Antonio Mattone: il coraggio della parola, tra cronaca e profezia

Antonio Mattone

Antonio Mattone, scrittore e giornalista, è da sempre un osservatore attento delle dinamiche sociali del Mezzogiorno. Da anni affianca all’attività di analisi e divulgazione un impegno costante nel racconto delle periferie umane e territoriali, con particolare attenzione ai temi della giustizia sociale, della memoria civile e della responsabilità pubblica. La sua scrittura si colloca nel solco del giornalismo narrativo d’impegno civile, coniugando rigore documentale e partecipazione etica. In un’epoca in cui la narrazione delle complessità territoriali oscilla spesso tra semplificazione e freddezza statistica, l’opera di Antonio Mattone si impone come un presidio di memoria e responsabilità civile.  Già autore dei volumi E adesso la palla passa a me. Malavita, solitudine e riscatto nel carcere (2017) e La vendetta del boss. L’omicidio di Giuseppe Salvia (2021), entrambi editi da Guida Editori, con il suo ultimo saggio Il Casalese di Dio. Don Peppe Diana: storia, omicidio, verità, edito da EDB nel 2026, l’autore dedica una profonda riflessione alla figura del sacerdote ucciso dalla camorra. Mattone non si limita a ricostruire una vicenda giudiziaria e umana, ma restituisce spessore vitale a una testimonianza che interroga ancora il presente. La sua scrittura, sospesa tra il rigore dello storico e l’intensità del cronista partecipe, attraversa le ferite di una terra segnata da contraddizioni profonde, evocando il “drammatico paradosso” tra bellezza e disuguaglianza richiamato da Papa Leone XIV in occasione della sua ultima visita a Napoli.

Nella Sua carriera Lei ha spesso indagato le zone d’ombra della nostra società. Nel Suo nuovo libro, “Il Casalese di Dio”, la figura di Don Peppe Diana emerge come un uomo che “non aveva paura”. In un contesto dominato dal “pantano del terrore”. Dove risiede, secondo la Sua analisi, la genesi di un coraggio così cristallino e dichiaratamente pubblico?

Se don Peppe avesse avuto paura o meno è uno dei punti oscuri di questa vicenda. A quanto risulta lui non manifestava mai a nessuno il suo stato d’animo, spesso a chi gli diceva di stare attento diceva che aveva il colletto da prete che lo proteggeva, un po’ come un giubbotto antiproiettile. Probabilmente si sentiva sicuro perché a Casal di Principe era conosciuto un po’ da tutti, anche dai malavitosi, che aveva frequentato da ragazzo-: in un piccolo paese tutti si frequentavano e si conoscevano. Tuttavia negli ultimi tempi sembrava avesse qualche preoccupazione che manifestò a un suo confratello e a un giudice che andò a trovare. In ogni caso credo che la sua fede in Gesù sia stata la forza per resistere alla paura.

Papa Leone XIV, nel suo recente discorso a Napoli, ha parlato di “periferie esistenziali annidate anche nel cuore del centro storico”. Come si intreccia questa Sua nuova opera con la necessità di illuminare le zone in cui la “geografia della disuguaglianza” si fa più acuta e opprimente?

Casal di Principe e tutto l’agro aversano sono stati a partire dalla fine degli anni ’80 delle zone dove la camorra la faceva da padrona. Don Peppe via via si rese conto che la situazione andava degenerando. Tuttavia lui non si riteneva e nei fatti non era un prete anticamorra, ma era qualcosa di più: un cristiano autentico che voleva testimoniare ai suoi giovani la forza e la bellezza del Vangelo. Certamente prese posizione contro la violenza e cominciò dei percorsi di legalità con i suoi ragazzi e gli studenti delle scuole. Era un prete a tutto tondo. Credo che nelle zone dove ci sono diseguaglianze e marginalità i sacerdoti piuttosto che alzare polveroni che alla fine finiscono per lo più con il dare loro un’aurea di protagonismo, dovrebbero stare accanto a questi ragazzi ed insegnargli valori come la legalità, la lealtà, l’amicizia. Ma poi quale prete non è contro la camorra?

Nel volume Lei affronta il trinomio storia-omicidio-verità. Qual è stato l’ostacolo intellettuale o documentale più complesso nel ricomporre una verità che per anni è stata insidiata da tentativi di depistaggio e fango mediatico?

La prima difficoltà è stata quella di recuperare tutti gli atti dei tre processi: non sono stati trovati gli atti dell’appello e quelli del processo stralcio al mandante dell’omicidio. Poi ho individuare e mettere da parte le dicerie. Episodi che sembravano certi si sono rivelati infondati. Infine devo registrare che colui che fu accusato di premere il grilletto, Giuseppe Quadrano non ha voluto parlare con me. Lui avrebbe potuto essere determinante nel raccontare la verità di quello che effettivamente successe quel 19 marzo 1994.

Il Papa ha denunciato una crescita turistica a cui non corrisponde un dinamismo economico inclusivo. Don Diana sognava un riscatto che coinvolgesse i giovani delle scuole e della parrocchia. Ritiene che l’attuale modello di sviluppo della città stia tradendo quell’aspirazione a un “progetto comune” a favore di una mera fruizione estetica?

Il Papa ha messo in guardia da questo pericolo perché sa che è forte la possibilità di tenere fuori i giovani da un progetto di crescita economica e culturale della città. A Napoli sono spuntate diverse attività legate al turismo, ma poi bisogna vedere l’effettiva ricaduta sui giovani. E poi ci sono interi quartieri della periferia che restano vuoti e privi di attività per i giovani.  Spero che alla fine i progetti di crescita nella città, non finiscono esclusivamente nelle mani delle solite lobby.

La prefazione del Suo libro è affidata ad Andrea Riccardi. In che misura la prospettiva della Comunità di Sant’Egidio, da sempre vicina agli ultimi, ha influenzato il Suo modo di narrare la figura di un sacerdote che ha fatto della “presenza” la sua arma principale contro la malavita?

Devo innanzitutto ringraziare Andrea Riccardi che mi ha spinto e incoraggiato a scrivere questo libro una volta avuto l’incarico dal vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo. Poi certamente la sensibilità maturata all’interno di Sant’Egidio mi ha aiutato a comprendere e delineare i tratti del sacerdote. Del resto in questi anni ho conosciuto centinaia di preti, con alcuni dei quali ho stretto delle belle amicizie. E questo sicuramente mi ha permesso di entrare nelle dinamiche della vita sacerdotale. Infine, con la Comunità di Sant’Egidio ho imparato a conoscere e ammirare i nuovi martiri, quei preti e laici che nel ‘900 e in questo inizio di secolo hanno dato la vita per il Vangelo. E don Diana è certamente uno di questi.

Il Pontefice invoca un’azione dello Stato “più che mai necessaria per dare sicurezza e fiducia”. Dalla Sua prospettiva di osservatore privilegiato, quanto è ancora lungo il cammino per colmare quel vuoto istituzionale che Don Peppe Diana cercò di colmare con la sola forza della Parola?

Molti hanno scritto che dopo l’omicidio di don Peppe Diana la camorra casalese venne sconfitta. In effetti un duro colpo ai clan avvenne solo dopo gli arresti di Michele Zagaria e Antonio Iovine avvenuti rispettivamente nel 2011 e nel 2010. Oggi non possiamo assolutamente affermare che la camorra casalese sia stata sconfitta anche se il paese non vive più sotto quella cappa di terrore a cui era sottomesso. Direi che la malavita ha cambiato pelle..  Oggi forse è meno visibile, non fa omicidi ma affari. Esiste una camorra finanziaria, dei colletti bianchi, non meno pericolosa di quella che si affermò alla fine degli anni ’80, perché impedisce uno sviluppo sano alla vita imprenditoriale ed economica del territorio. Forse è cambiata la consapevolezza che ai vari clan non convenga più combattere fra di loro, ma accordarsi e spartirsi le zone e i settori di interesse.

Lei descrive l’idea del riscatto come un elemento in grado di impedire l’imprigionamento nel terrore. Nella Napoli del 2026, quali sono le nuove forme di “prigionia” che minacciano la libertà delle coscienze, al di là della criminalità organizzata?

Assistiamo sempre più spesso al fenomeno di giovani violenti che camminano portandosi in tasca un coltello o una pistola. E che usano in modo sconsiderato alla prima occasione. Magari non comprendono subito le conseguenze devastanti che possono produrre. E’ un fenomeno culturale che si fonda su modelli televisivi sbagliati, a cui si unisce la mancata presenza delle famiglie. Sono giovani che spesso hanno genitori in carcere o che comunque non sono presenti nella loro vita. Ragazzi che devono dimostrare di essere qualcuno, e lo fanno in questo modo irruento.

Il Suo libro sembra voler togliere Don Diana dall’iconografia del “santo subito” per restituircelo come uomo del suo tempo. Qual è il tratto più squisitamente umano, e forse meno noto, emerso durante le Sue ricerche e che considera fondamentale per comprendere il suo sacrificio?

Sì, la figura di don Peppe offerta dalle fiction televisive e da una certa narrazione, lo ha voluto relegare nell’angusta etichetta del “prete anticamorra”, un’immagine a mio avviso distorta.  Certamente, quella che emerge dalle testimonianze delle persone che ho intervistato è la personalità di un uomo complesso. Io lo ritengo un prete libero, fuori dagli schemi che sapeva calarsi nei problemi delle persone che incontrava e nella mentalità del paese che ben conosceva. Tuttavia era dotato di una grande spiritualità. La lettura del Vangelo e la preghiera gli davano quella forza che gli permetteva di affrontare quelle situazioni difficili che incontrava in quegli anni nel suo paese.

Il Pontefice ha elencato piaghe persistenti: disoccupazione, dispersione scolastica e carenza di servizi. In che modo il “Metodo Diana”, fatto di educazione e condivisione, può essere applicato oggi per contrastare l’azione “pervasiva della criminalità” tra le nuove generazioni?

Don Peppe era un educatore attento, anche se poteva sembrare superficiale e giocherellone.  Ascoltava i suoi ragazzi e si faceva carico dei loro problemi anche quelli più banali e così costruiva un rapporto di amicizia e paternità. Alcuni ragazzi mi hanno raccontato che se non sono entrati in un clan camorristico lo si deve solo all’azione preventiva del sacerdote. Ascolto e condivisione sono la strada che bisogna percorrere per sottrarre i ragazzi alle sirene della malavita.

Spesso la letteratura d’impegno civile corre il rischio di essere auto- referenziale. Come ha lavorato alla scrittura affinché “Il Casalese di Dio” non fosse solo una memoria per chi già conosce, ma un concreto progetto di conoscenza per chi ignora?

Ho cercato di lavorare soprattutto sulle fonti, quelle documentali e quelle orali. Mi sono reso conto che i tanti ragazzi che don Peppe seguiva non apparivano quasi mai pubblicamente e allora sono andato a cercarli. Ne ho incontrati 35! Alcuni di questi veramente erano sconosciuti ai più e mi hanno raccontato episodi inediti, quelli belli e quelli drammatici. Forse è stata l’esperienza più bella e commovente che ho fatto in questo lavoro. Poi ho incontrato alcuni degli inquirenti che indagarono nelle fasi immediatamente successive all’omicidio. Quindi mi sono concentrato sugli atti dei tre processi celebrati. E, come ho detto, ho scoperto che il processo d’appello è quello al mandante sono incredibilmente spariti dagli archivi del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Dopo aver studiato gli atti ho chiesto di incontrare alcuni presonaggi  che erano stati condannati per l’omicidio del sacerdote e anche chi fu accusato in un primo momento e poi venne prosciolto. Infine ho chiesto di incontrare il pentito Giuseppe Quadrano che ritengo il “deux ex machina” di tutta questa vicenda, ma lui non ha voluto incontrarmi.

Considerando l’intero arco della Sua produzione letteraria, qual è il “fil rouge” che lega l’analisi dei problemi irrisolti citati dal Papa ‒ come la disparità di reddito e le scarse prospettive ‒ alla Sua scelta di raccontare storie di resistenza morale?

Devo precisare che gli ultimi due libri che ho scritto, sono nati da due richieste: quella di Giuseppina Troianiello, vedova di Giuseppe Salvia e quelle del vescovo di Aversa monsignor Angelo Spinillo. I due volumi hanno in comune il fatto che trattano di omicidi su cui permangono delle ombre, in cui ci sono degli aspetti non del tutto chiari. Invece il primo volume che ho pubblicato è una raccolta di articoli scritti sul quotidiano Il Mattino dove viene raccontata la vita del carcere. Questo libro tratta dell’emarginazione di persone che finiscono in carcere anche perché non hanno possibilità economiche. Tuttavia non si può mai generalizzare, frequentando il carcere da volontario da oltre 20 anni, ne ho compreso la complessità.

Infine, dopo aver attraversato così in profondità la “verità” di Don Peppe Diana, quale messaggio spera che rimanga impresso nel lettore, soprattutto in una Napoli ancora segnata da contrasti così evidenti?

Io spero che al lettore rimanga l’immagine più vera di don Peppe, quella di un prete del concilio, un cristiano autentico che voleva trasmettere ai suoi giovani la forza e la bellezza del Vangelo. Aveva il sogno di cambiare un paese sconvolto dalla dittatura criminale e pensava che ciò potesse avvenire mettendo in pratica il Vangelo. Vorrei che fosse ricordato così.

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