Il giornalismo come impegno culturale e civile – Intervista a Nicola Squitieri, Direttore di “Politica Meridionalista-Civiltà d’Europa”: cinquant’anni di un lungo e fecondo percorso professionale vissuto a 360 gradi

Giornalista, Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana e figura centrale del meridionalismo contemporaneo, Nicola Squitieri ha dedicato decenni alla costruzione di una nuova consapevolezza del ruolo del Sud. Promotore di iniziative culturali di altissimo profilo, la sua esperienza si intreccia profondamente con la nascita del Premio Guido Dorso ‒ divenuto uno straordinario laboratorio di idee tra cultura, istituzioni e società civile ‒ e con l’istituzione, nel 1972, della rivista “Politica meridionalista-Civiltà d’Europa”, da lui fondata, che si appresta a tagliare l’importante traguardo degli stessi anni della nostra Repubblica. Mettendo al centro il valore della conoscenza, della formazione delle classi dirigenti e del dialogo tra le generazioni, Squitieri ripercorre in questa intervista le tappe salienti del suo lungo e fecondo impegno professionale, svolto in oltre cinquant’anni di attività a 360 gradi. Il nostro Direttore unisce la memoria storica alle sfide del presente, indicando il ruolo strategico che una corretta informazione dovrebbe assolvere oggi per contribuire allo sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno e dell’intero Paese nel Mediterraneo.

La Sua carriera ha attraversato ambiti e linguaggi differenti: giornalismo, editoria e un costante impegno civile. Quale filo conduttore ritiene abbia unito le diverse tappe di questo percorso così articolato?

Ho avuto la fortuna di esercitare la professione giornalistica a 360 gradi, una passione che nacque già quando, negli anni ‘60, frequentavo il liceo, con la direzione di una rivista, “Il Boom !!!”, diffusa negli istituti superiori di Napoli. Nel tempo questa passione, ha percorso tutti i vari settori dell’informazione: dall’agenzia di stampa con la responsabilità per il Sud dell’Asca, alla carta stampata come “Il Mattino”, “Il Tempo”, all’Ufficio Stampa della Giunta Regionale della Campania e della Presidenza della Repubblica, alle rubriche radiofoniche della RAI, quali “Cronache del Mezzogiorno” e il “Gazzettino della Campania”, alla direzione dell’emittente libera “Radio Antenna Sud” e delle riviste “Politica Meridionalista-Civiltà d’Europa” (diffusa anche nelle scuole della Campania con delibera della presidenza del Consiglio Regionale) e “Mezzogiorno d’Europa” (edita dall’Isveimer, del Gruppo Banco di Napoli). Tutte queste diverse esperienze hanno avuto, negli anni, un comune impegno, legato in particolare all’obiettivo di incidere, seppur in parte, sui processi di cambiamento sociale e di contribuire a un dialogo sempre più ampio, anche con i miei coetanei e con le nuove generazioni, per la crescita culturale e civile di Napoli e del Mezzogiorno. Ricordo, in particolare, che collaboravo ad una pagina dedicata ai giovani e ai loro problemi pubblicata dal quotidiano Napoli – Notte, edizione del pomeriggio de “Il Roma”, il cui mitico direttore, Alberto Giovannini firmò la mia pratica per l’iscrizione all’Albo dei Giornalisti.

Dopo l’esperienza alla guida dell’Ufficio Stampa della Giunta Regionale della Campania, il Suo percorso l’ha portata al Servizio Stampa e alla Segreteria Particolare della Presidenza della Repubblica, durante il settennato di Giovanni Leone. Quali sono i ricordi più significativi di quegli anni?

Ho vissuto la nascita delle Regioni, nel 1970, con particolare partecipazione. Fui chiamato da Carlo Leone, primo presidente della Regione Campania, a costituire l’Ufficio Stampa della Giunta Regionale. L’incarico mi fu poi confermato anche nella seconda Giunta, retta da Nicola Mancino. Fu quella per me, all’epoca ventiquattrenne, con una laurea in Giurisprudenza alla “Federico II” e la tessera di giornalista-pubblicista, un’esperienza particolarmente significativa ed entusiasmante. Ricordo ancora le lunghe riunioni, talvolta anche notturne, per la stesura dello Statuto Regionale (giudicato tra i migliori di tutte le regioni italiane). Poi, i rapporti di lavoro da instaurare tra la nuova istituzione regionale, non soltanto con i media locali e nazionali, ma anche con le comunità locali della Campania e quelle centrali, sia pubbliche sia private. Furono certamente quegli anni in cui si affidavano alle Regioni tante speranze di riscatto dalle problematiche economiche e sociali del nostro Sud, che però, nel tempo, andarono purtroppo sempre più, in parte, disattese. Due anni dopo, nel 1972, l’esperienza da me vissuta, quando fui chiamato a collaborare al Servizio Stampa e alla Segreteria Particolare della Presidenza della Repubblica, fu un prestigioso apprendistato. Essa nacque da un sincero rapporto di amicizia con il Presidente Giovanni Leone del quale avevo seguito il percorso politico.  Ricordo che il mio impegno in quegli anni fu legato in particolare a sostenere le ragioni della nostra Napoli (la città che, dopo De Nicola, aveva dato al Paese un altro Presidente della Repubblica) attraverso un dialogo costante con la comunità locale e le sue istituzioni, anche con un’azione di ascolto delle istanze e delle problematiche cui il Presidente Leone teneva in particolar modo

Il Suo percorso professionale e intellettuale si è intrecciato profondamente con quello di Suo fratello Pasquale. Pur seguendo tappe differenti, le vostre biografie sono accomunate da un profondo impegno civile e culturale. Al di là del legame affettivo, qual è stato il nucleo ideale e morale attorno al quale si è consolidato il vostro sodalizio più autentico?

Il nucleo ideale e morale nel comune impegno culturale e civile, che si è sempre più consolidato negli anni con mio fratello Pasquale, pur operando su fronti diversi, è stato certamente rappresentato dalla continua ricerca della verità e dall’amore per la nostra Napoli. Tanti i ricordi dei vari eventi vissuti insieme che hanno segnato il nostro rapporto con la partecipazione a incontri, dibattiti, rassegne di cinema in giro per l’Italia, ma anche all’estero, quando, a Parigi, vissi con mia madre, una grande emozione, partecipando alla proiezione del film I Guappi e ad un incontro con la grande stampa di quella nazione. In uno dei suoi ultimi film L’avvocato De Gregorio, Pasquale mostra il disagio di Napoli e del nostro Sud con le sue piaghe sociali. Il messaggio che emerge dal film, nel corso della mirabile arringa finale di De Gregorio-Albertazzi, è un vero processo alla Città, dove viene richiesto a gran voce un impeto di riscatto e di dignità da parte di tutti per affrontare la possibilità di recuperare la memoria e l’identità di un’antica Capitale.

In un’epoca caratterizzata da una crescente polarizzazione e da narrazioni spesso semplificate, il Mezzogiorno continua a essere raccontato attraverso cliché e rappresentazioni parziali. Quale responsabilità ha oggi il giornalismo nel restituire un’immagine più autentica e articolata del Sud, capace di sottrarsi tanto alla retorica celebrativa quanto al disfattismo e ai luoghi comuni?

L’informazione ha avuto ed ha un ruolo di primo piano nel racconto del Mezzogiorno, basti soltanto ricordare alcune grandi firme del nostro giornalismo, tra cui quelle di Gaetano Afeltra, Antonio Ghirelli e Giovanni Russo, con i quali, nel tempo, ho condiviso un sincero rapporto di stima e amicizia. Viene però oggi da chiedersi se l’informazione possa essere ancora un soggetto attivo dello sviluppo e della crescita delle regioni meridionali. Negli anni più recenti è sempre più mancato quel confronto, quella ricerca della verità, anche attraverso il dissenso, sulle grandi tematiche del Sud. Per troppo tempo l’informazione, sia a livello nazionale che locale, non ha raccontato il Mezzogiorno in maniera obiettiva e seria legando troppo spesso la cronaca al pregiudizio e alle fazioni. È sempre più mancato, negli ultimi decenni, quel ruolo assolto fino agli anni ’70, che passava attraverso il forte impegno delle inchieste dei grandi giornali del Nord, ma più ancora attraverso quelle significative iniziative editoriali meridionali, per le quali basta soltanto ricordare “Nord e Sud”. Sono state pubblicazioni come queste, a cui, peraltro, ci siamo spesso richiamati nel nostro lavoro quotidiano, che hanno contribuito a formare l’impegno civile e democratico di una nuova e grande generazione di meridionalisti. L’acutezza degli studi e delle ricerche di una realtà, troppo spesso non compiutamente compresa e conosciuta, ha contribuito non poco a far conoscere un Mezzogiorno inedito e molto lontano dagli stereotipati luoghi comuni. Un ruolo in questa direzione, mi piace ricordare, è stato anche in parte assolto in oltre cinquant’anni di attività, da “Politica Meridionalista-Civiltà d’Europa”. Una delle grandi firme del nostro giornalismo, Antonio Ghirelli, partecipando ad un convegno per i vent’anni della rivista, ebbe a dichiarare di essersi “riconosciuto nel metodo portato avanti da Politica Meridionalista”. Oggi il giornalismo dovrà recuperare il suo ruolo centrale nell’approfondimento serio delle problematiche del nostro Mezzogiorno, evitando pericolose scorciatoie che hanno soltanto portato, nel tempo, sempre più, a giudicare prima ancora di conoscere.

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