L’episteme della transizione: La tardoantichità come specchio della complessità contemporanea. Intervista alla Professoressa Marisa Squillante

Marisa Squillante, già Professoressa Ordinaria di Letteratura Latina presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II ‒ dove ha ricoperto anche ruoli di gestione istituzionale ‒ ha incentrato la sua produzione scientifica di altissimo profilo sulla letteratura latina tardoantica e medievale, territori complessi di transizione e di straordinaria modernità. Il suo impegno, tuttavia, va ben oltre il rigore della ricerca filologica. La Professoressa Squillante ha infatti fatto dell’insegnamento del latino e della divulgazione culturale una vera missione civile, fondata sulla convinzione che il confronto con l’antico non sia un mero esercizio nostalgico, bensì un indispensabile strumento critico per comprendere il presente, interpretarne le sfide e costruire una consapevolezza più profonda del nostro tempo. La sua attività si inserisce inoltre in un profondo rapporto con il territorio meridionale e, in particolare, con Napoli, città da sempre crocevia di culture e tradizioni, dove la ricerca umanistica assume anche il valore di strumento di crescita civile e di costruzione dell’identità collettiva. In questa intervista ci addentriamo nella sua visione del mondo classico, tra sfide educative, evoluzioni tecnologiche e il futuro della memoria occidentale.

Lei ha dedicato gran parte della Sua vita allo studio del mondo classico. In un’epoca dominata dall’immediatezza digitale e dall’utilitarismo economico, qual è la vera “forza eversiva” che il latino e la cultura classica possono ancora esercitare sulle giovani generazioni?

Lo studio del mondo classico costituisce un’importante occasione di riflessione critica, alla quale le giovani generazioni non sono abituate, ma che rappresenta un elemento essenziale per affrontare con consapevolezza qualsiasi attività professionale. I nostri ragazzi utilizzano le nuove tecnologie in modo quasi automatico, senza interrogarsi sul loro significato, sul loro funzionamento e sulle implicazioni che comportano. La tecnologia, tuttavia, come ogni altro strumento, non dovrebbe essere semplicemente usata, ma compresa, guidata e interpretata. Solo così può diventare un mezzo realmente al servizio della persona e non un fine da subire passivamente. Porto l’esempio di un episodio che mi è capitato di recente a cui continuo a pensare abbastanza spesso. Io presiedo commissioni di alcuni certamina di latino. Si tratta, in parole povere, di una gara a cui gli studenti eccellenti con la media minimo dell’8 partecipano per mettere alla prova le proprie conoscenze, una sfida quindi con se stessi. Ad uno di questi certamina che viene offerto da uno dei più prestigiosi licei classici della provincia campana, a cui partecipano più di 150 studenti provenienti da tutta Italia, il che fa ben sperare per le sorti della conoscenza della lingua latina, quest’anno, come dicevo, mi è capitato un episodio che definisco strano e vi spiegherò perché. Mi sono resa conto durante la prova che una ragazza stava copiando sotto il banco. Ora la commissione adotta ogni precauzione possibile per evitare fughe di notizie, trattandosi di un concorso pubblico. Le prove vengono sorteggiate tra una rosa di testi comunicati al Dirigente scolastico dell’istituto soltanto la mattina stessa dell’esame; inoltre, durante l’esecuzione delle fotocopie è presente uno studente estratto a sorte, quale garante della regolarità delle operazioni. Eppure, nonostante tali cautele, il rischio che qualcosa sfugga al controllo non può essere escluso. Ciò a cui, invece, non ero preparata era la realtà che mi sono trovata davanti. Il documento consultato dalla studentessa, che ho immediatamente riconosciuto come prodotto dall’intelligenza artificiale, si apriva con la domanda: «Vuoi vincere il Certamen? Su…», seguita dall’elenco, in successione, degli autori previsti dal bando. Poiché il regolamento richiede che gli studenti accompagnino la traduzione con un commento, il documento forniva anche un commento già confezionato, redatto con notevole accuratezza e qualità espositiva. Non mi soffermerò a raccontare nei dettagli tutto ciò che è accaduto. Ciò che più mi ha colpito, però, è stato il fatto che la studentessa non sembrasse rendersi conto della gravità del proprio gesto. Verrebbe quasi da dire, con amara ironia, che la prossima volta assegneremo il premio del Certamen all’intelligenza artificiale. È proprio questo il rischio di un uso acritico degli strumenti straordinari che l’era digitale mette a nostra disposizione: servirsi della tecnica senza esercitare il discernimento, senza interrogarsi sul significato delle proprie azioni, senza fare della tecnologia un’opportunità di crescita personale e culturale. La lettura dei testi latini e greci, invece, greci permette di esercitare il giudizio e di accogliere le nuove risorse in maniera critica senza appiattirsi su esse.   

I Suoi studi si concentrano in larga parte sulla tardoantichità, un periodo segnato da profonde trasformazioni, pluralità di identità e forme di ibridazione culturale. Ritiene che questa epoca di transizione possa offrire strumenti interpretativi più efficaci per leggere la complessità del presente rispetto all’immagine più tradizionale e “monolitica” dell’età classica?

La forte inquietudine che caratterizza il tardoantico latino, il periodo cioè che va dal IV sec. d.C. fino al VI, lo rende sicuramente più comprensibile all’uomo contemporaneo rispetto all’età classica. Non che questa non abbia le sue tensioni, sopite forzatamente da un regime totalitario come quello augusteo, ma il tardo antico si misura con il diverso, con i cosiddetti barbari; pone il problema del confronto con altre civiltà, con una pluralità di usi e costumi e lingue. L’uomo tardoantico deve creare un nuovo nome per definire il territorio romano e crea la Romania, l’attuale Europa, per indicare tutta la terra in cui si parlava il latino, dimostrando così che fin dalle sue origini l’Europa ha dovuto fare i conti con pluralità, diversità e accoglienza. Questo è il motivo fondamentale per cui privilegio gli studi tardoantichi, li sento più vicini alla sensibilità dell’uomo contemporaneo.

Nel Suo lavoro di ricerca, qual è il confine tra il rigore filologico e la sensibilità ermeneutica necessaria a rendere un testo ancora capace di parlare all’uomo contemporaneo? Come si bilanciano questi due aspetti?

Il rigore filologico è lo stadio necessario e imprescindibile della ricerca: se non si stabilisce correttamente lo stato del testo, non lo si può interrogare, significa far parlare un testo mio ma non quello dell’autore antico. È solo su un’esatta base testuale che si può praticare l’ermeneutica.  

La letteratura tardoantica e medievale è stata a lungo interpretata, soprattutto da una parte della critica di matrice classicista, secondo il paradigma della “decadenza” rispetto ai modelli dell’età augustea. Qual è stata la sfida più grande nel superare questa prospettiva e nel mettere invece in luce la straordinaria vitalità, complessità e originalità di questi testi?

L’immagine della letteratura tardoantica come momento di decadenza è ormai superata da un pezzo: gli studi di Arnaldo Marcone, quelli di Lucio De Giovanni, la trasformazione della Associazione Internazionale di Studi Tardoantichi, con sede a Napoli, dalla sua nascita, avvenuta nel 1975 ad opera di un piccolo manipolo di studiosi, alla fondazione attuale, con circa 200 iscritti e che vede la sua vitalità riflessa nella prestigiosa rivista di fascia A Koinonia, sono solo alcuni esempi di come il tardoantico sia un filone di ricerca sempre vitale e sempre più aperto a nuovi orizzonti sia in campo giuridico che in quello letterario.  

La didattica del latino è al centro di un costante dibattito tra metodi tradizionali grammatico-traduttivi e metodi di apprendimento naturale. Qual è la Sua visione sull’evoluzione dell’insegnamento della lingua latina nelle scuole e nelle università?

Io ho una posizione molto critica nei riguardi delle modalità attuali di insegnamento della lingua latina. Pur facendo parte della CUSL, acronimo che indica la Consulta Universitaria di Studi Latini e, pur partecipando ogni anno alle prove della certificazione linguistica latina, strumento nato con l’intento di accertare e certificare, con validità nazionale, le competenze dei soggetti che la richiedono, non solo a livello traduttivo ma anche come trasformazione di frasi o completamento di testi, ritengo che per rendere la lingua latina più vicina ai ragazzi si debba loro far capire che noi e la nostra lingua, nel nostro caso l’italiano, affondiamo le nostre radici nel mondo antico che ci circonda e che rivela la sua presenza in ogni aspetto quotidiano. La povertà del lessico da parte delle nuove generazioni può essere risolta ponendo l’accento sull’etimologia delle parole e su come esse attestino un processo di continuità e di passaggio.   

Come docente e saggista, Lei ha formato intere generazioni di studenti e futuri insegnanti. Qual è la lezione più importante, al di là della disciplina accademica, che spera di aver trasmesso a chi ha incrociato lungo il Suo percorso didattico?

Spero di aver inculcato loro la voglia di conoscere, di leggere, di relazionarsi con passione per le materie, di comprendere che lo studio è un percorso irto e difficile, ma che apre alla conquista di nuovi orizzonti.

Lei ha ricoperto ruoli di grande responsabilità istituzionale e organizzativa all’interno dell’Università Federico II. Quali sono state le principali sfide nel difendere e valorizzare lo spazio delle discipline umanistiche all’interno di un sistema universitario sempre più orientato alle materie STEM e alla produttività quantificabile?

Non è stato facile, ma io ho sempre professato la parità tra le cosiddette due culture che insieme costituiscono quell’unicum che Steve Jobs ha definito “la connessione dei punti”.

Napoli è una città in cui il passato classico, greco e romano, non è solo un reperto archeologico, ma una stratificazione viva che respira nel quotidiano. In che modo il contesto partenopeo ha influenzato il suo modo di essere classicista e di fare ricerca?

Napoli, con la sua pluralità di linguaggi, con la sua capacità di assimilare le realtà più differenti, con il suo essere una città di mare una tipologia urbana che ‒ come asseriva Cicerone nel De re publica ‒ è causa di aspetti che si prestano ad una duplicità di giudizi in quanto portano i suoi cittadini ad allontanarsi dal mos maiorum, a non legarsi alle proprie tradizioni ma ad essere contemporaneamente sempre disponibili al cambiamento, certo mi ha spinto ad abbracciare gli studi di un periodo come quello tardoantico in cui queste realtà variegate e contrarie si mescolavano in una caotica ma interessante amalgama.   

In una fase storica segnata da profonde trasformazioni culturali e tecnologiche, quale ruolo immagina per le discipline umanistiche in futuro? Qual è la Sua maggiore speranza e quale la principale preoccupazione riguardo alla capacità delle nuove generazioni di custodire e reinterpretare la memoria storica e culturale dell’Occidente?

Io sono sicura che, per orientarsi nella complessità del presente, l’uomo possa soltanto appellarsi alla memoria storica: la lezione della storia ci permette di capire come siano labili i confini tra umanità e disumanità. Vi propongo una riflessione linguistica per comprendere questo dato. La nostra parola “oste”, che indica colui che ci fornisce ospitalità nella sua osteria ma è anche colui che pensa ai propri interessi senza pensare a quello degli avventori, si può ricondurre a hospes, che in latino era contemporaneamente l’ospite, colui che accoglieva, ma anche lo straniero, colui che aveva bisogno di aiuto e accoglienza. L’anfibologia del linguaggio è segno evidente dell’ambiguità dell’uomo, che, nel corso dei secoli, ha sempre dimostrato una natura varia e non del tutto  positiva, di cui ognuno di noi deve ricordarsi per non incorrere negli stessi errori. 

Photo Credits: EMEDIA

© Riproduzione riservata