
Gerarda Fattoruso è professoressa associata di Metodi Matematici dell’Economia e delle Scienze Attuariali e Finanziarie presso l’Università di Foggia e lecturer in Decision Making alla NEOMA Business School di Rouen. La sua attività di ricerca si colloca all’incrocio tra matematica applicata, innovazione e processi decisionali, con particolare attenzione allo sviluppo di modelli capaci di supportare imprese e istituzioni nelle scelte strategiche. Vincitrice del Premio Guido Dorso per la ricerca con uno studio dedicato ai sistemi di controllo organizzativo nel settore automotive, sviluppa la propria attività scientifica coniugando ricerca teorica e applicazioni concrete, in costante dialogo con il mondo delle imprese e delle istituzioni. Convinta che il rilancio del Mezzogiorno passi attraverso investimenti nella ricerca, nella formazione e nella costruzione di reti internazionali, richiama tuttavia l’attenzione sulla necessità di affrontare le storiche fragilità infrastrutturali del Sud. In questa intervista riflette sul rapporto tra università e impresa, sulle opportunità offerte dall’intelligenza artificiale e dall’innovazione, sul valore della multidisciplinarità e sul ruolo decisivo che le nuove generazioni possono svolgere nella costruzione di un Mezzogiorno più competitivo, aperto e sostenibile.
La sua ricerca si concentra sull’innovazione e sull’ottimizzazione dei processi decisionali. Quali sono oggi, a Suo avviso, le principali opportunità di sviluppo per il Mezzogiorno e quale ruolo possono svolgere le nuove generazioni?
Penso che una volta individuati i temi di ricerca di maggiore interesse la politica culturale ai diversi livelli, nazionale e locale, debba sostenere persone e strutture impegnati nella ricerca scientifica investendo nelle aree dei beni culturali, dell’arte e dell’alta formazione supportando la costruzione di reti internazionali di collegamento. Affinché queste reti strutturali funzionino è necessario intervenire anche su quelli che sono un po’ da sempre i punti critici del Mezzogiorno: le infrastrutture e la logistica. L’entusiasmo, l’energia vitale, i talenti delle nuove generazioni potranno dispiegarsi a pieno in un quadro fortemente strutturato.
Nel 2021 ha ricevuto il prestigioso Premio Guido Dorso per la sua tesi di dottorato dal titolo “Multicriterial Analysis to support Organizational Control Systems in the Automotive sector”. Qual è il valore scientifico, ma soprattutto civile, di questo riconoscimento e qual è la reale spinta innovativa che la sua metodologia può dare concretamente alle filiere produttive del nostro Sud?
Sono profondamente grata al Comitato Scientifico del Premio Guido Dorso per avermi conferito un riconoscimento così prestigioso. Ricevere una gratificazione di questo valore, al di fuori del proprio ambiente di appartenenza, accresce la consapevolezza del percorso intrapreso e rafforza la determinazione a investire nelle proprie idee e nella propria attività di ricerca. Il premio ha valorizzato un lavoro che propone l’impiego di strumenti di supporto alle decisioni in grado di rendere i processi decisionali industriali più trasparenti, oggettivi e robusti. La metodologia proposta, basata su modelli di analisi multi-criteriale e di ottimizzazione, consente infatti di affrontare decisioni complesse considerando simultaneamente aspetti economici, ambientali e sociali. Un approccio di questo tipo può offrire un contributo concreto alle filiere produttive del Mezzogiorno, supportando imprese e istituzioni nell’ottimizzazione dei processi, nell’allocazione efficiente delle risorse e nella definizione di strategie orientate all’innovazione e alla sostenibilità. Ritengo che questo premio assuma un significato ancora più profondo sotto il profilo civile poiché testimonia come il dialogo tra Università e Impresa possa generare, al tempo stesso, innovazione metodologica e progresso territoriale. Personalmente, questo riconoscimento ha rappresentato uno stimolo importante a proseguire il mio percorso di ricerca con maggiore consapevolezza e volontà di investire in ciò in cui si crede. Nelle collaborazioni internazionali, in particolare con Alessio Ishizaka, Distinguished Professor di Decision Making presso NEOMA Business School (Rouen, Francia) e Salvador Cruz Rambaud, Full Professor di Metodi Matematici presso l’Università di Almería (Spagna), nonché nei progetti sviluppati con il mondo industriale, in particolare con Giuseppe Spina ( già Quality Manager a FCA Pratola Serra) e Mario Ciaburri, (Presidente ISSNOVA) ho portato questa nuova consapevolezza e nuovo entusiasmo nell’affrontare le sfide. Segnalo anche un altro progetto cui stiamo lavorando con una rete di Pubbliche Amministrazioni delle aree interne, dialogando in particolare con Maria Cristina De Filippo che ho avuto il piacere di seguire nella sua tesi di Master di II livello “Manager nelle Amministrazioni pubbliche misurazione e valutazione delle performance” e oggi Vice-Sindaco di Ponte.

Nella sua esperienza di ricercatrice, quali sono gli aspetti più stimolanti e quali, invece, le principali difficoltà nel fare ricerca e innovazione nel Mezzogiorno?
È stimolante avere la possibilità di trovarsi in un ambiente che crede nei giovani, che ragiona e valuta oggettivamente l’impegno e le capacità, che è scevro da pregiudizi di carattere localistico e gerarchico. Credo che fare ricerca nel Mezzogiorno significhi confrontarsi altresì con alcune criticità strutturali. Ritengo che sia fondamentale rafforzare il dialogo tra Università e imprese, creando un ecosistema in cui il capitale umano, particolarmente ricco nel nostro territorio, possa tradursi in innovazione, competitività e sviluppo.
La ricerca spesso nasce dall’incontro tra competenze diverse e dalla capacità di guardare ai problemi con nuove prospettive. Quanto sono importanti oggi la multidisciplinarità e la collaborazione tra ricercatori, imprese e istituzioni per costruire un modello di sviluppo sostenibile per il Mezzogiorno?
Ritengo che la multidisciplinarità rappresenti oggi uno degli elementi imprescindibili per fare ricerca di qualità. Per me è stato fondamentale potermi formare e condurre la mia attività di studio e di ricerca in ambienti ricchi di competenze diverse con linguaggi anche diversi. Questa diversità ti stimola a cercare un lessico comune capace di far dialogare mondi differenti. Il mio percorso di dottorato si è svolto in collaborazione tra Università e Impresa, secondo una logica di integrazione tra ricerca accademica e applicazione industriale. Non è un caso che la discussione della tesi si sia svolta presso lo stabilimento dell’impresa partner del progetto; una scelta certamente inusuale, ma fortemente simbolica del valore di una collaborazione continua tra mondo scientifico e sistema produttivo. Credo che questo modello di collaborazione costituisca una delle principali leve per lo sviluppo sostenibile del Mezzogiorno.
Il rapporto tra università e mondo produttivo è spesso considerato un elemento decisivo per favorire lo sviluppo territoriale. Quali passi sono ancora necessari per rendere più efficace il trasferimento della conoscenza dalla ricerca alle imprese del Mezzogiorno?
A tal proposito voglio segnalare un’altra esperienza che sto maturando; da un paio di anni è stato costituito un working group dedicato al soft computing e che raccoglie più di venti istituzioni Italiane impegnate nella ricerca. Il working group nasce da un’idea di Antonio di Nola, professore di logica all’Università di Salerno, che ha tracciato le linee guida del lavoro del gruppo che deve essere capace di muoversi sul percorso: “teorie – modelli – applicazioni” in modo da arrivare a formulare prototipi con basi teoriche solide, modelli duttili capaci di risolvere concreti problemi applicativi. Penso che questo modello possa rappresentare una best practice per aumentare l’efficacia del trasferimento della conoscenza. In particolare, può costituire una leva di sviluppo per le aree interne, a lungo penalizzate dall’assenza di riferimenti robusti in loco.
La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il modo di produrre e prendere decisioni. Quali opportunità possono offrire queste tecnologie alle imprese meridionali e quali competenze sarà necessario sviluppare per coglierle appieno?
Queste tecnologie offrono sicuramente nuovi ed ampi orizzonti. Sono però convinta che l’attenzione nel processo formativo debba essere indirizzata, oltre che alle discipline STEM, naturalmente necessarie nei settori innovativi, anche ‒ e a cominciare da subito ‒ alla formazione delle nuove generazioni nelle conoscenze culturali di base, e voglio riferirmi esplicitamente alla capacità che i ragazzi devono avere di usare il linguaggio, di sintetizzare, di rappresentare e di comunicare concetti e problemi. Voglio citare, a questo proposito, una sperimentazione ormai consolidata che riguarda il liceo matematico, in cui robuste basi culturali favoriscono la formazione di giovani capaci di comprendere e maneggiare sofisticati strumenti logico-matematici. In questo ambito, l’Università di Foggia, e in particolare il Dipartimento di Economia a cui afferisco, è impegnata nel progetto del Liceo Matematico, collaborando con istituti del territorio per promuovere attività didattiche e laboratoriali finalizzate allo sviluppo del pensiero critico, della capacità di problem solving e del collegamento tra matematica, economia e realtà sociale; sul tema del Liceo matematico si terrà a settembre 2026 un convegno a Salerno, dove opera il Prof. Saverio Tortoriello, da sempre protagonista del progetto Liceo. Ritengo che questo sia il percorso da seguire anche per il Mezzogiorno, ovvero formare giovani che non siano soltanto utilizzatori delle nuove tecnologie, ma che possiedano gli strumenti culturali, metodologici e critici per maneggiarle con intelligenza e trasformarle in strumenti utili a garantire il progresso.
Una riflessione personale: qual è il Suo augurio per il futuro del Mezzogiorno o un messaggio che si sente di lasciare ai giovani che vogliono fare ricerca e impresa al Sud?
Fondamentale deve essere l’inversione di tendenza della politica seguita ormai da molti anni, che ha allargato il gap esistente in certi settori tra nord e sud; per essere chiari, l’autonomia differenziata ha costituito un ulteriore impedimento al progresso del Sud, così come i meccanismi di distribuzione delle risorse per la ricerca e l’alta formazione, che puntualmente hanno sfavorito le università del Mezzogiorno. Ai giovani, anche fuori dalla ricerca, dico che bisogna crederci fino in fondo e mettersi in gioco affrontando esperienze fuori dalle proprie zone di comfort.
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Lorena Coppola, Fondatrice e Presidente della Fondazione Léonide Massine, giornalista, esperta di comunicazione, international project management e direzione artistica, ha al suo attivo una lunga esperienza nel settore editoria. Traduttrice, scrittrice, docente, autrice e curatrice di diversi testi, si occupa da anni del settore stampa, pubbliche relazioni e content management. Danzatrice e coreografa, esperta di studi coreutici, ha collaborato con diversi teatri e compagnie internazionali, tra cui il Vancouver City Dance Theatre e il Théâtre de l’Opéra Metz-Metropole. Dal 2010 è Vicedirettore del Giornale della Danza. Attualmente fa parte della redazione partenopea di Politica Meridionalista.