti più marcati proprio nella direzione del realismo. In questo senso ho sottolineato (nel mio saggio lo spiego estesamente insieme ad altre occorrenze) che Di Giacomo ha voluto portare il lettore a partecipare di una sua evoluzione, cioè di quel fatidico momento in cui egli stava compiendo una probabile scelta (come poi in effetti è avvenuto): tre racconti prettamente fantastici accanto ad altri tre racconti, più prossimi al realismo che al fantastico, suggeriscono che egli voleva così “informare” il lettore (oppure voleva solo chiarirlo a se stesso) che dopo il 1893 non avrebbe scritto più racconti del genere fantastico ma avrebbe prediletto la sua vocazione verista che si andava formando. Quindi, lo scrittore vuol suggerire anche lo stretto rapporto del quale reale e irreale si nutrono vicendevolmente nella vita e nell’evoluzione della sua scrittura letteraria e della sua poetica, di cui (è questo il dato che ho voluto porre all’attenzione) egli ci mette sull’avviso proprio nella scelta, singolare, di tre di quei sei racconti pubblicati con Bideri.
Dalle Sue ricerche emerge la figura di un Di Giacomo fortemente impegnato nella tutela del patrimonio storico e culturale napoletano. Come si intrecciano, nella Sua opera, tensione erudita, memoria storica e fascinazione per il macabro e il misterioso?
Si tratta di un aspetto di grande importanza nel percorso complessivo dello Scrittore. Perché dobbiamo assumere come dato di fatto che Di Giacomo ha esaltato Napoli e i suoi beni artistici e monumentali in ogni sua espressione letteraria, oltre che, naturalmente, nei suoi studi storiografici; un impegno che è testimonianza dell’amore incondizionato che egli nutriva per Napoli, la sua città la cui gloria era stata offesa da ingiurie rivolte anche al suo patrimonio di beni culturali complessivamente intesi oltre che ai suoi abitanti. Tensioni che portano Di Giacomo a fondare “Napoli Nobilissima” alla quale rivista partecipò anche Croce. D’altra parte, la sua fascinazione per il macabro e per il misterioso si relaziona con i suoi studi eruditi nel suo riuscito tentativo di coniugare tra loro due aspetti precipui della sua arte e della storia partenopea: quindi di Scrittore brillante e colto che si apriva e invitava ad accogliere esperienze letterarie innovatrici, e di testimone e protagonista della cultura napoletana che vede il “misterioso” e anche il “macabro”, come ho spiegato, manifestarsi nell’antica tradizione dell’ “occultismo” napoletano e nei suoi miti, quindi in un elemento che era già parte costitutiva del suo patrimonio culturale in quanto intreccio di paganesimo, alchimia, esoterismo, magia, credenze popolari, e espressione tra le più importanti e significative di convivenza di sacro e profano. Tutto ciò gli ha consentito di aderire e anche di innovare lui stesso il genere “fantastico” anche in riferimento alla sua personale percezione dell’ “incognito” consustanziale ai movimenti dell’animo umano che egli ha così bene evidenziato nell’elaborazione di personaggi “problematici”, complicati, sul piano esistenziale, e ricchi di quelle “sfaccettature” e caratteri che ho indagato nella mia analisi dei testi nel saggio che accompagna il mio libro.
La Sua esperienza biografica e intellettuale attraversa contesti culturali differenti: Napoli, le Marche e l’area balcanica. In che modo questa pluralità di prospettive ha influenzato la Sua lettura della “sprovincializzazione” della letteratura napoletana operata da Di Giacomo?
Devo dire che la mia personale esperienza nella creatività letteraria si è nutrita senza dubbio delle diverse realtà culturali e sociali che ho potuto frequentare, enumerando tra queste anche la mia residenza, per un certo periodo, in Sicilia come anche in Lombardia. Mi ritengo fortunato, per questo, potendo attribuire a questa mia educazione/formazione l’attenzione verso la cura del Bello (cultura, arte…) che mi è stata impartita dai miei genitori, Vera e Alfredo. Tutto questo mi ha fatto acquisire probabilmente una ‘forma mentis’ pronta ad accogliere sollecitazioni e a interpretare certe esperienze culturali/letterarie da una postazione forse privilegiata in questo senso. L’indagine che io conduco su Autori e testi si concentra non solo nel percorso Vita-Arte ingaggiato dallo scrittore (che è assunzione di una ‘lotta’ tra ricerca letteraria, che si alimenta anche del genius loci, e ricerca interiore) ma anche nell’analisi critico/filologica dei suoi moventi come emergono dall’itinerario estetico di quell’autore, dalla sua poetica. Mi sono interessato alla Cultura balcanica (come anche a quella irlandese con una antologia di poesie dal medioevo ai giorni nostri, un lavoro che presenta un percorso per la prima volta in Italia ad ampio spettro sulla poesia di Éirinn) inizialmente per quella curiosità intellettuale che fin da studente liceale mi ha condotto per esempio a leggere tutto il teatro di Checov o di Shakespeare, o i maggiori poeti italiani e ‘stranieri’, e poi, nel caso particolare, avendo in seguito conosciuto, nei Balcani, poeti e scrittori bosniaci, croati, serbi, sloveni, con alcuni dei quali conservo da tanti anni un’amicizia preziosa. Da lì, preso anche atto che in Italia non vi è un’adeguata conoscenza di quella letteratura (nonostante meritori traduttori e studiosi italiani come Giacomo Scotti, per esempio, o l’amico Silvio Ziliotto, abbiano, prima di me, pubblicato libri su quelle esperienze e in particolare sulla narrativa) ho deciso di aprire una ulteriore ‘finestra’ sulla Poesia e anche su lavori in prosa balcanici, come il bellissimo libro del filosofo, vivente, Predrag Finci “La stazione e il viaggiatore”, che ho tradotto insieme con Bozidar Stanisić e che accompagno con un mio saggio critico, di cui ho promosso la pubblicazione in Italia. Così, l’”Antologia di Poeti contemporanei dei Balcani” che ho ideato e alla quale ho chiamato a collaborare il caro amico poeta Emir Sokolović e altri amici, tra i quali, come uno dei traduttori, Iljia Balta, offre la conoscenza di significativi percorsi poetici in quella complessiva Regione soggetta, peraltro, ancora oggi, alle conseguenze della terribile guerra civile del 1992-’96. Ho tradotto, poi, poeti balcanici anche per alcune Riviste specialistiche italiane e, dunque, non posso non ricordare il libro che ho curato su quello che viene generalmente riconosciuto come il Poeta più apprezzato e diffuso del Secondo Novecento balcanico e di grande rilevanza anche nell’ambiente poetico europeo, Izet Sarailić (“Izet Sarajlić per Sarajevo – Vita e Poesia”), un libro che si avvale della partecipazione anche di Erri De Luca (amico fraterno di Sarajlić) e di tanti altri estimatori europei e amici scrittori del Poeta di Doboj e sarajevita d’elezione, considerato dalla critica e dall’Ambasciata italiana a Sarajevo, come un “importante veicolo di Pace e Amicizia tra i Popoli”, e poi uno dei miei libri nei quali, in poesia, presento la mia esperienza culturale dei Balcani, dal titolo “Bosnia, appunti di viaggio e altre poesie”. In questo mio approssimarmi a una Cultura di illustre tradizione europea mi faccia ricordare -in piena umiltà- che ha esercitato un ruolo significativo anche il fatto che al mio primo libro di poesie “I Canti” del 2015 è stato attribuito il Primo Premio nell’importante Rassegna internazionale di Poesia “La Piuma di Zivodrag Zivković”. Ciò premesso, la traduzione per me è stata il ‘veicolo’ di conoscenza e di indagine di una delle più importanti culture europee, e strumento di studio anche di altre letterature come appunto anche quella irlandese. In questo specifico ambito si deve ricordare che Di Giacomo nutriva un certo interesse (non coltivato con continuità) per la traduzione e una certa predilezione per la lingua e per alcuni aspetti della cultura francese che rileviamo nella sua traduzione dei fratelli De Goncourt (Sœur Philomèle) in relazione al suo interesse verso il Naturalismo, e da Giacomo Casanova per la sua Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle les Plombs… Ma la “sprovincializzazione” che Di Giacomo opera della cultura partenopea e nazionale si deve leggere, a mio avviso, non solo nella sua “curiosità intellettuale” e nei suoi studi specifici, ma, se si vuole indicarne una origine si deve individuarla proprio nel suo interesse per il Fantastico e per il Naturalismo francese: entrambe esperienze “di frontiera”, per così dire, nella loro indubbia funzione di superamento di un certo paludamento non solo della letteratura napoletana di quel periodo ma anche di quella nazionale. Di Giacomo era un attento osservatore delle esperienze culturali europee e dei suoi pionieri e con il “fantastico” prima -che si nutre, in lui, anche delle sollecitazioni poste dalla Scapigliatura lombarda- e poi con il suo “verismo sentimentale”, se ne fa promotore e innovativo interprete, per di più precorrendo alcuni temi che saranno propri del Decadentismo.
La partecipazione a “Incontri Capitali – Pesaro 2024” rappresenta un importante riconoscimento istituzionale. Che valore assume, per Lei, la possibilità di riproporre la figura di Salvatore Di Giacomo in un contesto culturale di rilievo nazionale ed europeo?
L’invito a “Pesaro-Capitale della Cultura 2024” che ho ricevuto dall’ex sindaco, Matteo Ricci, oggi europarlamentare, mi ha offerto l’pportunità di parlare dello Scrittore napoletano a un pubblico interessato. È stata un’esperienza preziosa e mi auguro produttiva per chi vi ha partecipato. Da tutto quello che ho scritto in queste mie risposte, si evince che uno dei miei scopi nell’elaborazione e nella cura di questo libro è stato anche di sottrarre lo Scrittore partenopeo a quella damnatio memoriae a cui ho accennato, dettata da deplorevoli e vacui pretesti ideologici: e sappiamo che quando si mette in moto la macchina dell’ideologia piantata sopra l’esperienza di uno Scrittore come una bandiera che segnala un territorio, poi diventa complicato (ma imperativo) riuscire a fermarla: io vi provo con questo mio libro anche perché non si continui a mortificare la necessità dell’Arte con letture precostituite peraltro in un ambito esterno alla Cultura strictu sensu… Di Giacomo non ha altri vessilli da esibire se non quello della Cultura. Comunque, si deve sottolineare con grande favore che, al contrario, Napoli nel 2024 ha celebrato i 90 anni della scomparsa dell’Autore con una serie di importanti eventi, i quali però, si deve aggiungere per avvalorare il loro significato, non hanno purtroppo oltrepassato le barriere di quell’ostracismo applicato ancora oggi contro Di Giacomo. Lo testimonia il fatto, per esempio, che di quella celebrazione se n’è parlato solo a Napoli, rimanendo confinata nell’ambiente circoscritto di uno spazio metropolitano e se vogliamo regionale, seppure edificante. Insomma, per i motivi biasimevoli che ho indicato, vi è ancora molta ‘resistenza’ ad accogliere Di Giacomo nel luogo che gli è più consono, nel Pantheon dei più importanti intellettuali che hanno dato lustro all’Italia, non solo a Napoli. Tutto questo anche perché sulla “fortuna” anche ‘attuale’ dello Scrittore ha giocato un ruolo determinante e negativo (e continua a esercitarlo, seppure non dovrebbe essere così) proprio l’arbitraria e strumentale eredità del tardo pensiero crociano su Di Giacomo, che pesa, su di lui e sulle sue opere, come una lugubre pietra tombale.
Alla luce del lavoro complessivo svolto, ritiene che la riscoperta del Di Giacomo “fantastico” possa contribuire a ridefinire più in generale i confini stessi del canone della narrativa italiana tra Otto e Novecento?
Solo se verranno sciolti quei “lacci” ideologici che soffocano Di Giacomo e la sua Arte; ostacoli che, peraltro, testimoniano anche della negativa circostanza per cui un’alta esperienza culturale, come quella appunto digiacomiana, non viene neppure accennata nei programmi delle Università italiane! Riguardo, quindi, alla sua complessiva qualità, sì, come ho scritto, Di Giacomo ha “le carte in regola” (se mi si passa l’espressione) perché la sua opera di novelliere del “fantastico” riformuli certi esiti sulle avanguardie letterarie di fine ‘800, accertati, come ho mostrato nella mia analisi critico/filologica dei suoi racconti, i suoi indubbi e grandi meriti nell’elaborazione di una personalissima (e innovatrice) interpretazione del genere letterario, e il suo significato che non è mai stato di pura emulazione di quel genere a lui preesistente, ma strumento di ricerca estetico/filologica coniugata con le sue istanze di Uomo di Cultura “a tutto tondo”, nato e vissuto in una Capitale della Cultura di ogni tempo come Napoli che egli ha costantemente innalzato anche scuotendola da certo torpore, prima da giornalista e poi da interprete e protagonista di una intensa, ricca, esemplare stagione letteraria che continua, nell’oggi, a brillare… (nonostante Croce!).
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Lorena Coppola, Fondatrice e Presidente della Fondazione Léonide Massine, giornalista, esperta di comunicazione, international project management e direzione artistica, ha al suo attivo una lunga esperienza nel settore editoria. Traduttrice, scrittrice, docente, autrice e curatrice di diversi testi, si occupa da anni del settore stampa, pubbliche relazioni e content management. Danzatrice e coreografa, esperta di studi coreutici, ha collaborato con diversi teatri e compagnie internazionali, tra cui il Vancouver City Dance Theatre e il Théâtre de l’Opéra Metz-Metropole. Dal 2010 è Vicedirettore del Giornale della Danza. Attualmente fa parte della redazione partenopea di Politica Meridionalista.